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Intervista a Vanni De Simone

dal Cyberpunk al Moscovio: tre vite come autore, editore e traduttore

di Silvano Zingoni

Vanni De Simone è scrittore, traduttore, autore radiofonico ed editore. Ha all’attivo quattro romanzi nonché la traduzione di numerosi testi dall’inglese. Le sue opere sono: La leggenda dei fantasmi (Bologna, Synergon, 1992), Cyberpass (Bologna, Synergon, 1994), Il respiro dell’orso bianco (Roma, DeriveApprodi, 2002) e Il racconto degli dei (Roma, elemento115, 2019).

È attualmente direttore della casa editrice elemento 115 – vedi qui il sito. Siamo andati a trovarlo nella sede di elemento 115 a Roma in zona Esquilino per parlare di letteratura, libri, case editrici e della situazione editoriale italiana attuale.

Ciao Vanni, iniziamo a parlare subito del tuo ultimo romanzo Il racconto degli dei. La storia è ambientata in un futuro indefinito dove l’umanità ha raggiunto un tipo di ordine sociale chiamato Utopia Reale, in seguito a un periodo di dittatura totalitarista. Rispetto alla nostra realtà, possiamo azzardare un non vago riferimento alla caduta del muro di Berlino e una critica a una società, quella attuale, che sta divenendo, grazie alla tecnologia, sempre più controllata e condizionata?

Ne Il racconto degli Dei è importante ricostruire la genesi del mondo in cui si trovano a ‘vivere’ gli esseri umani. Questo mondo è direttamente collegato alla caduta di Oceania e del Grande Fratello dopo il 1984 – data simbolica. Dopo la scomparsa di quel mondo, ne è stato creato un altro ambientato in una realtà indefinita: un ‘non-luogo’, un nowhere, per dirla con William Morris, un mondo assolutamente irreale che vive unicamente nella testa degli individui, una sorta di sogno, o incubo, collocato in una zona della coscienza individuale delle persone che lo abitano. Si chiama Utopia Reale perché chi lo domina, crede di aver raggiunto, dopo la caduta di Oceania, la perfezione sociale. In effetti si ricollega alla caduta del famoso Muro e soprattutto dell’U.R.R.S. Utopia reale deriva da socialismo reale, che per i critici di sinistra (a partire da Orwell) di quel sistema, era tutto meno che la realizzazione del socialismo. E dunque l’utopia di Machina Dio è tutto, meno che utopia. È assolutamente vero che è una critica del condizionamento delle coscienze operato dalle tecnologie attuali.

La leggenda dei fantasmi, di Vanni De Simone (Bologna, Synergon, 1992)

Cyberpass: punto d’accesso dalla macchina allo spirito, di Vanni De Simone (Bologna, Synergon, 1994)

Rispetto ai primi due romanzi di questa trilogia fantastica (La leggenda dei fantasmi e Cyberpass), com’è cambiato il tuo rapporto con la fantascienza e soprattutto quali sono gli elementi in comune tra la società in cui viviamo e quella distopica futura preconizzata negli anni ’90, quando il secolo industriale stava terminando e una nuova era di interconnessione globale era alle porte?

Come si ricorderà, il cyberpunk – per quanto nel mio caso, un cyberpunk assolutamente personale – da cui nacquero La leggenda dei fantasmi e Cyberpass, più che fantascienza vera e propria, era una ricerca della interiorità degli individui ai tempi dell’avvento dell’informatica, che tutto ha cambiato nella percezione della realtà. Aggiungerei che tali cambiamenti non sempre sono stati positivi, ma al contrario hanno contribuito a ‘sconfigurare’, per usare un termine informatico, le coscienze e tale percezione. La prova più evidente è la manipolazione che di essa si fa sui social.

La tua visione della fantascienza, come spieghi in un bel saggio di “theory fiction” (Il sottomarino transrealista, in AA. VV., L’immaginario mutante, Bologna, Synergon, 1996) rientra in quella branca della letteratura di genere post-moderna chiamata transrealista. Un sottogenere che esplora, attraverso la letteratura fantastica e distopica, le varie sfaccettature della psiche umana e del suo rapporto col mondo e con la società, e che affonda le sue radici nei testi di scrittori come Philip K. Dick e J.B. Ballard, e di pensatori radicali come Foucault, Debord e Baudrillard. Puoi brevemente parlarcene e spiegare come le strutture narrative a esso correlate si innestano nelle tue opere? Inoltre, nei tuoi romanzi di fantascienza, a differenza della letteratura cyberpunk “pura” tardomoderna, dove di fantastico c’è solo l’esplorazione della mente umana, è sempre presente un elemento mitico, ancestrale, pre-moderno. Possiamo definirlo un riflesso naturale, non banale e necessario allo scrivere di sci-fi, visto che è divenuto oramai impossibile immaginare una scienza che va oltre le scoperte già fatte?

Delle tematiche sull’ormai conclamata fine della Sci-Fi mi sono occupato sia con il saggio da te citato (Il sottomarino transrealista), a sua volta citato da Vittorio Catani in Vengo solo se parlate di ufi (Delosbooks, 2004), sia in un altro saggio del volume La Letteratura nell’era dell’informatica 2007, della Bevivino editore (casa editrice anch’essa scomparsa), dal titolo Missione deadLine. Concordo sulla tesi che per ridare senso all’immaginario scientifico si debba fare ricorso alla forza ancestrale della mitologia. Il senso generale di questi saggi era che la fantascienza è ormai in ritardo sulla realtà, ma che per raccontare la realtà, si debba fare uso, in letteratura, di strumenti quali la manipolazione linguistica, il mito, un uso spregiudicato della metafora e del simbolico. Rappresentare la realtà così come ci appare non ne consente una visione profonda e vera ma solo una fotografia spesso scolorita e inutile. E naturalmente deve essere una lettura della realtà nella direzione dell’impegno, della denuncia, della rappresentazione meno evidente di cosa si nasconde dietro di essa: non esiste una sola realtà ma molte sfumature e sfaccettature.

Come dicevamo, negli anni ’90 hai collaborato con la casa editrice Synergon, di cui hai curato anche la collana Gli esploratori dell’utopia. In quegli anni Bologna era il centro intellettuale e letterario di Italia. Penso alle varie case editrici e riviste del periodo, come A/traverso, Progettoario, La Mongolfiera e appunto la Synergon, ma anche a poli culturali come la libreria Palmaverde di Roberto Roversi. Vuoi raccontarci le tue esperienze e ricordi di quel periodo emiliano così attivo e produttivo?

Su Bologna concordo con quanto da te espresso. Ma di Roberto Roversi ho un ricordo particolarmente sentito e commovente: una delle figure intellettuali più significative del ‘900 e, assieme, una persona dolcissima e attenta a tutto ciò che accadeva nel mondo. Era in polemica con il business editoriale, e rifiutava ormai da anni qualsiasi coinvolgimento con esso, partendo dal basso con operazioni di auto produzione e auto finanziamento. Era davvero un’altra era e un altro mondo. Anche oggi ci sono illusi che si svegliano la mattina, sborsano minimo 2.000 euro e si fanno pubblicare un libro da editori (diciamo tipografi) che poi gli mollano i libri a casa e arrivederci. Roversi invece faceva una ricerca di gruppo, riuniva le persone e partiva dalla loro umanità, non dai soldi. E soprattutto il livello etico era qualcosa che oggi è assolutamente svanito: lui spingeva i poeti o gli autori a leggere, leggere, leggere, non a correre dietro a Netflix nella speranza di far diventare il proprio libro un serial TV: che è poi la malattia di questi sconclusionati che infestano Amazon et similia. Amazon, in particolare, è il nemico numero uno per un reale progetto culturale degno di questo nome.

Da poco tempo hai deciso di entrare nel mondo dell’editoria con la creazione della elemento 115, che raccoglie il testimone della Bevivino e ne continua in parte la pubblicazione di alcuni titoli. In un momento così difficile per l’editoria italiana, dove tutti scrivono e pochi comprano libri, cosa ti ha spinto a intraprendere questa avventura?

Voglio usare un’immagine audace: cosa spinge gli scalatori a inerpicarsi fino a 4.000 o 5.000 metri? Al lettore la risposta.

elemento 115 non pubblica solo fantascienza, ma anche saggistica e classici poco noti o inediti in Italia. Ci puoi parlare delle varie collane che compongono la tua linea editoriale?

elemento 115 (con la prima e minuscola) non pubblica fantascienza ma, con deadLine, si rifà a una scrittura con caratteristiche molto specifiche che riprendono i concetti presenti nei miei due saggi sopracitati. Il problema per una piccola realtà editoriale, in questi tempi di crisi e di una contraddittoria situazione culturale, zeppa di gente che si sveglia la mattina e pubblica da un tipografo, ma che ignora completamente la storia della letteratura dagli anni ’60 ai ’90, è di distinguersi in maniera netta e precisa dal cosiddetto mainstream, ovvero da quelle scritture di massa che si agganciano alle mode letterarie (fantasy, noir, thriller, insipide storie d’amore e quant’altro), e che ignorano completamente la ricerca linguistica, l’impegno, la denuncia sociale delle brutture e dello sfruttamento, il razzismo, il provincialismo, ecc. L’obbiettivo è di riscoprire queste tematiche agganciandoci a un discorso più ampio, in modo da mettere in luce le contraddizioni del mondo attuale. Tempo fa un docente universitario mi disse che era finito il tempo dei ‘manifesti letterari’: io ritengo invece che tale tempo debba tornare. Il deserto che ci circonda non può essere un alibi per accettare l’esistente.

Il turbine umano, di King Camp Gillette (Roma, e115 edizioni, 2018)

Uno dei fiori all’occhiello della collana “Viaggiatori dell’utopia” è il romanzo Il turbine umano, di King Camp Gillette, il creatore dell’omonimo rasoio. Un testo, viste le recensioni, di utopia sociale, scritto da un industriale capitalista e liberista, ma in cui appaiono elementi di socialismo e di società equa. Vuoi parlarci di questo romanzo e di come l’hai scoperto e deciso di portarlo in Italia?

Il Turbine Umano, di King Camp Gillette, va chiarito una volta per tutte, non è un romanzo. Già il Manifesto, in una recensione datata 7 luglio 2018, ha preso questo abbaglio, cosa che mi fa dubitare di una sua lettura approfondita. Il Turbine Umano è un saggio utopistico con varie sfaccettature (poesia, simil teatro e molta fantasia) ma non è un romanzo. È un testo curioso e particolare, di taglio saggistico, che rivela come all’epoca, negli Stati Uniti della fine del XIX secolo, l’utopia e la narrativa utopistica fossero un topos assai dibattuto. Sarebbe stimolante entrare nei particolari, ma forse questa non è la sede più adatta, perché solo all’interno di un saggio approfondito o di un dibattito pubblico (come in parte è stato fatto) se ne potrebbe parlare: per cui l’invito è di leggerlo e poi di farne un’analisi.

Femminicidio: Storie di vittime e assassini, di Rossana Gabrieli (Roma, elemento115, 2017).

L’inferno degli angeli: quando ad abusare è lei, di Giovanna Frezza (Roma, elemento115, 2019)

Fra i titoli pubblicati dalla E115 ci sono saggi che trattano temi forti, o comunque invisi alla cultura dominante attuale. Penso a L’inferno degli angeli, di Giovanna Frezza, che tratta il tema della pedofilia a opera di donne nei confronti di bambini. Un argomento non facile da affrontare, soprattutto in una società drogata dal #metoo e in cui si pensa che i pedofili siano solo maschi. Come è stato accolto questo testo da pubblico e critica?

L’Inferno degli Angeli solo ultimamente ha iniziato a essere dibattuto e analizzato seriamente. Ho trovato, all’inizio, una vera ripulsa da parte di librerie e altri spazi ad affrontare tale tematica, come se ci fosse un rigetto, da parte della pubblica opinione, a considerare il femminile come un possibile strumento portatore di violenza. Ma è un fatto che la realtà sia tutt’altra, e Giovanna Frezza, psicologa, ha il merito invece di far emergere questa pesante contraddizione in seno all’universo femminile. Tutto ciò non sminuisce assolutamente la gravità delle violenze da parte maschile di cui la donna è vittima: e che nella collana psyco-logica sia presente Femminicidio, di Rossana Gabrieli, anch’essa psicologa, testimonia questa posizione in merito a tali complessi fenomeni.

Puoi anticiparci altri libri “forti” di prossima pubblicazione?

R.U.R. Rossum’s Universal Robots, di Karel Čapek (Roma, elemento115, 2020)

In linea d’arrivo abbiamo in programma di stampare in cartaceo (ora è in ebook) R.U.R. di Karel Čapek , un grande e famosissimo commediografo cecoslovacco degli anni ’20 e ’30.È un testo teatrale in cui fu varato il termine ‘robot’, che è dunque una parola di origine slava e non anglofona, come molti credono; Beowulf, uno dei poemi che stanno alla base della cultura anglosassone, e scritto in tale arcaico idioma. Sarà connesso, tramite codici QR a una rappresentazione audio-teatrale del testo antico, ma basato su tre lingue: anglo sassone, inglese e italiano; ci sono poi due giovanissimi e valenti autori, Andrea Vanacore (Wanax) e Eleonora Senese: saranno una vera sorpresa e verranno inseriti nella collana deadLine; ci sono poi altri titoli che stiamo ancora valutando.

Ricevi frequentemente numerosi manoscritti da aspiranti scrittori. Prima di salutarci, vuoi dare qualche consiglio, sia come romanziere, sia come editore, a chi volesse intraprendere il percorso di una pubblicazione con la elemento 115?

Ultimamente riceviamo proposte e telefonate da molti autori: gli unici consigli che posso dare è di leggersi attentamente la pagina deadLine del nostro sito elemento115.com e soprattutto questa bella intervista voluta e preparata da Silvano Zingoni.

Alcuni libri acquistabili: le migliori offerte:

Una copia de Il respiro dell’orso bianco in vendita su eBay a 4 €

Una copia de Il racconto degli Dei in vendita su eBay a 15 €

Una copia de Il turbine umano, di King Camp Gillette in vendita su eBay a 18 €

Una copia di Femminicidio di Rossana Gabrieli in vendita su eBay a 10 €

Una copia di Contropelo alla vostra barba, di Luigi Bartolini in vendita su eBay a 80 €

Una copia di DS Derive Sintetiche in vendita su eBay a 29,90 €

Una copia di Dopo Campoformio di Roberto Roversi in vendita su eBay a 140 €