Il libro che non voleva essere venduto: il gatto Felix secondo Carlo Ottone
La creazione poetica del gatto Felix è stato realizzato unicamente per il piacere di essere stato fatto.
La plaquette, curata e promossa da Carlo Ottone, abituale collaboratore di Cacciatore di libri, è il numero 4 del 2026 di Quisquiglie & Pinzillacchere. Il colophon precisa, con la serietà che compete alle cose perfettamente inutili, che è stata «stampata nel mese di Phalle del calendario Patafisico». Già questo dovrebbe essere sufficiente a stabilire le coordinate bibliografiche dell’oggetto: siamo lontanissimi dall’editoria commerciale e altrettanto lontani dalla necessità di giustificare l’esistenza di una pubblicazione attraverso il mercato.
La copertina è quasi programmaticamente dimessa: titolo, La creazione poetica del gatto Felix, e una sagoma nera di Felix. Nessun autore, nessun editore, nessuna promessa. Bisogna aprirla.
Prima del gatto, il gatto
Ad accogliere il lettore è William S. Burroughs, con una citazione da Il gatto in noi, Adelphi, 1994. Burroughs avanza un’ipotesi assai più interessante della banale domesticazione utilitaristica: i gatti non sarebbero entrati nelle nostre case come semplici cacciatori di topi, ma come «compagni psichici», spiritelli del focolare.
È un ingresso perfetto per ciò che segue, perché anche il gatto Felix di queste pagine interessa assai poco come animale. È piuttosto un’entità, una possibilità dell’immaginazione, un essere che ha il privilegio di non essere sottoposto alle stesse leggi che governano chi lo guarda.
Il primo testo, Il gatto Felix, è di Carlo Ottone. Il punto di partenza è generazionale: la televisione italiana dei primi anni Sessanta, due soli canali e l’appuntamento pomeridiano con la TV dei Ragazzi. Dal 1961 arriva Felix, rigorosamente in bianco e nero come il televisore che lo ospita. Ottone coglie però qualcosa che va oltre la nostalgia. Felix è «contemporaneamente felino, umano e poetico» e può essere considerato un antesignano dei surrealisti. La sua coda diventa ciò che serve, i segni d’interpunzione si trasformano in oggetti, il mondo grafico smette di essere lo scenario dell’azione e diventa materiale a disposizione del personaggio. In poche parole: Felix non vive dentro il disegno. Usa il disegno.
Ottone ricorda che il personaggio nasce nel 1919 negli Stati Uniti con Otto Messmer, per lo studio di Pat Sullivan, modellato sulla figura di Charlot. Ma il passaggio forse più bello del suo breve scritto arriva alla fine, attraverso una citazione di Ub Iwerks, il padre grafico di Mickey Mouse: Felix, dopo aver conosciuto il trionfo, sarebbe sprofondato nell’oscurità, mentre un piccolo topo avrebbe preso il suo posto come favorito universale. È difficile non vedere, dietro l’ironia, una piccola parabola sulla storia della cultura popolare: anche l’immortalità dei personaggi di carta conosce vincitori e dimenticati.
Marcel Brion e la realtà fabbricata con una matita
Il cuore della plaquette è però Il gatto Felix ovvero la poesia creatrice, testo di Marcel Brion, apparso originariamente su Cinègraphie nel luglio 1928 e qui proposto nella traduzione di Annamaria Cautero, tratta da Griffithiana del dicembre 1986. Brion parte da un’affermazione formidabile: «Felix non è un gatto, è il gatto».
Il suo Felix è un super-gatto che abbandona il regno animale e raggiunge quello della fiaba. Ma soprattutto è un essere che non accetta la realtà che gli viene consegnata. Se gli occorre qualcosa, la crea. Un punto interrogativo può diventare un oggetto; due punti interrogativi congelati possono trasformarsi in pattini; un’insegna a forma di teiera può diventare una vera teiera dalla quale bere. È qui che la definizione di «poesia creatrice» diventa precisa. Felix non si limita a immaginare un’altra realtà: materializza l’immaginario. Il tratto di matita non rappresenta più qualcosa, ma produce qualcosa.
Brion arriva così a una distinzione sottilissima. Felix non è propriamente filosofo, e sarebbe assurdo caricarlo di un sistema; è piuttosto una creatura nella quale la logica infantile, quella poetica e quella del sogno coincidono. Non prende a prestito gli oggetti di cui ha bisogno: li fa apparire. Vive in un universo comune solo in apparenza, perché in realtà se ne costruisce continuamente uno proporzionato ai propri capricci.
Alla fine Brion gli riconosce un solo possibile rivale, Koko il clown di Max Fleischer. Ma ciò che distingue Felix rimane quella poesia strana, inquietante e insieme infantile che accompagna le sue avventure: un personaggio bidimensionale che sembra più vivo di molti esseri tridimensionali.
Un oggetto che non vuole diventare un libro
Ed è forse questo l’aspetto più interessante per il cacciatore di libri. La creazione poetica del gatto Felix non cerca di assumere le sembianze del libro importante. Non ostenta apparati, non si attribuisce un valore economico, non sembra neppure particolarmente interessata a essere rintracciata. È una plaquette destinata a circolare fra pochi amici, conoscenti, curiosi e complici.
Il progetto di Carlo Ottone sembra deliberatamente collocarsi in quella zona della microeditoria nella quale il numero delle copie conta meno dell’idea che le ha prodotte. La bibliografia, in questi casi, diventa quasi privata. Eppure proprio simili pubblicazioni possono diventare, col passare degli anni, piccoli problemi per il bibliografo. Tiratura non dichiarata, distribuzione praticamente inesistente, assenza dai normali circuiti commerciali, periodicità governata da un calendario patafisico: tutti elementi che oggi ne certificano la gratuità e domani potrebbero renderne complicata persino la ricostruzione.
Il paradosso è gustoso: un oggetto realizzato senza alcuna intenzione collezionistica possiede alcune delle caratteristiche che fanno impazzire i collezionisti. Non perché sia “raro” nel senso mercantile del termine. Sarebbe prematuro e, soprattutto, contrario allo spirito dell’operazione. Ma perché appartiene a quella editoria laterale che lascia poche tracce e che proprio per questo rischia di diventare invisibile.
Quisquiglie & Pinzillacchere
La pagina finale permette anche di intravedere il piccolo universo nel quale la plaquette si colloca. Prima di Felix sono usciti nel 2026 Taralì Taratà. Gesualdo Bufalino e il Jazz, L’Armonicismo e Una lettera di Beniamino Franklin sulla resistenza vitale delle mosche nel vino. Già la successione dei titoli vale come dichiarazione editoriale. Poi arriva Felix, numero 4. Stampato, naturalmente, nel mese di Phalle.
E sulla quarta di copertina compare un’immagine che sembra il suggello perfetto: un falso francobollo da 50 L., dedicato al Ponte della Ghisolfa, con un gatto nero, una A cerchiata e la scritta «Viale Monza at Precotto». Più che spiegare qualcosa, complica ulteriormente l’oggetto. E va benissimo così.
In fondo, la plaquette parla di un gatto capace di trasformare un punto interrogativo in ciò di cui ha bisogno. Sarebbe stato incoerente concluderla con una normale quarta di copertina.
La creazione poetica del gatto Felix è dunque una di quelle pubblicazioni che sarebbe sbagliato valutare chiedendosi quanto valgono. La domanda più appropriata è perché esistano. E la risposta, probabilmente, è: perché a Carlo Ottone piaceva l’idea che esistessero. Per una plaquette patafisica, può bastare. Anzi, è quasi troppo.


