"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Il sottotenente Kiže. L’assenza della presenza

 

di Carlo Ottone

 

– Dico a voi, ehi, paladino! – insisté Carlomagno – Com’è che non mostrate la faccia al vostro re?
La voce uscì netta dal barbazzale – Perché io non esisto, sire.
– O questa poi! – esclamò l’imperatore – Adesso ci abbiamo in forza anche un cavaliere che non esiste! Fate un po’ vedere.
Agilulfo parve ancora esitare un momento, poi con mano ferma ma lenta sollevò la celata. L’elmo era vuoto. Nell’armatura bianca dall’iridescente cimiero non c’era dentro nessuno.
– Mah, mah! Quante se ne vedono! – fece Carlomagno – E com’è che fate a prestar servizio, se non ci siete?
– Con la forza di volontà – disse Agilulfo – e la fede nella nostra santa causa! (Italo Calvino, Il cavaliere inesistente, 1959).

 

Nel romanzo di Calvino all’interno della iridescente armatura non c’è nessuno: la presenza dell’assenza. Nel racconto di Jurij Tynianov dal titolo Il sottotenente Kiže, pubblicato da Bibliotheka Edizioni, 2025, a cura e con una nuova traduzione dal russo di Francesca Tuscano, con una nota di lettura di Roberto Alessandrini, le parti si invertono: abbiamo l’assenza della presenza. La prima traduzione, in Italiano, del romanzo di Tynianov è con i tipi dell’Editoriale Sette, Firenze, 1984.

 

Jurij Nikolaevič Tynjanov (1894-1943) nato in una famiglia della borghesia ebraica russa, studiò all’Università di San Pietroburgo, dove conobbe Šklovskij ed Ėjchenbaum, con i quali fondò la Società per lo studio del linguaggio poetico, centro del Formalismo russo. Dal 1925 iniziò la sua attività nella narrativa e nel cinema; nel 1926 scrisse la sceneggiatura del Cappotto di Gogol’, nel 1934 quella del suo romanzo Il sottotenente Kiže, il film fu musicato da Prokof’ev. “Erano gli anni in cui i Formalisti scrivevano sopra il linguaggio del cinema“. Il formalismo russo è un’influente scuola di critica letteraria che si sviluppa tra il 1914 e il 1915 nell’Impero russo, in particolare nei centri culturali delle due principali città: l’Opojaz (“Società per lo studio del linguaggio poetico“, attiva dal 1917) di San Pietroburgo e il “Circolo linguistico di Mosca” (1914-1928). In realtà il termine formalismo viene coniato con intenti denigratori per stigmatizzare l’atteggiamento dei critici russi, volto a indagare l’aspetto puramente formale dell’opera letteraria, soffermandosi sull’organizzazione del sistema linguistico come sottolinea Ėjchenbaum, ne La teoria del metodo formale (1927).

Questa tipologia di studio tralascia intenzionalmente l’interpretazione contenutistica e la dimensione metatestuale dell’opera a favore di uno studio che ha come oggetto il prodotto letterario in sé. La stessa parola formalismo costituiva un’accusa tremenda, una condotta delittuosa nell’universo paranoico della Russia, sotto la dittatura di Stalin, non una deviazione dall’ideologia imposta, ma un vero crimine contro il “realismo socialista”. Il libro Il sottotenente Kiže fu pubblicato nel 1928 sulle pagine della rivista Kransaja nov’. ”Un copista maldestro compie due errori nello scrivere altrettante ordinanze da sottoporre alla firma di Paolo I, imperatore di Russia” . Come nota Roberto Alessandrini in Una lettera in più o in meno:

“L’errore di grafia […] è più grave dell’errore di ortografia, perché mentre il secondo si limita a sporcare la comunicazione, il primo rallenta e a volte la impedisce”.

Ma torniamo al maldestro scrivano, un ingranaggio della perspicace ottusità della burocrazia.

“Una persona in carne e ossa viene data per morta e un individuo inesistente (Il sottotenente Kiže) viene destinato a una favolosa carriera […] è lo zar Paolo I a firmare le due ordinanze che certificano ufficialmente due fatti mai avvenuti e che saranno ritenuti veri, per banali errori di scrittura, dalla conformistica società statale e dall’ottusa burocrazia militare. Quindi la cancellazione dai ranghi dall’esercito di un tenente la cui esistenza verrà completamente ignorata, e la parallela creazione di un ufficiale virtuale”.

Quel tenente farà una brillante carriera, avrà persino una moglie e un figlio (?), si ammalerà, morirà e sarà onorato con funerali di Stato alla presenza del sovrano il quale, quando il corteo funebre passò accanto al palazzo della zar, Pietro I lo salutò con la spada sguainata: “Mi muoiono gli uomini migliori”.

Come scrive Tynjanov:

“parodia della tragedia sarà la commedia (sia sottolineandone l’aspetto tragico, sia sostituendovi il comico), parodia della commedia può essere la tragedia”.

Una vicenda da una parte paradossale e dall’altra emblematica di un apparato, quello sovietico, ma può valere per qualsiasi realtà in cui vige la burocrazia ottusa e perspicace, a compartimenti stagni, dove non si comunica, dove ognuno era addetto al suo compito. “Tutti fingono di vedere ciò che non esiste” (Roberto Alessandrini).

 

 

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