Africa, amore mio… Spahis per sempre
di Livio Codato
Sgombriamo subito il campo da equivoci: Gino Mitrano Sani, militare e scrittore italiano, noto soprattutto come uno dei massimi esponenti del romanzo coloniale durante il periodo fascista, la cui vita fu strettamente legata alle esperienze belliche e alla presenza italiana in Africa (tenente, poi capitano e infine maggiore della cavalleria coloniale degli spahis in Libia e decorato sei volte al valor militare), fu un vero scrittore, il quale andrebbe rivalutato e riletto.
Fossi un editore, riproporrei la sua opera per intero. Non in tutte le pagine, magari, perché a volte appaiono cadute di stile, ma ci sono alcuni passaggi (poi ve ne daremo un paio di esempi) di alta letteratura, dai quali traspare una fine sensibilità e uno sconfinato amore per l’altrettanto sconfinato Continente nero.
Gino Mitrano Sani, figlio di un avvocato napoletano, nasce nel 1893 ad Alessandria d’Egitto. Tornato in Italia, si arruola diciottenne nella Cavalleria e nel 1911 parte per la guerra di Libia, dove rimane due anni. Al termine rientra a Napoli e frequenta l’Accademia Militare. Allo scoppio della prima guerra mondiale va a combattere sul Carso e viene decorato al valor militare. Fatto prigioniero nel 1917 a Caporetto, finisce in un campo di concentrazione tedesco. Dopo la guerra torna in Libia come ufficiale degli spahis, reparti di cavalleria irregolare impiegata come guardia di confine, e viene nuovamente decorato al valor militare dopo innumerevoli scontri e scaramucce contro le ribelli libici.
Nel 1926 pubblica a Tripoli il suo primo romanzo d’ambientazione africana: ….e pei solchi millenarii delle carovaniere…, Romanzo coloniale, Plinio Maggi (p. 259, prezzo lire dieci). Il titolo (tratto da una frase del romanzo e con caratteri spigolosi che alludono a quelli della lingua araba) e la copertina sono già di per sé spettacolari. Il romanzo, diviso in quattro parti (Aurìa, Verso le lontananze, L’incalzante destino, Ultima verba) che narrano le avventure militari, dal tono fortemente autobiografico, del tenente Genzini Gianaldo (alter ego di Mitrano Sani), e la sua storia d’amore con la quindicenne libica Aurìa , venne accolto con grande favore dalla critica e non solo.
Lo applaudirono nientepopodimenochè Amedeo di Savoia Aosta, Emilio De Bono, Luigi Facta, Cao Pinna (Ministro delle Colonie), Filippo Tommaso Marinetti, Alfredo Panzini, Raffaele Calzini eccetera. Valga per tutti quanto scrisse un ignoto giornalista su Il Giorno: “Domandiamoci: Ha l’Italia una letteratura coloniale? Dobbiamo, e ce ne dispiace, rispondere: No. Tentativi, sì, anche di noti scrittori, ma soltanto tentativi. Il nuovo romanzo coloniale di Gino Mitrano Sani è un brillante inizio del genere”.
La ricetta su cui si fondò il successo delle sue opere è semplice ma efficace: sesso/amore (vogliamo creare un neologismo? sessamore? amorsesso?) e guerra, in pari dosi. Niente di nuovo dai tempi dell’Iliade ma funziona sempre. Al di là del fatto che riflettono l’ideologia nazionalista e razzista dell’epoca fascista, le sue opere trattano sempre due temi: il “madamato”, ossia la convivenza tra coloni/militari italiani e donne indigene, e la repressione della guerriglia dei ribelli locali. Quanti ventenni di allora partirono volontari per l’Africa, pieni di speranze per le meravigliose avventure che li attendevano da soldati, ma soprattutto da amanti delle bellissime e selvagge femmine locali nate per il sesso sfrenato? Quale giovane inquieto si sarebbe trattato nella bigotta Italia di allora, a spendere la sua giovinezza a giocare al calcio balilla nei patronati delle parrocchie, o a sfilare in parata nei noiosi sabati fascisti, dopo aver letto un passaggio stuzzicante come il seguente, scelto tra i tanti che pepano la trama:
“Vidi la bellissima fanciulla. Procedeva svelta, con l’andatura snodata che han tutte le arabe, andatura che fa muovere procacemente le anche sotto i fianchi stretti da un lembo del barracano. I piedini scalzi, le caviglie sottili si muovevano elasticamente ed il petto vergine si scuoteva un poco… Portava in testa un cesto pieno di datteri secchi e lo sorreggeva con un braccio piegato ad anfora sì ch’io vedevo il concavo nitido dell’ascella…Oh come avrei voluto vivere con l’adolescente meravigliosa, per poterla trarre sotto la mia tenda ed impadronirmi di quel corpo che la caldura pareva disfare, e baciare quella bocca dalle labbra tanto rosse… Bella, bella, bella! Ove l’avrebbe gettata il destino? Avrei ancora vista? Chi avrebbe presa quella verginità? Quale brutale straccione l’avrebbe fatta sanguinare?”.
Forse si sarà già capito come poi andranno le cose… Ma, a parte l’erotismo esotico che caratterizzerà tutte le sue opere, nel protagonista (e quindi nell’autore, tanto carichi di autobiografismo sono l’intreccio e lo spirito del romanzo) si manifesta la crisi identitaria di un giovane sospeso tra due mondi, alla ricerca di se stesso; ciò che contrasta spiccatamente col vitalismo fascista e fa pensare piuttosto a quello chiaroscurale dannunziano. Il giovane ufficiale, alle prese con i fondamenti dell’esistenza stessa, l’amore e la morte, si trova interiormente scisso da un dilemma esistenziale che lo rende un tipico antieroe d’inizio secolo e perciò moderno in partenza, qualsivoglia siano poi le imprese che riuscirà a compiere in campo militare e amoroso. Sentite l’inizio del romanzo e la fascinazione che esercita con pochi tratti di penna lo scenario sullo sfondo della terra tripolitana:
“Suani el-Kerdi. Pozzi sperduti nella “gefara” morta. Il sole saettava orendo. Cento cavalli immobili, poche “zeribe”. Chi ero? Che facevo? Esisteva il mondo? Ov’ero? Ero vissuto, prima, altrimenti o ero sempre stato tra quelle sabbie, sotto quel sole?”.
Già le prime righe valevano le dieci lire (oggi sarebbero circa 10 euro) ea tenere desta l’attenzione sulle sue future opere, che infatti non tardarono a uscire ea mietere ulteriori entusiastici consensi.
Tornato in Italia e congedato, Mitrano Sani si dedica alla narrativa a coloniale e nel 1928 pubblica Malati di Sud. Profili e bozzetti su sfondo africano , Napoli, Trinchera (p. 241, L. 10). Si tratta di una raccolta di 21 racconti o memorie delle proprie e altrui imprese e dis-avventure belliche in terra d’Africa, divisi in quattro sezioni: Profili su sfondo africano; …soldati di colore; …leggenda; …ed altri racconti. Le vicende realmente accadute si snodano tra il novembre del 1922 e il maggio del 1926, e propongono le avventure e il sacrificio di tanti eroici personaggi italiani ei loro meharisti. Un volume in tono minore, interessante testimonianza su episodi di guerra e dintorni nelle terre d’Africa, ma nella prefazione Gino scrive pagine davvero memorabili intese a spiegare il titolo dell’opera. Tra le altre, queste poche righe:
“Si parte per l’Africa, si ha tutta la buona intenzione di ritornare per l’epoca stabilita, ci si rassegna al destino di quei pochi anni da passare laggiù, ma quando si è per tornare ci si accorge che il male d’Africa, il male del sole è già nel sangue, ci ha presi, ci ha attanagliati e non si sa più pensare alla vita “qualunque”, alle caserme linde, alle città cosmopolite, agli uomini, ai uomini che fan ressa per le strade insufficienti, per i marciapiedi ove il marciume e gli affarismi, l’ozio e la vacuità sono con i loro egoismi… Forse si rimane in Africa perché quando la vita divien ricordo è più bella; forse perché quando son divenuti nostalgia anche i dolori ci sono cari forse perché quando si è soli con noi stessi, innanzi all’infinito, sorgono dal nostro intimo i pensieri più buoni e gli egoismi se ne vanno e si dimenticano gli arraffamenti, le fatiche improbe pel bisogno quotidiano d’una; vita effimera e forse; nel rischio dell’ignoto, il trovarsi di continuo la morte accanto non ci fa temere più la morte stessa; forse… non lo so, il certo è che il “male del sud” esiste e quando è in noi non v’è più rimedio…”.
Tre anni dopo esce La reclusa di Giarabub. Romanzo di un “meharista”, Milano, Alpes , 1931, pp. 307, con la prestigiosa prefazione di Filippo Tommaso Marinetti. Il romanzo narra l’intricata storia d’amore tra un ufficiale italiano, Marcello De Fabritiis e Meriem bent Sciaib, una ragazza turca vissuta ed educata in Italia. Dopo la prefazione di Marinetti (su cui torniamo), compare una lettera di ringraziamento al capitano Adolfo Villari, il quale compare anche come personaggio nel romanzo. In questa dedica Mitrano Sani denuncia apertamente il carattere biografico della storia:
“Con la tua voce pacata mi raccontasti volta per volta, a brani, con pause lunghe, questa storia d’amore che io qui ho chiamata “La reclusa di Giarabub”. Tu sai che sotto il nome di Marcello de Fabritiis si cela il comune amico dei bianchi Lancieri di Novara; tu sai chi sono Mariem bent Sciaib, il Capitano Ferrante…”.
E più avanti: “Infiniti sono i casi della vita e (oh, quante volte) spesso più strabilianti, più dolorosi, più meravigliosi di tanti scritti. Chi non ha il romanzo della “sua” vita?”. Lasciamo al lettore il piacere di andare a vedere come andranno le complicatissime vicende di questo tormentato amore e affidiamo al grande fondatore del Futurismo il compito di dilettarci con la sua stimolante prefazione:
“Credo compito patriottico incoraggiare lo sviluppo della letteratura coloniale. Questa serve magnificamente ad allenare la razza nostra ad un sempre maggiore slancio di avventura esplorazione conquista e “record” temerario. Il capitano Mitrano ha sugli altri scrittori italiani africanisti la superiorità che gli viene dalla sua lunga carriera di comandante “spahis” abituato alle tristezze e alle disperazioni del deserto. Infatti il suo Romanzo “La reclusa di Giarabub” contiene il fascino delle infinite dune di sabbia. […] “La reclusa di Giarabub” che spesso presenta delle belle velocità sintetiche di stile futurista ha la virtù di dare immediatamente al lettore la passione per l’Africa e lo slancio verso il Sud dei meharisti […] Ne consiglio la lettura tutti i giovani fascisti”.
Nel capitolo intitolato Addii la pagina iniziale è un vero e proprio manifesto ideologico del “madamato”:
“Addio Tazennit, serva, schiava, amante, corpicino perfetto, fonte di ebbrezza… […] adolescente precoce, sempre pronta al caldo piacere… Tanzennit. Una schiava, invece, la femina di un “rumi” [nell’ambientazione libica e nella letteratura orientalista dell’epoca, “rumi” è un termine esotico derivato dall’arabo che indica lo straniero europeo, il cristiano o, più in generale, l’infedele alla fede islamica], d’un infedele E che poteva ella fare, la povera schiava, se non offrire quel suo bel corpo, la sola ricchezza datale da madre natura? l’uomo combatte ed è coraggioso per meritare in premio il seno giovane e bruno d’una vergine su cui posare il capo tra una razzia e un combattimento… Addio, Tazennit, femina di “tuaregh”, amante di un “rumi” da te non maledetto perchè tu non sapevi di religioni e di razze… Tazennit, che bella cosa la schiavitù se ti metteva al di tua sopra delle convenzioni degli uomini!”.
Trascorrono altri due anni e viene pubblicato Femina somala. Romanzo coloniale del Benadir, Napoli, Dekten & Rocholl, 1933, pp. 272. All’occhiello, alla voce Opere di Gino Mitrano Sani, confronta il progetto editoriale dell’autore che riunione tutte le sue opere (e una a venire) nel Ciclo dell’Impero d’Italia così concepito: Tripolitania: … e pei solchi millenariii… Romanzo d’uno spahis. Editore Plinio Maggi – Tripoli, 1926. Cirenaica: “La reclusa di Giarabub” – Romanzo d’un “meharista” – Edizioni Alpes – Milano, 1931. Eritrea: “Mariam Scioaitù” – Romanzo di Adua.In preparazione [non venne mai pubblicato]. Somalia: “Femina somala” – Romanzo – Edizioni Detken e Rocholl, Napoli, 1933.
La trama si svolge come un lungo flashback tra un prologo e un epilogo. Siamo a Trieste, il 15 aprile 1930, quando il tenente colonnello Ettore Andriani riceve da un imprecisato Ministro (nel 1930 il Ministero delle Colonie era presieduto da Emilio De Bono ) l’incarico di diventare Capo di Stato Maggiore del regio Corpo Truppe Coloniali della Somalia. Ettore inizialmente avrebbe voluto rifiutare, ma il senso del dovere e della patria lo spingono ad accettare e decide di ritornare in Somalia quattordici anni dopo esserci stato da giovane ufficiale. Nel prologo lo vediamo alle prese con i suoi dubbi, la partenza per Roma, poi il viaggio fino a Mogadiscio, ma soprattutto con i suoi struggenti ricordi di guerra e di amori che costituiscono la trama.
Il romanzo è diviso in sei parti (Il richiamo della lontana [prologo]; Esasperazione di bianco; “Redde rationem”; L’odissea di Elo; Apoteosi del nero; Il ritorno del pioniere [epilogo]) e narra del capitano Ettore Andriani, di stanza in Somalia nel 1916, il quale ha trent’anni e dovrà vedersela con i ribelli somali ma soprattutto con due donne: la bianca Meta Bauer e la nera Macaja o Elo la Migiurtina. Nel prologo, al momento d’intraprendere il viaggio per nave verso la Somalia, lasciando le sponde dell’Italia, il quarantaseienne tenente colonnello Ettore Andriani è colto da un sentimento di disincanto sulle sorti dell’Europa. Prima di riportare il brano, facciamo presente che il romanzo venne stampato il 24 giugno 1933, cinque mesi dopo l’inizio del cancellato di Hitler, 15 anni dopo la fine della prima e sei anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Quando si parla di venti di guerra che spirano da lontano e qualcuno, più recettivo di altri, ne percepisce l’arrivo:
“E s’arrampicò sulla nave dondolante e con essa si staccò dalla sua Patria, dalla caotica Europa che s’illudeva ancora di dominare il mondo, dall’Europa che bagliori d’incendio, furori d’uragano avevano scossa, dilaniata, nel sommovimento dei popoli scatenati l’uno contro l’altro, dall’Europa ora tutta queta, come quel mare mosso dalla brezza, per l’ordine delle cose che era nel suo fittizio ed imposto equilibrio, fino al nuovo sommovimento, fino alle nuove ondate umane, fino alla nuova conflagrazione che sarebbe cominciata come sempre, con focherelli qua e là e che sarebbero poi divampati ancora in bagliori d’incendio e furori d’uragano…”.
Questo il miglior Mitrano Sani; poi, inevitabilmente, l’autore non si esime dalle sollecitazioni erotiche[si legge l’incipit della prima parte, laddove, dopo il titolo Esasperazione di bianco compare il sottotitolo dal sapore programmatico Lezioni di nudo e voci di guerra, e la seguente prima frase: “I seni per esser perfetti devono essere tali che un’orizzontale immaginaria che passi per i capezzoli…”] e anche dall’afflato celebrativo delle glorie italiane e fasciste: “… gl’italiani ove vanno, in ogni terra del mondo, lasciano l’impronta dei discendenti di Roma Ove il Littorio s’innalza, la tricolore che le è accosto non s’ammaina più e protegge con la sua ombra, incita con i suoi colori, i lavoratori curvi sul lavoro”.
Ancora otto anni e addio all’Africa Orientale Italiana e, come l’Impero, anche Gino Mitrano Sani si congeda dalla storia e scompare per sempre.
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