"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Dieci anni fa, un secolo, pochi istanti

 

di Simone Berni

 

19 febbraio 2026. Dieci anni dopo, l’immagine più onesta che riesco ad avere di Umberto Eco è quella di un uomo che si infastidiva sinceramente per il fatto che qualcuno, al Cairo, avesse osato intitolare la versione pirata del suo capolavoro non con un dotto latinismo, ma con un volgare Sesso in chiesa. ​
Non gli dava fastidio la pirateria in sé, che pure significava zero diritti d’autore; lo irritava il dettaglio sbagliato, lo scarto semantico, la dissonanza tra l’abbazia e la “chiesa” da rotocalco, tra l’idea di un romanzo-mondo e la riduzione a fotoromanzo erotico. ​
Questa è forse la cosa più universale che ho imparato da lui: non temeva il fraintendimento, lo studiava; ma quando il fraintendimento diventava banalizzazione, allora scattava il semiologo, quello vero, che non amava le scorciatoie. E che non le mandava a dire. ​

Quando Eco entra per la prima volta nel mio piccolo teatro personale, lo fa con una “Bustina di Minerva” che, per me, ha avuto l’effetto di un colpo di pistola sparato in una stanza d’albergo. Un giorno mi telefonano per dirmi che sull’«Espresso» Eco ha scritto il mio nome, ha citato A caccia di libri proibiti e Libri scomparsi nel nulla, e ha commentato con una frase che ti resta addosso come una cicatrice: “leggendoli, talora nasce il sospetto che molti di questi libri abbiano meritato di scomparire”.
​Per chi si occupa di libri scomparsi, essere “travisato” da Eco è il massimo: significa essere entrati nel suo laboratorio, finire sul vetrino, sotto il microscopio; significa diventare materiale di studio, non folklore da convegno. Insomma, una bella storia da raccontare ai raduni scout attorno al fuoco.

​Anni dopo, in Avventure di un cacciatore di libri, ho provato a raccontare quell’incontro non come un santino, ma come l’inizio di una relazione asimmetrica: io a misurarmi con il suo sguardo clinico, lui incuriosito da una figura – il “cacciatore di libri” – che forse sentiva vicina a certe sue fantasie romanzesche, da Lucas Corso in giù. ​Da quell’incontro nasce la storia che oggi tutti ricordano come se fosse un apocrifo, e che invece è semplicemente vera: Eco che commissiona la caccia a un’edizione pirata egiziana de Il nome della rosa, stampata in arabo sul finire degli anni Novanta e mai ufficialmente riconosciuta dal suo editore.
​Per anni la cerco chiamandola, come lui, “Sesso nel convento”; cerco monasteri, abbazie, conventi tradotti in mille modi, convinto che il problema sia la geografia sacra, non il sostantivo sbagliato.
​Il paradosso è che il semiologo più famoso d’Italia e un cacciatore di libri specializzato in titoli fantasma si trovano impantanati nello stesso errore di traduzione, nella stessa parola spostata di una navata: non convento, non monastero, ma chiesa.​

Quando finalmente, una notte del 2023, restringo la ricerca a una griglia impresentabile – “Umberto Eco sesso libro”, come ho raccontato già – il libro appare, con la copertina blu, una chiesa in primo piano e una figura femminile che sembra uscita da una locandina di un film d’exploitation. Il titolo, tradotto dall’arabo, è inequivocabile: Sesso in chiesa.

A quel punto il gioco è tutto nel trasformare il pixel in carta: un negozio di libri usati al Cairo che non spedisce all’estero, un amico egiziano, Maged, e la sorella Soheir, che per lavoro compra volumi per l’università, un corriere distratto che rischia di consegnare il pacco alla persona sbagliata. Ma niente paura. Il giorno in cui il libro arriva tra le mie mani – lo ricordo anche nel capitolo Sesso in chiesa per Umberto Eco – scopro che è il 30 settembre, data gemella di quella della prima edizione Bompiani del 1980: le coincidenze non fanno testo in tribunale, ma hanno un peso enorme nelle leggende private dei bibliofili.

Eco, però, non c’è più.

È morto pochi mesi prima che io riuscissi a vincere la partita che lui stesso mi aveva messo in mano, e questo è un dettaglio che i giornali non amano ricordare, perché incrina la narrativa dell’intellettuale onnipotente. ​In questo ritardo c’è un’altra verità su Eco, più scomoda ma più utile di tanti encomi: il suo rapporto con i libri non era quello del collezionista che vuole possedere tutto, ma del giocatore di scacchi che vuole verificare un’ipotesi, vedere se una leggenda resiste alla prova del reale.

​La pirateria non lo irritava, come detto, ma ammetteva che quello era un pezzo di discorso che gli sfuggiva di mano, un uso della sua opera fuori dal controllo dei paratesti, del sistema di rimandi, delle note, tutta quella macchina di segni che era il suo habitat naturale.

Nel mio libro, a un certo punto, Racconto la querelle con Costas Socratous, lo scrittore cipriota che accusò Il nome della rosa di essere un plagio del suo romanzo Lo scomunicato del 1964.
​Eppure, anche lì Eco non si comporta come la vittima risentita, ma come il giurista di se stesso: lascia che a parlare siano le corti e le tradizioni narrative, si fa processare come un personaggio dentro il suo stesso sistema di rimandi, accetta che altri usino le sue teorie per smontarlo, salvo poi uscirne assolto. Due volte. E non è dettaglio. È un tratto che chi oggi lo celebra tende a censurare: la disponibilità a farsi oggetto della stessa chirurgia concettuale che lui praticava sugli altri.

​In questi giorni, oggi stesso, molti ricordano Eco come “il professore che spiegava tutto”, il divulgatore che poteva parlare di San Tommaso e di Sanremo, di Joyce e di James Bond, con la stessa apparente leggerezza. Ma la sua vera eredità, vista dal punto di osservazione scomodo di chi fruga nei cataloghi e negli archivi, è un’altra: Eco ha reso legittimo occuparsi delle zone d’ombra del sistema librario, delle edizioni pirata, dei falsi, dei plagi, dei titoli apocrifi, non come gossip ma come sintomi, alla ricerca perpetua dei mali che vi si annidano. O, perché no!, di nuovi filoni del sapere e della conoscenza che da quelli dipartono.

​Il mio lavoro di cacciatore di libri – lo dico con gratitudine e senza reverenze – esiste anche perché lui ha sdoganato l’idea che il libro non sia solo l’oggetto nobile che si espone in vetrina, ma anche il residuo, il refuso, la copia sbagliata, la traduzione infedele, il “Sesso in chiesa” nato magari da un assistente maldestro che ha tradotto male “al volo”.​

Quando su questo stesso blog ho raccontato, passo dopo passo, la storia di quella caccia, non ho scritto un articolo su Eco in quanto monumento; ho scritto un pezzo su Eco in quanto utente avanzato del sistema libro, uno che sapeva perfettamente che tra un romanzo bestseller e il suo fantasma pirata si gioca una partita simbolica. Gli piaceva – eccome! – che esistesse là fuori una versione clandestina del Nome della rosa, ma non poteva accettare di non averla vista, studiata, “neutralizzata” con un capitolo del biografo Contursi o con una nota di bibliografia annotata.

La mia copia, arrivata tardi, non è solo una riparazione sentimentale verso di lui; è un promemoria per tutti noi: nessun autore, neanche il più lucido dei semiologi, controlla davvero la vita dei propri libri. Eco ci ha quindi insegnato che il mondo è fatto di testi e che viviamo in una foresta di segni; la sua vicenda con Sesso in chiesa ci ricorda che, in quella foresta, persino il cartografo più esperto può perdersi.
​Lo si vede bene anche nelle cose piccole, apparentemente marginali, come la sua ironia sul mio mestiere: per lui il “cacciatore di libri” era insieme una figura romantica e un utile disturbo del sistema. Romantica, perché rimette in scena l’archetipo dell’esploratore – tra biblioteche, mercatini, archivi – che lui aveva mitizzato nei romanzi; disturbante, perché la caccia ai libri proibiti, ai testi scomparsi, ai casi editoriali controversi, mette alla prova i confini giuridici e morali del campo, come dimostrano i capitoli del mio libro su plagi reali o presunti.​

Se oggi, a dieci anni dalla sua morte, tutti lo celebrano come “il grande semiologo”, io preferisco ricordarlo come l’uomo che, parlando con me in una libreria, non ha perso tempo a spiegarmi per l’ennesima volta la semiotica, ma si è messo a raccontare una storia di traduzioni sbagliate, pirati editoriali e titoli indecenti. ​

Come tutti i grandi, Eco è stato sovra interpretato, canonizzato e semplificato; il modo migliore per rendere giustizia alla sua complessità è continuare a fare ciò che lui faceva con i libri degli altri: leggerlo controcorrente, andare a cercarlo nei margini, nelle note a piè di pagina, nelle vicende laterali che sfuggono alle commemorazioni ufficiali.

​La mia minuscola storia con lui – un nome in una Bustina, una caccia bibliografica, un libro arrivato troppo tardi – vale zero in confronto a quella di chi l’ha avuto come professore a Bologna o come autore di riferimento su una tesi: è un frammento, un segno tra i segni. Un niente che però ha il suo significato. ​Se Eco ci ha lasciato un compito, non è quello di ripeterne le formule, ma di continuare a inseguire, con un misto di ostinazione e ironia, le copie che mancano all’appello, i dettagli che non tornano, le editiones spuriae che mettono in crisi il racconto edificante che amiamo fare di noi stessi e dei nostri libri.

​Possiamo ancora dialogare con lui. Smettiamo di portargli fiori virtuali. Specialmente oggi.

 

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