La strada, la ferrovia, la vita errante
di Carlo Ottone
I suoi cantori furono Herman Melville, Jack London e Woody Guthrie, passando da Jack Kerouac a Bob Dylan, fino a Easy Rider; oggi possiamo annoverare tra questi cantori anche Jim Tully (1886-1957), grazie alle edizioni El Doctor Sax. Beat & Beats, per la prima volta è tradotto in italiano Beggars of Life (1924), con la traduzione di Gabriele Nero e Francesco Melchiotti, con il titolo Affamati di vita.
Va detto che questa edizione colma un vuoto nella bibliografia italiana di Tully, è la prima volta che viene pubblicato in Italia un suo libro, nel Sistema Bibliotecario Nazionale si trovano tre libri di Tully: due in inglese e uno in francese!
Questo lavoro ci fa conoscere la personalità di Tully, vagabondo negli anni giovanili un hobo, slang che sta per vagabondo, “un ragazzo della strada che sopravvive ai margini della società attraversando paesaggi e città degli Stati Uniti”, di questa parte della sua vita le racconta in Affamati di vita, che Tully considerava le sue Memorie del sottosuolo.
Nel testo troviamo anche, per la prima volta, il termine punk, usato con il significato di emarginato o delinquente, ben prima di diventare il nome del movimento controculturale degli anni settanta del secolo scorso. ”Non sono mai riuscito a capire l’origine della parola punk. Anni dopo, in ambienti ben più rispettabili, quando la sentivo pronunciare, provavo ogni volta una specie di scossa, come se stessi ascoltando un vescovo che bestemmiasse a voce alta, o che dicesse cose intelligenti”.
Cresciuto nel Midwest americano viene considerato pioniere del romanzo hard-boiled, genere che mette al centro della narrazione gli ultimi, raccontati attraverso un realismo privo di moralità, spietato nell’esplorare il lato oscuro della vita, ma con risvolti poetici. Fugge dall’Orfanotrofio di Saint Joseph, dove aveva avuto modo di leggere e apprendere i primi rudimenti della scrittura, per diventare “un autentico vagabondo. Non uno di quei giovani di buona famiglia che decidono di avventurarsi nel mondo per assaporare l’asprezza della vita, prima di tornare alle loro esistenze privilegiate” cita, tratto da Evening Star, 22 febbraio 1925, nella sua prefazione Gastón Gorga.
Per Tully, come per Jack London, la letteratura deve essere connessa con l’esperienza di vita e nelle pagine di Affamati di vita ne scorre molta attraverso i lunghi viaggi sui treni, sui vagoni merci in compagnia dei suoi compagni di vita, uomini che non avevano più nulla da perdere, in alcuni casi neanche la dignità, tra la disperazione degli ultimi, la violenza spietata e cruda nella lotta per la sopravvivenza.
“La vita e ciò che suscita compassione mi interessano più della letteratura. Ogni essere umano è una storia senza fine”, nella scrittura di Tully non vi è autocommiserazione, perché “è una delle cose che un giovane hobo impara a scartare molto prima di altri uomini che navigano nelle acque tranquille della vita”.
Il vagabondaggio porterà Tully a…Hollywood, perché questo viaggio finirà sulla costa ovest degli Stati Uniti dove l’autore si fermerà fino alla fine, legata al rutilante mondo Hollywoodiano e al cinema, nel 1928 Beggars of Life diventerà un film con la regia di William Wellman. Divenne assistente e sceneggiatore di Charlie Chaplin, con lui firmò la sceneggiatura de La febbre all’oro (1925). A Hollywood divenne cronista, per Vanity Fair e Photoplay, della vita nella mecca del cinema americano, dove “ la sua solita brutale schiettezza” che gli valse il soprannome di “uomo più odiato di Hollywood”.
L’attività di cronista era conosciuta anche in Italia, in un articolo pubblicato sul «Corriere della Sera» il 10 novembre 1931, dal titolo Nell’anticamera dell’illusione, è citato per “la famosa serie di articoli comparsa due anni fa su Vanity Fair”. Sul periodico pubblicò anche un articolo sulla storia del pugilato negli States, perché tra le varie attività che svolse fu anche un pugile, oltre a forgiatore di catene, circense.
Nel crudo racconto di Affamati di vita vi sono anche pagine di poesia, la sua origine irlandese (aveva i capelli rossi) viene a galla. “Mille narratori irlandesi si risvegliarono in me” perché sulla strada si potevano ammirare “I colori (che) sfumarono a Ovest. La luna si alzò, una massa immensa e gialla, grande come il sole del mattino”, nel racconto si trovano altre “visioni” poetiche. Nella sua esperienza tra gli ultimi incontra anche un visionario che gli raccontò una storia, una sua versione della genesi.
“Vedi quelle stelle lassù? Ce le ho messe io. Un lavoro davvero ben fatto. Ho conosciuto Dio quando era ragazzo…ho lavorato con lui undici secoli per montare il cielo… abbiamo usato due oceani di colla per incollare le stelle…quando non lavoravamo, però, ci divertivamo. Conoscevamo un sacco di angeli femmine che venivano a volare con noi sulle nuvole”. “Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle”.(Jack Kerouac, On the Road).
C’è anche un incontro, che ricorda con affetto con una donna, Edna:
“era bellissima. I suoi capelli splendevano al sole biondi come seta di grano. Gli occhi erano di un marrone profondo e vivido, in contrasto con i capelli biondi che spesso portava sciolti lungo la schiena. Era snella e si muoveva con la grazie di un cerbiatto. Aveva un indubbia carica erotica…Edna non aveva mai letto un libro, che io sappia, sebbene io le leggessi copie economiche di Saffo e Camille, e più tardi Dal Salone da ballo all’inferno, opera di chissà quale scrittucolo…aveva un dono particolare: il dono della meraviglia. Si meravigliava di tutto: del sole e della luna, del perché il mondo fosse tondo, di come fossimo finiti qui, di chi fosse il padre di Dio”.
Jim Tully in Affamati di vita ricorda il suo vagabondaggio con un senso di “pietà per gli emarginati dalla vita (che) è simile all’amore, e allo stesso tempo il mio disprezzo è simile all’odio, perché ognuno di loro rappresenta la sconfitta di un’infanzia negata” .
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