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La Repubblica di Eugenio Scalfari, di Alessandro Pugliese (Verona, Gingko, 2019)

Si fa notare nelle librerie e sul web il nuovo libro delle Edizioni Gingko di Verona, La Repubblica di Eugenio Scalfari, di Alessandro Pugliese. Intanto due parole sull’autore. Alessandro Pugliese (nato nel 1977) è il fondatore della casa editrice Gingko di Verona. Raffinato editor, curatore e traduttore. Ha all’attivo vari romanzi tra cui, in corso di pubblicazione, Da Timisoara al paese dei sogni, per Il Ciliegio Edizioni.

Il saggio attuale è una ricerca storica alle radici del secondo quotidiano nazionale, La Repubblica. Si può proprio dire che questo quotidiano, nato come un progetto a tavolino, e poi “sfuggito di mano” ai suoi stessi creatori, è parte della nostra storia. Ha caratterizzato l’informazione, la politica e la cultura degli ultimi decenni italiani. Originatosi dalle idee e dal genio intuitivo di un uomo, Eugenio Scalfari, il giornale ha poi vissuto vita propria in una fase esaltante della nostra politica, ma anche avvilente della cultura, con l’arrivo di internet, dei social network e del mondo digitale.

Oggi viene difficile immaginare che il progetto iniziale era quello di mettere in piedi un giornale per pochi, per la classe dirigente. Un foglio apolide, decolorato e di pura informazione di settore. Insomma, tutto il contrario di quello che Repubblica è poi diventato negli anni. Ma i grandi progetti della storia sono quelli che si piegano e si modellano nel crescere, che si adattano ai tempi, non quelli che pretendono che i tempi si adattino a loro. Quelli sì che sono destinati a sparire in fretta.

La Repubblica doveva essere un giornale non giornale. Senza annunci economici, senza le pagine che la gente si aspettava da un quotidiano, la posta, la lista dei cinema, le rubriche, i necrologi, la cronaca locale. Doveva essere una specie di bollettino d’agenzia, però nobilitato da una grafica e da un’impostazione da giornale.

Ma questo quotidiano era innanzi tutto il suo direttore, fondatore ed anima, Eugenio Scalfari. Un direttore che invitava i giornalisti a fare il loro lavoro con coscienza e consapevolezza. Li invitava a leggere, a formarsi idee proprie – ma poi non “vendersi” a quelle idee – a mantenere un cuscinetto di sicurezza tra quello che pensavano e quello che le cose che accadevano dicevano loro. Insomma, il giornalista fa il giornale. Non viceversa. È anche vero il contrario, però. Da allora quel giornale ha fatto molti giornalisti.

La Repubblica fu un giornale che non ebbe padrini politici. Almeno non subito e non in chiave diretta. Il lettore veniva vista come il vero padrone. Quel lettore che comprava il giornale, lo sfogliava, lo leggeva (forse) e poi a metà giornata lo buttava nel primo cestino che incontrava. Questo dà l’idea del mestiere. Il giornalista non si deve sentire Dio. Deve essere consapevole, sempre, che il suo lavoro finisce nella carta straccia. Ma raggiunge anche zone del cervello altrui che non ci è dato sapere, dove darà i frutti più impensati. O non li darà. Creando (forse) dittatori o benefattori dell’umanità. E questo non è dato saperlo con anticipo. Per fortuna.

Comprate questo libro nelle librerie indipendenti o sul web, nel sito della casa editrice. Forse aspetterete un giorno o due in più, ma l’attesa è quella cosa che ha un nome e anche una forma. Quella cosa che, se ci pensate, è una parte del piacere che andate ricercando. Non perdetela.