"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

L’Italia gotica e romantica di Mary Shelley

 

di Domenico Cammarota

 

Mary Shelley / Racconti italiani / Roma, Bibliotheka edizioni, maggio 2026. In 8°, pp. 168. € 16,00. Traduzione di Giulia Di Biagio.

Mary Shelley adorava letteralmente l’Italia, che per lei non era solo una semplice denominazione geografica, come per il cancelliere Klemens von Metternich, e nemmeno il luogo d’elezione comune a tutta una vasta genìa di aristocratici rampolli alla ricerca degli intellettualistici piaceri del Grand Tour, bensì un preciso spazio simbolico dentro cui amava rappresentare le proprie pulsioni interiori. Un palcoscenico antropologico dove mettere in scena situazioni e personaggi riflettenti passioni e timori della sua tormentata esistenza, in un laboratorio letterario a metà strada fra realtà e finzione, fantasia e passione, sentimento e ragione. Ne fanno fede questi cinque racconti che ora vengono raccolti nella collana dei Classici Bibliotheka in un’antologia sotto il titolo comune di Racconti italiani, un titolo inesistente nella bibliografia dell’autrice e tuttavia necessario per inquadrare logicamente questo particolare aspetto della produzione letteraria di Mary; anche se qui bisognerà inevitabilmente ricordare ai benemeriti editor di Bibliotheka, che questa antologia, pur notevole e anzi necessaria, non esaurisce certamente la produzione in tema della Shelley, dato che sui 23 racconti superstiti della scrittrice, la massima parte, ben 14, sono ambientati in Italia, mentre questa antologia ne presenta solo 5, praticamente solo un terzo…

Quindi, nella speranza di vedere presto tradotti e presentati in seguito anche altri due volumi di questi notevoli Racconti italiani, ricostruiamo qui in ordine cronologico tutta la lista completa di queste novelle ambientate in Italia: 1) Valerius: the reanimated Roman (1819); 2) A Tale of the passions (1822); 3) The bride of modern Italy (1822); 4) Recollections of Italy (1824); 5) Roger Dodsworth (1826); 6) The reanimated Englishman (1826); 7) The sisters of Albano (1828); 8) Ferdinando Eboli: a Tale (1828); 9) Transformation (1831); 10) The Pole (1832); 11) The brother and sister (1832); 12) The trial of love (1834); 13) The Helder son (1834); 14) The heir of Mondolpho (1877, postumo).

Della nostra lista, l’antologia ottimamente tradotta con fedeltà storica e sensibile acribia da Giulia Di Biagio, presenta solo nell’ordine i numeri 3), 10), 13), 6), 14); e ricordiamo comunque che oltre alla narrativa breve, l’ambientazione italiana era presente anche in tre dei suoi romanzi, ossia nel gotico e romantico Valperga, or the Life and Adventures of Castruccio, prince of Lucca (1823), e nel distopico e fantascientifico The Last Man (1826), ambientato tra i Campi Flegrei e la Grotta della Sibilla di Cuma. Il terzo romanzo avente a che fare con l’Italia è il celeberrimo Frankenstein, or The Modern Prometheus. E qui occorrerà fare una digressione, e focalizzare la nostra attenzione su un particolare periodo storico vissuto dai coniugi Shelley – Mary e suo marito Percy Bysshe – a Napoli. E’ il 1° dicembre 1818, e la coppia di scrittori, reduci da un disordinato peregrinare per l’Italia, giungono a Napoli, prendendo alloggio al terzo piano d’un palazzo alla Riviera di Chiaia n. 250, che doveva essere situato più o meno all’altezza di dove è ora la statua in memoria del generale Cosenz, visto che in alcune sue lettere successive Mary descrive che affacciandosi al balcone vedeva l’entrata della Villa Reale (ossia la Villa Comunale di oggi) proprio dirimpetto ed anche il mare sullo sfondo, dato che all’epoca la colmata non era stata ancora eseguita e che quindi la spiaggia e le acque si addentravano molto più nell’interno. Il 27 dicembre in quella casa nasceva una bimba a cui fu poi imposto il nome di Elena Adelaide Shelley, registrata due mesi dopo il 27 febbraio 1819 nel registro parrocchiale della Chiesa di Vico Lungo a Montecalvario come figlia appunto di Percy e di Mary Shelley, e qui inizia il mistero per certi versi irrisolvibile, a cominciare dalla domanda spontanea che sorge per prima, ossia: come fu possibile che il registro parrocchiale d’una chiesa cattolica in uno stato così fortemente reazionario come quello borbonico del Regno delle Due Sicilie, accettasse di registrare la nascita e quindi il battesimo d’una bambina figlia d’una coppia di noti atei e protestanti? Inoltre subito dopo aver registrato la nascita di questa supposta loro figlia, i due abbandonarono in tutta fretta Napoli per altri lidi, in quanto una coppia di loro domestici infedeli, ossia la governante svizzera Elise Duvillard ed il cameriere napoletano Paolo Foggi, divenuti amanti, avevano pensato bene di ricattarli per una ingente somma, minacciando di rivelare alle autorità che la figlia denunciata in realtà non fosse il prodotto della loro unione ma bensì il frutto illegale d’un rapporto adulterino consumato tra Percy e la governante, o addirittura tra Mary e il cameriere, quest’ultima ipotesi completamente campata in aria considerando la morale di Mary, e perché anche volendo la cosa non sarebbe stata cronologicamente possibile, considerando il troppo poco tempo passato tra la venuta degli Shelley a Napoli e la nascita della bambina, meno di un mese… Una ipotesi molto più realistica potrebbe essere quella che la sventurata Maria Adelaide fosse in realtà figlia di Percy e della sorellastra di Mary, Claire Clairmont, terza “incomoda” che seguiva come un’ombra la coppia dovunque andasse, dividendosi fra il letto di Lord Byron, quello di Percy, e probabilmente altri ancora; e, detto fra parentesi, alla sorellastra Claire è da addebitare anche la paternità al 90 % del bel racconto The Pole presentato in questa antologia con il titolo Il Polacco, racconto a cui Mary si limitò a correggerne gli errori d’ortografia e ad inserirvi un finale proprio, cosa del tutto ignota alla brava traduttrice Giulia Di Biagio, visto che non ne fa alcun cenno nella sua forse un po’ troppo sintetica – tre paginette – prefazione al testo…

In ogni modo, dopo la loro precipitosa partenza da Napoli – una vera e propria fuga – la povera Elena Adelaide Shelley fu lasciata in città e affidata a balia e in custodia d’un’altra coppia di servi, presso il cui recapito morì d’un male misterioso a neanche un anno e mezzo d’età, il 9 giugno 1820; e in questi frangenti, alla povera Mary era morto nel frattempo un altro figlio, William, scomparso a Roma il 7 giugno 1819 per aver contratto la malaria, ed inoltre era nato pure un altro figlio a Firenze il 12 novembre 1819, Percy, che fu l’unico dei suoi cinque figli (non contando i numerosi aborti) che sopravvisse a lungo, e che continuò ad assistere amorevolmente la madre fino alla sua scomparsa. Il dettaglio dei figli veri (William) o presunti (Elena Adelaide) morti e nati fra Roma e Napoli, è importante, da un punto di vista psicanalitico, per poter meglio comprendere e giustificare una basilare modifica identificativa avvenuta tra la prima edizione (1818) e la seconda edizione (1831) del celebre Frankenstein; infatti, se nella prima edizione Mary faceva nascere il suo personaggio Victor Frankenstein a Ginevra in Svizzera, nella seconda edizione cambiava invece idea facendolo nascere proprio a Napoli, ossia nella città dove era nata e poi morta una sua creatura vera o presunta, scegliendo quindi di far coincidere idealmente il dato realistico della nascita e scomparsa dei suoi figli di carne Elena Adelaide (e William), con il dato immaginario della nascita e scomparsa del suo figlio di carta Victor Frankenstein

L’Italia gotica e fantastica di Mary Shelley passa anche attraverso questo, nel panorama composito che nel caso specifico di Napoli può partire dalla prima edizione “immaginaria” (1529) de Il Castello di Otranto di Horace Walpole, e finire, tra nascita e morte, con la concomitanza partenopea del luogo di nascita di Frankenstein, e del luogo di sepoltura di Vlad Tepes, alias colui passato alla storia come modello per il Conte Dracula di un certo Bram Stoker

 

 

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