“Mangiare in Contrada: ovvero piatti per 17 cene…” di Giovanni Righi Parenti è uno dei rarissimi tentativi di raccontare la cucina delle contrade di Siena costruendo, contrada per contrada, un vero “menù identitario” legato alle cene del Palio e alle atmosfere di vittoria e di festa. Dal punto di vista collezionistico, il volume dell’editore Periccioli 1985 è oggi un titolo di culto dell’enogastronomia senese, con una circolazione limitata ma prezzi ormai medio‑alti sul mercato dell’usato.
Giovanni Righi Parenti
Giovanni Righi Parenti (Siena, 1923‑2006) è stato farmacista di formazione, erborista diplomato, studioso della storia senese e toscana e soprattutto raffinato divulgatore di cultura gastronomica. La sua figura incrocia ricerca storica, pratica culinaria e scrittura: ha condotto numerose ricerche sugli usi alimentari locali, firmando libri in cui la ricetta è sempre intrecciata al costume e alla memoria dei luoghi.
Un punto che spesso si dà per scontato è considerarlo “solo” un cuoco-scrittore; in realtà il retroterra scientifico (farmacia, erboristeria) rende le sue descrizioni di ingredienti e spezie più consapevoli di quanto accada nella tipica manualistica gastronomica. D’altra parte, va evitata la canonizzazione acritica: rispetto ad altri grandi della cucina regionale italiana, Righi Parenti resta figura di nicchia, soprattutto legata al contesto senese e alle piccole case editrici e tipografie locali.
Il progetto “Mangiare in Contrada”
Il sottotitolo “piatti per 17 cene…” chiarisce subito l’impianto: per ciascuna contrada del Palio, Righi Parenti costruisce un menù completo, mescolando piatti di tutti i giorni e piatti di festa, con particolare attenzione alle cene della vittoria. L’opera si inserisce a pieno titolo nella bibliografia sul Palio di Siena, tanto da essere schedata tra i libri “sul Palio” come repertorio di cucina contradaiola più che come semplice ricettario.
Non bisogna però idealizzare: non abbiamo davanti un lavoro etnografico sistematico con fonti documentarie e apparato critico, quanto piuttosto un ibrido tra ricettario, aneddoto e memoria orale che seleziona e teatralizza alcuni piatti “simbolo”. In un’ottica alternativa si potrebbe leggere il libro come un autoritratto sentimentale della città – più che una fotografia oggettiva della cucina contrada per contrada – in cui ogni menù diventa un pretesto narrativo per codificare l’orgoglio di appartenenza.
Periccioli, editore senese
L’edizione originale è curata da Periccioli, tipografia e casa editrice senese attiva in quegli anni su saggistica locale, Palio, storia cittadina e piccola enogastronomia. La scelta di un editore radicato nel territorio conferma la destinazione primaria del volume: non il pubblico nazionale, ma i senesi, i contradaioli e chi frequenta il Palio, che ritrovano nel libro un oggetto identitario al confine tra souvenir colto e manualetto d’uso.
Qui è rischioso però sovrastimare la tiratura originale: le informazioni sulle copie effettive sono scarse e molte schede di libreria online non distinguono tra prima edizione 1985, ristampe successive e variant con dedica o autografo. Per un cacciatore di libri il punto di vista prudente è considerare il Periccioli un tipico editore locale a bassa tiratura, ma verificare ogni esemplare caso per caso (anno, indicazioni di ristampa, eventuali firme, stato della sovraccoperta).
Ricette e identità di contrada
In fondo al volume compare un indice organizzato per contrada, con titoli di ricette che funzionano come segnali di appartenenza: Istrice, Leocorno, Lupa, Nicchio, Oca, Onda, Pantera, per citarne solo alcune. Ogni blocco propone un mix strutturato di primi, secondi, contorni e dolci, per costruire l’idea di una cena “compiuta” che incarna il gusto della singola contrada.
Esempi dalla contrada dell’Istrice
Per l’Istrice si incontrano piatti come “Risotto di Mamma Bice”, “Pollo dei nobili”, “Pasticcio dell’ammiraglia” e “Cacciucco di selvaggina”, accanto a dolci come “Mele frittelle”, “Pesche da parata”, “Copate medievali” e l’eloquente “Chiusura… col cacio”. L’appendice marina e di pesce – “Code affogate”, “Peperoni marini”, “Frittata di cozze”, “Spannocchie al cognac”, “Pomodori alla bella marina”, “Gamberi rossi saltati” – amplia la tavolozza, mostrando una cucina contradaiola che travalica l’idea stereotipata di Siena solo “terra di carne e cinta”.
L’assunzione implicita, spesso ripetuta nelle narrazioni sul Palio, è che ogni piatto abbia un legame storico stretto con la contrada; in realtà molti titoli richiamano più uno stile di intitolazione affettiva (Mamma Bice, ammiraglia, alfiere) che non una filiazione documentata. Un’interpretazione alternativa è vedere questa scelta come un’operazione di branding culinario: si prendono piatti della tradizione toscana o italiana e li si battezza con nomi legati alla vita di contrada, costruendo un patrimonio simbolico più che filologico. E vanno anche considerati i colori della contrada e l’abbinamento cromatico con i cibi proposti e gli ingredienti usati.
Leocorno e Lupa: tra tradizione e invenzione
Nel Leocorno, titoli come “Risotto arancio”, “Scaloppine del cavallino”, “Tagliatelle sublimi”, “Spaghetti pungenti”, “Pappardelle con l’anatra”, “Anatra in porchetta” e “Uccelletti con le olive” parlano di una cucina robusta, a cavallo tra campagna e città. Il menù si chiude con “Canestrini”, “Manzo rincartato” e “Dessert dell’Eco”, che danno l’idea di una cena completa, con un tocco di teatralità nei nomi più che nelle tecniche.
Per la Lupa troviamo “Timballo della vittoria”, “Pastasciutta lupaiola”, “Zuccotto lupino” e “Mandorlata chiantigiana”, insieme a piatti umili come “Minestra di ceci” e “Fettunta”. Qui è evidente il dialogo fra celebrazione del Palio (“Timballo della vittoria”) e quotidiano contadino (“Minestra di ceci”), a conferma che il libro lavora sul doppio registro festa/quotidianità.
Nicchio e la “sezione” di mare
Il Nicchio propone “Crostini alla vecchia moda”, “Tagliatelle alla barrocciaia”, “Nicchie alle erbe”, “Frittata col ‘buristo’ ”, “Bistecche di maiale”. Subito dopo l’indice introduce un blocco di ricette di mare (ancora una volta non rigidamente legate a una contrada) come “Insalata di mare nicchiaiola”, “Risotto coi piccioni”, “Risotto ai fiori di zucca”, “Gli ‘africani’ ” e il classicissimo “Pan co’ santi”.
Questa commistione mette in crisi una lettura troppo letterale: la cucina di contrada, così come appare nel libro, è già un compromesso tra memoria culinaria e desiderio di spettacolarizzare il menù. Da storico del libro è utile segnalare che la stessa struttura dell’indice – alternanza di blocchi per contrada e blocchi tematici (mare, dolci) – suggerisce un montaggio consapevole più che una raccolta “pura” di ricette originarie.
Oca, Onda e Pantera
La contrada dell’Oca presenta un ventaglio incentrato sulle frattaglie e i piatti popolari: “Bianco mangiare”, “Maccheroni tricolori”, “Trippa alla senese”, “Frittata con le trippe”, “Polpette di trippa”, “Trippa all’usanza di Montalcino”, fino a “Oca delle fonti ripiena” e “Risotto dell’alfiere”. La sezione insiste su un lessico povero‑ricco tipicamente toscano, dove il quinto quarto diventa protagonista nobile della tavola.
L’Onda gioca di più sul pesce e sulle combinazioni moderne: “Risotto boscaiolo”, “Penne al salmone”, “Penne alla sogliola”, “Sogliole innamorate”, “Trota al cartoccio” e una “Salsa sommelier”, con dolci come “Frutta flambé” e “Frittelle Giuseppine”.
La Pantera, infine, spinge sul comfort food robusto: “Penne al gorgonzola”, “Coniglio alla Due Porte”, “Polenta co’ funghi e salsicce”, “Risotto nero”, “Zite alla marina”, “Polenta imbottita”, “Ossibuchi con salsa di cipolle” e la notevole “Vitella da Palio in casa”.
In tutte queste sezioni, l’uso di titoli evocativi – spesso più lunghi del necessario – è un indice di una scrittura che vuole raccontare, non solo istruire. Il rischio, per chi legge il libro come documento storico, è confondere questo repertorio letterario con un inventario oggettivo delle tavole contradaiole; l’approccio più prudente è leggerlo come un laboratorio di immaginario culinario senese degli anni Ottanta.
Valore bibliografico e mercato
Le principali schede di catalogo confermano i dati essenziali: “Mangiare in Contrada …ovvero Piatti per 17 cene” è edito a Siena da Periccioli nel 1985, in formato medio, con illustrazioni e apparato di menù diviso per contrada. La presenza in portali regionali (ad esempio BiblioToscana) e nelle bibliografie del Palio ne sancisce il ruolo di riferimento per chi studia il rapporto fra Palio, consumo alimentare e ritualità urbana.
Sul mercato dell’usato il libro è raro ma non introvabile: alcune inserzioni riportano prezzi nell’ordine dei 25 euro per copie in stato “buono”, altre intorno ai 50 euro per copie classificate come “libro vintage” o “rarità”. È importante notare che queste cifre riflettono un mercato di nicchia e sono altamente volatili: poche copie in più o in meno online possono muovere sensibilmente la forbice, e spesso il prezzo incorpora un surplus di “palio‑mania” più che un effettivo indice di rarità.
Un’altra assunzione da tenere sotto controllo è l’idea che tutte le copie Periccioli abbiano lo stesso interesse: alcune inserzioni, ad esempio, segnalano esemplari con autografo dell’autore, che meritano un’attenzione specifica e un premio di valore. In prospettiva, un collezionista accorto deve anche considerare lo stato della brossura (non sempre saldissima nelle edizioni locali anni Ottanta) e l’eventuale presenza di macchie o segni dovuti a un uso “di cucina”.
Spunti critici e conclusioni operative
Il libro funziona come un dispositivo di narrazione collettiva: trasforma le cene di contrada in un racconto gastronomico strutturato, dove ogni piatto è un tassello dell’identità senese. Tuttavia, dal punto di vista della storia dell’alimentazione, va usato con cautela: la selezione delle ricette risente del gusto degli anni Ottanta, delle disponibilità di ingredienti e della sensibilità personale dell’autore, più che di una mappatura scientificamente neutra.
Per un “cacciatore di libri” il volume è interessante su tre livelli: come oggetto di collezione (prima edizione Periccioli), come testimonianza di “inventario immaginario” della cucina di contrada, e come esempio di editoria locale che unisce Palio, gastronomia e storytelling. Un punto di vista alternativo – meno romantico – è leggerlo come prodotto tipico dell’ondata di libri regionali anni Settanta‑Ottanta, con un potenziale di rivalutazione limitato se non agganciato a un discorso più ampio sulle culture alimentari toscane.
Disponibilità di eventuali copie (sempre aggiornato)
