Le poesie rare che Leonardo Sinisgalli volle salvare
Ci sono libri che, presi uno per uno, sono già rari; ma ce ne sono altri che diventano quasi irreperibili quando li si considera insieme, come un blocco organico, un piccolo sistema poetico e materiale. È il caso della trilogia pubblicata da Maia di Siena per Lorenzo Calogero: “Ma questo…” (settembre 1955), “Parole del tempo” (gennaio 1956), “Come in dittici” (settembre 1956). Tre volumi usciti a stretta distanza, nel pieno della stagione più intensa del poeta di Melicuccà, e oggi difficilissimi da reperire singolarmente, quasi impossibili da incontrare tutti e tre nella stessa collezione privata o nello stesso passaggio di mercato.
Non si tratta soltanto di tre edizioni rare. Si tratta di un unicum bibliografico: tre libri che raccontano, ciascuno a suo modo, il momento più alto e più compatto della poesia calogeriana, e che sul mercato dell’usato si presentano con una frequenza bassissima, spesso quasi nulla.
Lorenzo Calogero, una vita esposta al silenzio
Per capire il peso di questi tre libri bisogna tornare alla figura di Lorenzo Calogero, poeta appartato, fragile, durissimo con se stesso, nato a Melicuccà nel 1910 e morto lì nel 1961. Ma prima ancora bisogna ricordare chi davvero lo vide per primo, chi ne riconobbe la voce quando ancora restava quasi indistinta al margine della letteratura italiana: Leonardo Sinisgalli. Fu lui a scoprire Calogero, a intuire la forza di quella poesia insieme dolente e irriducibile, e a farsene in qualche modo tramite e difensore. Lo ricorda nell’articolo Come scoprii il poeta Calogero (Paese Sera, 2-3 luglio 1962).
La vicenda umana di Calogero non si lascia raccontare senza pudore: studi interrotti, isolamento, precarietà, una scrittura che non cerca mai il consenso facile e una parabola esistenziale segnata da crisi profonde. Il 25 marzo 1961 viene trovato cadavere, morto da almeno tre giorni, nella sua abitazione; sul comodino c’era un pezzo di foglio di quaderno a quadretti con scritto: “VI prego di non seppellirmi vivo”. È una frase che ha finito per diventare il logo del Circolo di Cultura a lui dedicato, ma prima ancora è una ferita, una richiesta estrema di ascolto, quasi un grido lasciato sulla carta.
Sinisgalli comprese presto che Calogero non era soltanto un caso umano, ma un poeta autentico, diverso, difficile, necessario. È anche grazie a lui se quella voce trovò una prima forma di riconoscimento e, più tardi, una sede editoriale coerente nelle edizioni Maia, che non sono soltanto libri rari: sono il luogo in cui quella poesia trovò una casa capace di rispettarne la tensione, il rigore e l’isolamento.
Maia di Siena: editrice artigianale o Vanity Press?
Qui si apre un punto critico importante. Maia – la casa editrice con sede a Siena guidata da Luigi Fiorentino (1913-1981) – va considerata una piccola casa editrice poetica, artigianale, laterale rispetto ai grandi centri del mercato librario. Ma è legittimo domandarsi se non presenti anche tratti da Vanity Press, come suggerito da Ambrogio Borsani in Vite tempestose (Luni editrice) e ripreso da Pasquale Di Palmo nella recensione su Il Manifesto del 22 febbraio 2026. La domanda non è oziosa, perché tocca il nodo decisivo: le edizioni Maia nascevano per una reale politica culturale oppure anche per sostenere, almeno in parte, un circuito di pubblicazione molto ristretto e quasi privato?
La risposta più onesta è che non possiamo trattare Maia come una semplice casa editrice commerciale né come una Vanity Press in senso pieno e automatico. È più corretto pensarla come una zona grigia: una realtà piccola, selettiva, forse molto dipendente dalle condizioni materiali dei testi e dagli autori, ma capace di imprimere alle sue pubblicazioni un valore poetico e bibliografico oggi fortissimo. Proprio questa ambiguità ne accresce l’interesse: Maia non fu un marchio industriale, ma nemmeno una semplice officina narcisistica. Fu, piuttosto, un laboratorio marginale in cui la poesia di Calogero trovò una sua casa provvisoria e decisiva.
Ma questo…: il centro della torsione
Fra i tre titoli, Ma questo… è il primo a vedere la luce (settembre 1955) e, in un certo senso, il vero centro di torsione della trilogia. Qui la scrittura si fa più tesa e più scabra, come se la voce di Calogero avesse deciso di rinunciare a ogni appoggio esterno per stare soltanto sulla propria vertigine interiore. La poesia non si limita a cercare immagini: sembra abitare un’area di continua oscillazione tra presenza e dissolvenza, tra apparizione e ritiro.
In questo libro il lettore incontra una parola meno “spiegabile” e più assoluta. Ma questo… non è un titolo di comodo: lascia la frase sospesa, apre una fenditura, custodisce una domanda senza compimento. È un gesto tipicamente calogeriano, un modo di esporsi al non finito e di rifiutare la chiusura rassicurante del discorso.
Parole del tempo: la sedimentazione
Parole del tempo (gennaio 1956) è forse il titolo più meditativo dei tre, quello che dà l’impressione di raccogliere e sedimentare quanto in Ma questo… era più scabro e immediato. Ma non va scambiato per un libro “più facile”: in Calogero la maggiore distensione apparente non comporta mai una vera semplificazione. Anche qui il linguaggio resta teso, allusivo, attraversato da un forte senso di dislocazione, come se ogni immagine arrivasse da un altrove solo in parte nominabile.
Dentro questa trilogia, Parole del tempo ha un ruolo cruciale, perché amplia il registro della sequenza. Non è soltanto l’eco del libro precedente, ma la prova che la voce di Calogero non si esaurisce in un singolo esperimento, bensì insiste, riprende, modula. Insieme agli altri due volumi, mostra una continuità formale e spirituale sorprendente: la comparsa simultanea dell’intera trilogia sul mercato non è un semplice evento collezionistico, ma la restituzione di tre tappe di una stessa fisionomia poetica.
Come in dittici: la struttura a coppie
Con Come in dittici (settembre 1956) la costruzione per accostamenti, risonanze e specchiature diventa esplicita. Il titolo è già un programma: il dittico implica il dialogo fra due parti, due pannelli, due movimenti che si guardano e si completano senza mai coincidere del tutto. In Calogero questo dispositivo diventa una forma mentale prima ancora che editoriale: la poesia procede per contrasti, slittamenti e ritorni, senza mai concedersi a una vera linearità narrativa.
Il libro è un oggetto raro ma anche centrale, perché mostra una voce ormai pienamente matura. Qui Calogero lavora su immagini mobili, sintassi tese, appoggi fragili e improvvisi abissi di senso. La lingua si muove come su una soglia: da un lato il desiderio di dire, dall’altro l’impossibilità di fissare del tutto ciò che si vede e si sente. Non stupisce che una copia di Come in dittici sia stata salutata con entusiasmo dalla Fondazione Leonardo Sinisgalli il 17 gennaio 2021, in una sorta di inno di gioia condiviso sui social: non era solo l’arrivo di un libro raro, ma il recupero di un frammento essenziale della storia poetica del Novecento.
Una rarità che mai si “vede” nel mercato
La rarità di questi tre libri non è teorica. È concreta, verificabile, materiale. Lo dimostra il fatto che negli ultimi vent’anni solo due volte si sono “mostrati in pubblico” (eBay e dintorni). Questa loro astralità li rende una presenza dai contorni indefiniti. Difficile veramente trovare chi ha visto anche solo uno di questi libri. Risulta che a oggi (agosto 2026) la trilogia completa delle edizioni calogeriane della Maia sia appannaggio solamente delle biblioteche nazionali centrali di Roma e Firenze e dell’Archivio APICE di Milano.
In un caso del genere parlare di “prezzo di mercato” rischia di essere un nonsense, perché non esiste una serie sufficiente di dati comparabili. Non sono transitati tra i milioni di volumi che negli ultimi anni sono passati attraverso la piattaforma di Maremagnum, e già questo è un indice preciso. Anzi, il segnale è chiarissimo: questi tre libri hanno superato da tempo la soglia della semplice reperibilità antiquaria e sono entrati nella zona dei pezzi di raccolta forte, quelli che si inseguono più per destino collezionistico che per occasione d’acquisto. E difatti non si trovano.
Negli ultimi 25 anni solo Come in dittici e Parole del tempo risultano transitati dal portale Maremagnum (una volta ciascuno, nel 2020 e 2021); Ma questo…, invece, non si è mai visto.
Si segnalano – come curiosità estrema – le due raccolte poetiche del 1956 (cioè Parole del tempo e Come in dittici) rilegate in un unico volume che nel 2021 era in possesso di un venditore di Ospitaletto (BS), la cui attività è oggi cessata. Il bel volume presentava una rilegatura in piena pelle (vera), titolo in oro al dorso e al piatto anteriore, fatta probabilmente eseguire per la giuria e segreteria del Premio Villa San Giovanni, del quale Calogero risultò vincitore nel 1957: il tomo presentava una doppia firma d’appartenenza: a penna del segretario del Premio Giuseppe Selvaggi e un’annotazione di autore non identificato.
Altra curiosità. Una copia di Come in dittici con dedica autografa di Lorenzo Calogero datata 22 ottobre 1956 allo scrittore e critico letterario Enrico Pasqui di Frattamaggiore, è conservata presso la Biblioteca Nazionale centrale di Roma.
Perché contano insieme
Considerare “Ma questo…“, “Parole del tempo” e “Come in dittici” come trilogia è il modo più giusto per raccontarli. Da soli sono già importanti; insieme diventano una testimonianza decisiva della fase più alta di Lorenzo Calogero e della capacità, da parte dell’editore Maia, di dar forma editoriale a una voce fuori norma. In questa prospettiva la discussione sulla presunta natura di Vanity Press non riduce il valore dei libri: semmai lo rende più interessante, perché costringe a distinguere fra intenzione editoriale, contesto produttivo e destino postumo.
E qui la lezione di Calogero resta durissima e attualissima: un poeta che ha vissuto ai margini, che ha lasciato sulla carta una richiesta disperata di non essere sepolto vivo, e che oggi viene celebrato non con le formule convenzionali della canonizzazione, ma attraverso la ricostruzione paziente di libri difficili, rari, quasi introvabili. La trilogia Maia è esattamente questo: un piccolo continente poetico che il mercato dell’usato continua a far emergere solo per lampi.
Tiratura di 500 copie!
Rare copie di queste edizioni – tirate tutte (è importante dirlo) in appena 500 esemplari numerati ciascuna, sono conservate presso le biblioteche di prestigiose università straniere come: Université de la Sorbonne, University of Cambridge, Harvard University,
Disponibilità di eventuali copie (sempre aggiornato)
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