"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Quando in un libro già raro di per sé irrompe… Luciano Bianciardi!

 

Tre pagine pubblicate nel 1965 sembrano essere sfuggite alla bibliografia di riferimento dello scrittore. Si trovano in un curioso libro di Pupo De Luca, sorprendentemente assente dai principali cataloghi bibliotecari consultati.

 

Nel 2005, nel mio libro A caccia di libri proibiti, dedicavo qualche riga a un volumetto che già allora consideravo piuttosto difficile da incontrare. Si intitolava Il frottoliere, era stato pubblicato nel 1965 da Alberto Peruzzo e portava la firma di Pupo De Luca. Dopo averne descritto il contenuto concludevo con una previsione abbastanza semplice:

«Non sarà facile trovarne una copia.»

Sono trascorsi più di vent’anni. Sono tornato a cercarlo e ho scoperto che dietro quel piccolo libro si nasconde una storia assai più interessante di quanto avessi immaginato a quel tempo. Non tanto, o non soltanto, per Pupo De Luca e per la sua stravagante lingua «frottolese». Ma per tre pagine poste all’inizio del volume e firmate da uno dei protagonisti della letteratura italiana del secondo Novecento: Luciano Bianciardi.

 

Un libro che sfugge ai cataloghi

Il frottoliere è un volumetto di 127 pagine nel quale Pupo De Luca riscrive alcune fiabe tradizionali sottoponendo la lingua a una sistematica deformazione comica. Bastano i titoli per capire il gioco: Fotterentola, Trottaneve e i pette rani, Il Ratto con gli orinali, Allucino e il gigante Fottia, La Bella fermentata nel tosco.

Nel 2005 definii quella lingua «frottolese». Più recentemente Archivio Minimo, che conserva e documenta un esemplare del volume, ha parlato di «favole metasemantiche», sottolineandone anche la natura performativa: storie riconoscibili nelle quali le parole vengono deformate, spostate e ricomposte fino a creare un’altra lingua.

Ma cercando oggi il libro si incontra un’anomalia. Le ricerche effettuate non hanno restituito una registrazione nell’OPAC SBN. Non ne ho trovata una neppure in WorldCat o nel catalogo della Library of Congress. Verifiche effettuate anche nei grandi cataloghi bibliotecari di Francia, Germania e Spagna hanno dato, finora, lo stesso risultato. Questo, naturalmente, non autorizza a sostenere che nessuna biblioteca possieda Il frottoliere. Significa però che nelle grandi reti catalografiche consultate non è stato possibile individuarne un esemplare.

Eppure il libro non è stato dimenticato dal suo editore. Sul sito di Alberto Peruzzo Editore, nella sezione «Gli inizi», la sua copertina compare ancora oggi tra quelle scelte per raccontare le prime pubblicazioni della casa editrice. Dimenticato, dunque, no. Bibliograficamente sfuggente, certamente.

 

Tre pagine firmate Luciano Bianciardi

Sulla copertina del libro compare, ben visibile, la dicitura: «prefazione di Luciano Bianciardi». Non si tratta di poche righe promozionali. La prefazione occupa tre pagine, dalla 4 alla 6, e si conclude con la firma Luciano Bianciardi.

A questo punto è nata una seconda ricerca: dove è stata registrata questa prefazione nella bibliografia dello scrittore? Ho consultato direttamente la bibliografia specialistica di riferimento dedicata a Luciano Bianciardi. Del contributo a Il frottoliere non vi è traccia.

Ho interessato della cosa sia Carlo Ottone che Fabio Canessa, visti i loro interessi specifici. Anche verifiche presso la Fondazione Luciano Bianciardi hanno dato esito negativo. Gli ulteriori tentativi compiuti finora non mi hanno consentito neppure di individuare una successiva ripubblicazione del testo nelle raccolte degli scritti di Bianciardi.

Occorre naturalmente usare prudenza. Non è possibile affermare che queste tre pagine siano rimaste completamente sconosciute dal 1965 a oggi. Qualche sporadica menzione dell’esistenza della prefazione è rintracciabile (per esempio in qualche scheda di libraio) e nuove verifiche potrebbero aggiungere altri elementi. Il dato che possiamo documentare è più circoscritto, ma non per questo meno interessante: uno scritto firmato da Luciano Bianciardi, regolarmente pubblicato nel 1965, non compare nella principale bibliografia specialistica consultata e sembra essere rimasto ai margini della ricostruzione bibliografica della sua opera. È in questo senso che mi sembra appropriato parlare di una prefazione dimenticata.

 

Bianciardi al Derby

La lettura integrale delle tre pagine rende la vicenda ancora più interessante. Bianciardi comincia:

«Se qualcuno volesse conoscere Pupo De Luca, bisogna che vada, la sera dopo cena, al cosiddetto Intra’s Derby Club…»

Da quel momento la prefazione diventa anche un piccolo documento sulla Milano degli anni Sessanta. Bianciardi racconta il Derby, ricorda Enrico Intra, Pallino Salonia, Mario Acquarone. Descrive De Luca alla batteria, la sua scuola di jazz e i suoi allievi. Ricorda poi quando lo vide partire per Guastalla, dove Carlo Lizzani e Ugo Tognazzi stavano girando un film che, scrive, «mi riguardava da vicino». Il film era La vita agra, tratto dal romanzo di Bianciardi, nel quale Pupo De Luca interpretava un prete.

Non sono ricordi raccolti di seconda mano. Bianciardi sta raccontando un ambiente che frequentava e persone che conosceva. La prefazione acquista così anche il valore di una piccola testimonianza autobiografica.

 

Pupo De Luca e il «frottolese»

Pupo De Luca era innanzitutto un musicista, batterista jazz, ma fu anche uomo di spettacolo e attore. Apparteneva a quel mondo milanese dal quale sarebbe nato il fenomeno del Derby Club, luogo d’incontro fra jazz, cabaret, canzone, letteratura e spettacolo. Ed è proprio nel Derby che le fiabe del Frottoliere sembrano trovare il loro ambiente naturale.

Bianciardi racconta di Augusto Mazotti, che:

«si sganasciava a sentir leggere dal De Luca le storielle che qui si stampano.»

Una frase particolarmente preziosa perché stabilisce un collegamento diretto tra la performance orale di De Luca e i testi pubblicati nel libro. Il frottoliere non sembra dunque essere nato soltanto per essere letto. Quelle storie erano anche dette, recitate, interpretate davanti a un pubblico. E di questa dimensione sonora è rimasta una traccia materiale.

 

Jannacci e il Frottoliere sulla stessa cassetta

Esiste infatti una curiosa musicassetta Signal, distribuita dalla SAAR, numero di catalogo MCS 145, intitolata: Le canzoni di Enzo Jannacci / Il frottoliere di Pupo De Luca. Fra le registrazioni di De Luca compaiono almeno due delle fiabe del volume: Trottaneve e i pette rani e Allucino e il gigante Fottia. Nei credits figura inoltre l’indicazione «arr. Baldan-De Luca», ulteriore indizio della natura performativa di quei testi.

E l’accostamento con Enzo Jannacci è meno casuale di quanto potrebbe sembrare. Nel 1964 la Jolly aveva pubblicato La Milano di Enzo Jannacci, uno dei dischi fondamentali della prima produzione del cantautore. Sul retro della copertina compare una nota firmata proprio da Luciano Bianciardi. Jannacci, De Luca, il Derby, il jazz, la canzone milanese e Bianciardi appartengono, con ruoli diversi, allo stesso straordinario ambiente culturale.

 

Bianciardi prende sul serio il «frottolese»

Ma la parte più sorprendente della prefazione arriva alla fine. Dopo aver raccontato l’uomo e il suo ambiente, Bianciardi passa all’opera e scrive:

«Pupo De Luca un suo posticino nella narrativa contemporanea se lo merita»

Non è soltanto una battuta affettuosa. Bianciardi tenta di collocare l’esperimento di De Luca all’interno di una tradizione della deformazione linguistica, richiamando Lewis Carroll, Pier Coccoluto Ferrigni, G. Battista Campodonico, Ernesto Ragazzoni e Nanni Balestrini.

Parlando poi delle esperienze di Balestrini, Filippini e Spatola, individua ciò che distingue il gioco linguistico del suo amico:

«la deformazione deluchiana investe il cuore stesso della struttura lessicale, attingendo non di rado effetti comici.»

Difficile trovare una definizione contemporanea migliore del frottolese. E soprattutto queste parole dimostrano che la prefazione non ha soltanto valore aneddotico. Bianciardi sta parlando di lingua, sperimentazione e avanguardia.

Arriva infatti a domandarsi:

«Scrittore d’avanguardia, dunque?»

per poi deviare, com’è nel suo stile, verso l’ironia. Nella conclusione torna esplicitamente sulla trasformazione dell’italiano:

«disputandosi ormai dovunque sulle sorti della nostra lingua, converrà non ignorare questa prova che il De Luca discendente di stampatori, oggi dà alle stampe.»

E chiude:

«Nulla vieta che il neo-italiano pur mo’ nato nel triangolo industriale debba assai presto fare i conti anche con il nostro spudorato frottoliere. Tutto può succedere, con la congiuntura.»

Sotto quelle parole compare la firma: Luciano Bianciardi.

 

La prefazione dimenticata

Data la difficoltà di reperimento del volume e l’interesse del testo, ritengo opportuno riproporre qui integralmente sia le immagini tratte dal libro che la loro trascrizione. Trascrivo quindi l’intera prefazione per motivi di documentazione di studio, partendo dalle pagine originali, senza correggere lessico, grafia o punteggiatura. Ricompongo soltanto le parole spezzate a fine riga per ragioni tipografiche.

Prefazione

(andante con adulazione, diminuendo con ironia – crescendo con satira – finale con affetto e contentino.)
(nota dell’Autore)

Se qualcuno volesse conoscere Pupo De Luca, bisogna che vada, la sera dopo cena, al cosiddetto Intra’s Derby Club, in fondo a via Monte Bianco, una zona di villette che sfocia in piazzale Lotto (Linea 1 rossa della metropolitana) proprio di fianco a una mastodontica fabbrica di panettoni. Io posso andarci a piedi perché abito vicino. Sotto Natale arrivano su tutto il quartiere zaffate di uovo, zucchero e canditi perché la fabbrica lavora di continuo, ma in periodo normale ci senti, se hai buon naso, odore di campagna e di stalla, perché San Siro non è distante.

Ora l’Intra’s Derby Club si è raddoppiato in ampiezza e ammodernato negli arredi, ma un tempo sapeva anche lui di scuderia. Il nome del resto è rimasto, dovendosi con Derby intendere una località dell’Inghilterra famosa per le corse di cavalli (e non già la partita di calcio fra le due squadre cittadine). Un tempo al bancone del bar si sedeva sopra un’autentica sella, scomoda ma pittoresca, e appesi ai muri c’erano ferri, frustini e altri arnesi da corsa. Nella penombra suonavano ottimo jazz Enrico Intra, Pallino Salonia e, appunto, Pupo De Luca, che a giudizio di molti era « the beast drummer in Europe », cioè il miglior tamburino del vecchio continente. Suonava, in altre parole, la batteria.

De Luca era, ed è, un giovane di media statura, biondo, stempiato, con gli occhi costantemente rossi, che chiude, anzi socchiude, nei momenti di maggiore impegno strumentale. E suona bene anche alle orecchie di un profano: di bacchetta, di dita, di spazzola metallica, di palmo, di pugno. Picchia sulla pelle, sul cerchione, per terra, contro i muri. E’ così bravo che un giorno decise di aprire in centro una scuola di jazz, con regolari corsi differenziati: di flauto, di contrabbasso, e di batteria. Una sera Mario Acquarone mi volle portare a sentire De Luca che faceva scuola. Era un vecchio palazzo nobile, con porte dorate e soffitti a botte, ci andavano giovanotti lunghi, dinoccolati e un po’ bietoloni, della media e piccola borghesia milanese. Non di rado erano figli di suonatori.

In cattedra Pupo De Luca faceva la sua figura. Quella sera spiegava come si esegue il « pappa-cicci-pa », che è un modo convenzionale per designare non ricordo più se il twist o la bossanova. I giovanotti lo stavano ad ascoltare in silenzio deferente, anche perché nel frattempo De Luca era comparso in televisione e per strada la gente lo riconosceva. Fece accomodare Acquarone e me in un angolo, pregandoci di non disturbare, poi, finita la lezione e incassati i compensi — erano quasi le undici — salì in macchina per andare a Guastalla, dove Lizzani e Tognazzi stavano girando un film che mi riguardava da vicino.

Avevo sentito dire che in quel film De Luca avrebbe fatto la parte del prete, ma non ci credetti. E invece era vero: e anzi vestito da prete-cacciatore stava benissimo. Nel doppiato gli misero un accento alto-emiliano, non disdicevole al personaggio. Ormai da De Luca ci si poteva aspettare di tutto. E infatti, ritornando al Derby qualche mese dopo, scoprii che aveva assoldato Augusto Mazotti, gli aveva messo frac e gardenia, rapato i capelli a zero, e ogni sera lo costringeva a ridere in pubblico. Solo al centro della sala, seduto compostamente, il Mazotti si sganasciava a sentir leggere dal De Luca le storielle che qui si stampano.

Ora Pupo vuole la prefazione, e io potrei dire subito: « A questo dunque siamo arrivati? Non c’è limite, dunque, all’impudenza dei contemporanei? » Ma non lo dico, perché a questo mondo se ne sono già viste di ben peggiori. E poi Pupo De Luca un suo posticino nella narrativa contemporanea se lo merita: mettiamolo dunque nell’arco che va da Lewis Carrol a Nanni Balestrini, passando per Pier Coccoluto Ferigni, G. Battista Campodonico, Ernesto Ragazzoni, diciamo pure, insomma, tutti gli «sforzatori» della parola e della frase. E potremmo aggiungere che, mentre in un Balestrini lo sforzo deformatorio si esercita principalmente sopra il trattino dell’accapo in fondo al rigo, e in un Filippini sopra il punto e virgola, e in uno Spatola sopra la parentesi, la deformazione deluchiana investe il cuore stesso della struttura lessicale, attingendo non di rado effetti comici.

Scrittore d’avanguardia, dunque? Sono certo che a De Luca non piacerebbe la collocazione, e neanche piace a noi, convinti come siamo che gli avanguardisti italiani restino quelli del campo Dux, col berretto all’alpina, le fasce mollettieri e il tascone per le bombe a mano (assolutamente innocue). Ma lasciamo perdere, e diciamo piuttosto che, disputandosi ormai dovunque sulle sorti della nostra lingua, converrà non ignorare questa prova che il De Luca discendente di stampatori, oggi dà alle stampe. Nulla vieta che il neo-italiano pur mo’ nato nel triangolo industriale debba assai presto fare i conti anche con il nostro spudorato frottoliere. Tutto può succedere, con la congiuntura.

Luciano Bianciardi

Trascrizione dalla prefazione a Pupo De Luca, Il frottoliere, Alberto Peruzzo Editore, 1965, pp. 4-6. Grafia e punteggiatura sono mantenute secondo l’edizione originale.

 

Come può scomparire uno scritto senza essere nascosto?

Rimane una domanda. Come può una prefazione firmata da Luciano Bianciardi, con il suo nome stampato persino sulla copertina, sfuggire a una bibliografia dedicata allo scrittore?

Una possibile concausa potrebbe trovarsi proprio nella singolare storia catalografica de Il frottoliere. Bianciardi non è l’autore principale del volume. Il suo è un contributo interno. Se il libro non viene intercettato dai cataloghi bibliotecari, anche lo scritto che contiene diventa inevitabilmente più difficile da individuare.

Non possiamo dimostrare un rapporto diretto di causa ed effetto fra l’assenza de Il frottoliere dai cataloghi consultati e l’assenza della prefazione dalla bibliografia di Bianciardi. Sarebbe una conclusione eccessiva. Ma la coincidenza è difficile da ignorare.

Il contenitore è sfuggito alla rete catalografica e, con esso, potrebbe essere sfuggito anche ciò che conteneva.

Nel 2005 avevo scritto che Il frottoliere non sarebbe stato facile da trovare. Ventun anni dopo il libro è ricomparso: mentre scrivo (ottobre 2026), sul mercato ne risultano persino due copie, proposte però a prezzi ormai considerevoli. Alla fine, però, il vero oggetto da ritrovare non era il libro. O almeno non solo. Erano (anche) quelle tre pagine di Luciano Bianciardi.

 

 

Disponibilità di eventuali copie (sempre aggiornato)

 

 

[Si ringrazia Ciro Andolfi – Libreria l’Apostrofo, Napoli – per la collaborazione e le immagini tratte dal libro]

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