"Avete fatto caso che gli unici roghi della storia riguardano libri e streghe?"

 

Un complesso castello di carte false

In un panorama mediatico in cui le fake news si propagano veloci, un episodio singolare emerge dalle pagine della storia del periodo dell’URSS. È il caso della falsa autobiografia di Abolqasem Lahouti, noto poeta iraniano, e della particolare operazione di disinformazione orchestrata dalla Central Intelligence Agency (CIA).

Come rivelano varie fonti presenti liberamente in rete, il libro era parte di un’operazione nota come TPBEDAMN, attraverso la quale la CIA creava e diffondeva disinformazione durante la guerra fredda. L’obiettivo? Gettare fango sull’Unione Sovietica, presentando una rappresentazione falsa e distorta della vita nel paese.

Il volume, che raccontava una versione manipolata della vita di Lahouti in territorio sovietico, dove il poeta aveva vissuto a partire dal 1922, è stato un potente strumento di propaganda nera.

Diverse fonti indicano come autore del libro Donald Wilber, agente della CIA, basandosi su un’intervista di carattere riservato con un ex agente CIA implicato nell’operazione TPBEDAMN. Ma altri ritengono che la “penna” dietro la fabbricazione del manoscritto fosse quella di Sir Shapoor Reporter o Ali Javaherkalam, ampliando così la complessità e l’oscurità di questa operazione.

L’intento principale dell’operazione TPBEDAMN non era solo screditare l’Unione Sovietica, ma influenzare e plasmare l’opinione pubblica internazionale. La CIA, attraverso la manipolazione delle esperienze di Lahouti, ha cercato di instillare nel pubblico diffidenza nei confronti dell’Unione Sovietica.

Nonostante l’elaborata operazione, il trucco non ha resistito alla prova del tempo. Grazie alla ricerca del professor Mark Gasiorowski, l’inganno è stato finalmente portato alla luce, fornendo un prezioso monito per noi tutti. Questa vicenda è un promemoria del fatto che in un’era sempre più digitale, rimanere attenti e valutare con spirito critico le informazioni che riceviamo è non solo importante, ma vitale. Con questa consapevolezza riusciamo a proteggerci da disinformazione e manipolazioni, e promuovere un panorama informativo basato sulla verità e la trasparenza.

La falsa autobiografia di Abolqasem Lahouti resta quindi un emblema, un avvertimento sulla flessibilità della verità e sul suo potenziale pericoloso nelle mani di chi ha l’audacia di detenerla.

 

L’autobiografia

 

Nel gennaio del 1954, il poeta iraniano in esilio in Unione Sovietica, Abulqasim Lahuti, fu convocato davanti al Comitato Centrale a Mosca per discutere della pubblicazione di un’autobiografia falsa in lingua persiana che rifletteva sfavorevolmente sulle sue esperienze in Unione Sovietica. Questa autobiografia era il risultato di un’operazione condotta dalla CIA nel 1953 in Iran, lanciata da Donald Wilber, convinto che in caso di un’eventuale presa del potere sovietica, Lahuti sarebbe stato il più probabile candidato a diventare leader. Per prevenire questa minaccia, la CIA pubblicò l’autobiografia contraffatta. Tuttavia, a differenza di Mosaddeq e degli altri obiettivi della CIA, la posizione di Lahuti come mediatore culturale tra l’Unione Sovietica, il Tagikistan sovietico e l’Iran rese le conseguenze di questa operazione più complesse di quanto la CIA avesse immaginato.

 

Vita e opere di Abolqasem Lahouti

Abolqasem Lahouti (1887-1957), la penna audace e rivoluzionaria che ha sfidato i confini politici e culturali. Dall’Iran al Tajikistan, l’instancabile attivista politico ha segnato storia e letteratura attraverso versi ricchi di coraggio e di passione per la libertà. Nato il 12 ottobre 1887 a Kermanshah, in Iran, iniziò a poetare in tenera età sotto lo pseudonimo “Lahuti“, richiamando con il nome il mondo dell’occulto. Alla giovane età di 18 anni, Lahouti vide riconosciuta la sua voce poetica quando la rivista “Habl al-Matin” pubblicò per la prima volta le sue composizioni in India.

Ma la poesia non avrebbe riservato l’unico palco alle prodezze del giovane Lahouti. Entra in politica, facendosi notare per l’ardore e l’impegno in tal senso, tanto da ricevere una medaglia dall’importante figura politica iraniana Sattar Khan. Di ritorno da un viaggio in Bulgaria, dove espresse il suo talento poetico su temi islamici, Lahouti si unì all’esercito iraniano, raggiungendo il grado di capitano.

La sua vita conobbe un drammatico cambiamento quando fu condannato a morte da un tribunale a Qom. La sua risposta? Un’audace fuga in Turchia, seguita da un altrettanto audace ritorno in patria per unirsi alle forze di Sheikh Mohammad Khiabani a Tabriz. La sconfitta di Mahmud Khan Puladeen fu un trionfo, ma di breve durata, prima dell’arrivo di nuove forze governative. Lahouti si rifugia così a Baku.

Fece della Repubblica Autonoma di Nakhchivan la sua nuova casa, qui si affascina al comunismo e sposa una studentessa russa di nome Cecilia Bakaleishchik, che sarebbe divenuta poeta e traduttrice persiana con lo pseudonimo di Cecilia Banu. Dopo aver fallito nel tentativo di organizzare un colpo di stato contro il governo centrale dell’Iran, Lahouti si arrende, lascia la patria e si trasferisce in Unione Sovietica.

Qui, nel 1925, arriva a Dushanbe e ben presto entra a far parte dell’élite letteraria locale, grazie al suo influsso modernista e alle sue potenti parole. La risonanza e l’apprezzamento del pubblico lo etichettano come il fondatore della poesia sovietica tajika. Tra le sue opere più celebri “Kaveh il fabbro” (1947), “Ode al Cremlino” (1923) e “La corona e la bandiera” (1935). I sei volumi della sua raccolta di poesie furono pubblicati postumi, tra il 1960 e il 1963.

Lahouti ci lascia il 16 marzo 1957 a Mosca, ma il suo spirito sopravvive attraverso i suoi versi ribelli e la sua passione ardente per la libertà, che risuonano nelle opere che ha quanto mai generosamente lasciato dietro di sé. La sua poesia, intrisa di impegno sociale e ricerca di giustizia, ha reso Abolqasem Lahouti una figura indimenticabile della letteratura iraniana e tajika.

 

Per il collezionista e la situazione italiana

Un’opera sempre apprezzata, in lingua russa del celebre poeta iraniano-sovietico, è: Izbrannyye proizvedeniya, di Lakhuti Abul’gasem (Casa editrice di Stato, 1936) [in italiano: Opere scelte, di Abolqasem Lahouti]; galleria fotografica:

 

In lingua italiana le sfumatura delle varie traslitterazioni possibili del suo nome rendono la ricerca dei libri di Abolqasem Lahouti assai ardua. Da un esame di primo livello, tuttavia, non sembrerebbero esserci titoli attribuibili a questo autore presenti nel Sistema Bibliotecario Nazionale in lingua italiana, e neppure nelle altre lingue occidentali.

 

 

Disponibilità dei libri di / su Abolqasem Lahouti (sempre aggiornato)

 

 

 

[Si ringrazia Paolo Barbieri per la prima segnalazione]

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