"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Opus / Unicum di Monaldi & Sorti

 

Il libro e la sua struttura “a nastro di Möbius”

Opus / Unicum è un tête-bêche: due romanzi in uno, stampati “testa-coda”, che il lettore può iniziare da qualunque lato, in perfetta coerenza con l’idea di anello di Möbius evocata nel titolo di tetralogia. La “saga in sette parti” di Atto Melani si chiude qui con un doppio tomo che funge insieme da epilogo narrativo e da gigantesca nota a piè di pagina sulla Storia, sui suoi archivi e sui suoi tradimenti.

Gli autori sono Rita Monaldi, Francesco Sorti e la figlia Theodora Maria Sorti, con prima edizione BUR Narrativa, aprile 2026, finito di stampare marzo 2026, su carta Holmen, presso Grafica Veneta. La scheda copyright insiste sul carattere industriale ma curato del prodotto (scelta di carta, indicazione di tipografia, filiera “foreste sostenibili”), un dettaglio non irrilevante per chi guarda al libro anche come oggetto.

Trama: un delitto bibliografico come peccato originale

La parte “Opus” si apre con un finto supplemento della rivista France Libraire, diretta da Sylvestre Bonnard, e introdotta da un Anatole France reinventato come personaggio-narratore che confessa un crimine: non un omicidio, ma un delitto di biblioteca. Il “delitto dell’accademico Anatole France” consiste nell’aver sottratto e mutilato un manoscritto dell’abbé Atto Melani – e più in generale nell’aver contribuito alla dispersione di un epistolario e di un archivio diplomatico – in un gesto che mischia hybris filologica e colpa morale.

La struttura del romanzo alterna segmenti datati (Parigi 1912-1913, Toscana, ecc.), che seguono gli ultimi mesi di vita del narratore, tra studiolo, gatti bibliotecari e memorie con lunghe sezioni “Sull’onda dei ricordi”, dove si ripercorrono l’incontro con il manoscritto Melani alla Bibliothèque du Sénat, l’infanzia nel negozio “France, libraire” sul Lungosenna e l’ambiente dei bibliofili dell’Ottocento. E poi una poderosa coda saggistico-documentaria: “La staffetta della Storia”, “Naufragio Atto Melani”, “Apocalittici: integrati e non”, “Personaggi e situazioni”, “Appendice – The Odescalchi files”.

Il cuore narrativo è duplice: da un lato il gioco meta-letterario su Anatole France e Sylvestre Bonnard, con il loro mondo di bouquinistes, collezionisti, vendite in blocco alla Bibliothèque Nationale, numeri dell’Ami du Peuple macchiati del sangue di Marat, cataloghi della collezione La Bédoyère; dall’altro il filo che porta ad Atto Melani, castrato e diplomatico, le cui lettere e memorie vengono via via depredate, vendute, spezzate in lotti, occultate o “riciclate” da antiquari e studiosi.

La progressiva presa di coscienza del narratore è costruita come una partita a scacchi: mentre indaga sulla sorte dell’archivio Melani (falsamente creduto distrutto nel 1907, in realtà lentamente svenduto e saccheggiato), Anatole scopre che tutti – ministri, notabili, funzionari, librai – sono a loro modo colpevoli, salvo lui che ha conservato almeno il lusso del rimorso. Il libro procede così verso una specie di “processo” al bibliofilo e allo storico, colpevoli di trasformare la Storia in bottino, e verso una domanda finale: cosa significa davvero “servire la Verità” quando si maneggiano fondi archivistici?

Gli autori e l’editore: continuità e rilancio

Opus / Unicum chiude la lunga impresa narrativa iniziata con Imprimatur, Secretum, Veritas (trilogia sugli ultimi anni di Atto Melani) e proseguita con Mysterium e Dissimulatio (prima coppia della tetralogia “a due volti”). Monaldi & Sorti insistono fin dalla “Nota degli autori” sul disegno d’insieme: ogni coppia di romanzi racconta la stessa storia da due prospettive diverse, in una costruzione a specchio che l’anello di Möbius sintetizza perfettamente.

L’aggiunta di Theodora Maria Sorti in copyright sottolinea il passaggio generazionale: l’intero ciclo di Atto Melani viene consegnato fisicamente e simbolicamente alla discendenza, cosa che dialoga con il tema del “passaggio di staffetta” della Storia al centro delle pagine su Noël France e sulla collezione La Bédoyère. L’inserimento in BUR Narrativa colloca il libro in una grande collana di largo consumo, ma la struttura tête-bêche e l’apparato di note e appendici lo rendono, di fatto, un oggetto ibrido tra romanzo storico, saggio bibliografico e finzione d’archivio.

Per il collezionista di narrativa contemporanea, l’accoppiata grosso tomo + doppio titolo Opus / Unicum + sottotitolo “Tetralogia di Möbius” crea un unicum facilmente identificabile a scaffale, paragonabile – in termini di “gesto editoriale” – alle grandi edizioni-romanzo che chiudono cicli monumentali.

Bibliofilia: tema, dispositivo narrativo, autocritica

Questo libro è intriso di bibliofilia fino al midollo, su almeno tre livelli. Innanzi tutto c’è una Bibliofilia come “paesaggio”. La libreria “France, libraire” al Quai Voltaire è ricostruita come microcosmo: cataloghi in ottavo, carte giallo “giunchiglia”, clienti fissi, discussioni sulle edizioni di Tacito, collezioni rivoluzionarie, collezionisti come La Bédoyère, Maurin, Deschiens, bibliografi come Brunet. Il testo ripercorre con dovizia il formarsi della collezione La Bédoyère (centomila pezzi, 15.500 volumi e scatole, 2.000 giornali, 4.000 stampe), la vendita in blocco alla Biblioteca Imperiale, il ruolo del libraio come “tedoforo” che consegna la staffetta della Storia.
​Poi c’è una Bibliofilia come delitto. Il crimine di Anatole France non è falsificare, ma sottrarre, mutilare, appropriarsi di manoscritti per “salvarli” e al tempo stesso violarli. Il romanzo mette a fuoco un’etica ambigua: il libraio France padre rifiuta di disperdere la collezione rivoluzionaria, ma suo figlio, pur devoto ai libri, compie il gesto sacrilego sul manoscritto Melani.
Non ultima va rilevata una Bibliofilia come stile di pensiero. Tutto è organizzato come un grande catalogo ragionato: la stessa appendice “La staffetta della Storia” esplicita la metafora del passaggio di torcia tra collezionisti, librari e istituzioni. Del resto, il testo è pieno di micro-saggi su figure di collezionisti, editori, bibliotecari, sulle logiche delle vendite in blocco, sui pericoli della dispersione, sulle catene di provenienza (“provenance”) di singoli volumi.

Dal punto di vista del discorso bibliofilo, il romanzo funziona contemporaneamente come apologia del libraio che “non disperde” ma cataloga; come atto d’accusa contro la tentazione di trasformare un archivio in miniera privata di narrazioni; e infine come riflessione ironica sulla mania collezionistica (dal sangue di Marat sugli Ami du Peuple alla scala di corda della Bastiglia, ai “pezzi curiosi” museificati dal colonnello Maurin).

Per chi si occupa di storia del libro e del commercio antiquario, molte pagine hanno uno statuto quasi saggistico, e sono destinate a circolare – e ad essere citate – al di là del perimetro del romanzo storico “puro”.

Prospettive collezionistiche a medio-lungo termine

Sul piano collezionistico, il titolo presenta vari elementi interessanti, ma anche alcune incognite. Tra gli effetti favorevoli si evidenzia la Chiusura di un ciclo: è il volume che conclude una saga venticinquennale iniziata con Imprimatur, libro già di per sé oggetto di culto tra bibliofili, con una storia editoriale tormentata. I “finali di ciclo” tendono a diventare tasselli imprescindibili per chi vuole la serie completa in prima edizione.
​Altro effetto favorevole è la Struttura tête-bêche: il formato “libro testa-coda” costituisce una particolarità fisica che, se mantenuta in tirature non eccessivamente inflazionate, rende l’oggetto potenzialmente ricercato come esempio di arte tipografico-narrativa contemporanea.
​C’è poi il Tema bibliofilo interno: il libro parla ossessivamente di librerie, cataloghi, vendite in blocco, dispersioni di archivi: è un romanzo che “parla dei libri” ai lettori di libri, qualcosa che di solito crea un circuito di passaparola proprio tra librai e collezionisti.
​Ultimo punto di forza è l’Apparato finale: la presenza di note, schedature di personaggi reali e appendici sugli “Odescalchi files” potrà attirare studiosi e collezionisti interessati alla documentazione dietro la fiction, come già accaduto per i paratesti di Imprimatur.

Tra i fattori di incertezza o limite (collezionistico) come cacciatori di libri bisogna rilevare che si tratta di un”Edizione di largo consumo: BUR Narrativa è una collana tendenzialmente ampia; salvo tirature iniziali prudenti, non si tratta di una plaquette di nicchia. L’eventuale crescita di valore si giocherà più sulle copie integre, ben conservate, magari firmate dagli autori, che sulla rarità intrinseca.
​Altro elemento di incertezza è la Concorrenza di future edizioni: nulla impedisce che, nel medio periodo, escano ristampe “compattate” o edizioni speciali (cofanetti, integrali di Atto Melani) che potrebbero spostare l’attenzione del pubblico colto dall’attuale prima BUR al “grande volume totale”.

In prospettiva, è ragionevole aspettarsi un interesse stabile presso chi colleziona l’intera opera di Monaldi & Sorti e vuole la “chiusura” Atto Melani in prima edizione. Si può ipotizzare un valore futuro rafforzato da eventuali studi su bibliofilia, storia del collezionismo rivoluzionario, storia di Anatole France e del suo “France, libraire”, che potrebbero citare diffusamente questo testo e trasformarlo in titolo di riferimento.
​Per ora, l’unica affermazione forte che non rischia di scivolare nel wishful thinking è questa: Opus / Unicum è uno dei rari casi contemporanei in cui il romanzo storico mette al centro non tanto “la Storia” quanto il modo in cui la Storia viene raccolta, venduta, tradita e catalogata; ciò lo rende naturalmente candidato a futura lettura “di culto” nelle cerchie bibliofile, più che nel grande pubblico. In altre parole: non è (ancora) un oggetto da aste spettacolari, ma ha tutte le premesse per diventare, col tempo, un titolo che i cacciatori di libri terranno d’occhio sulle prime tirature e sulle copie meglio conservate.

 

 

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