"Se un libro scompare, magari vuole solo essere lasciato in pace"

 

Un libro per un ‘doblone’ (a Porta Portese, naturellement!)

 

di Aldo Lo Presti

 

…ovvero gli “Episodi di una vita” di Arturo Farinelli, già tra gli Accademici d’Italia e direttore della collana “I Grandi Scrittori Stranieri” dell’Unione Tipografico – Editrice Torinese, già «Fratelli Pomba Libraj in Principio della Contrada di Po’».

ROMA PORTA PORTESE Domenica 6 Marzo 2022 – In fondo a Via Carlo Porta, nei pressi dell’incrocio con Via Portuense, la domenica mattina è allestita una molto ben fornita bancarella che alimenta da molti anni le nostre smanie librecce come meglio non avremmo potuto desiderare, un banco che inseguiamo con fedeltà assoluta nel corso dei suoi obbligati nomadismi da un angolo all’altro del mercatino di Porta Portese.

Proprio qui, abbiamo avvistato – e d’un subito acquistato! – un volume di Arturo Farinelli (1867-1948) del quale s’andava vagheggiando da… ieri l’altro, pensando di trovarvi …pane per i nostri denti!

Il motivo è presto detto. Si tratta, infatti, del volume intitolato Episodi di una vita edito da Garzanti nel 1946, scritto e composto (con materiali eterogenei) nell’autunno del 1943 dal Farinelli (a ridosso, perciò, dell’armistizio di Cassibile) che fu il direttore della collana UTETI Grandi Scrittori Stranieri” dove riapparve, in seconda edizione, l’anno successivo, la traduzione di Leone Ginzburg de Il Nido di Nobili di Ivan S. Turgenev. Un titolo, quest’ultimo, che non poteva non colpire la nostra immaginazione (suggestionati da quanto ci andava raccontando il nostro amico libraio Gianluca Fioravanti nella sua bottega orvietana L’Arcimboldo) dal momento che salta agli occhi la circostanza che si tratta di un volume curato da un antifascista che era stato appena torturato a morte nel carcere romano di Regina Coeli in quanto fierissimo resistente, facente parte d’una collana diretta da un Accademico d’Italia (!) ed in una città, Torino, non ancora liberata dal gioco nazi-fascista!

La Torino dove un ancor giovane Farinelli, tornando da uno dei suoi consueti viaggi all’estero, dai quali riportava esperienze e molti libri, iniziò il noviziato “vero” di germanista (p. 91), e che vide in azione un altro gruppo di giovani intellettuali e antagonisti del regime che diede vita alla casa editrice Einaudi.

Un mix di misteri esistenziali ed editoriali, quelli che hanno portato alla ristampa del “Nido” targato Ginzburg negli stessi mesi della morte del suo curatore, non riuscendo a comprendere come sia stato possibile metterlo in campo, a meno che non si possa immaginare l’intervento d’una prosastica e cinica strategia di marketing da parte degli Editori, oppure, più semplicemente, del segno manifesto d’una censura fascista sempre meno… occhiuta!

Ad ogni modo, raramente ci è capitato di trovare con rapidità (ed acquistare al costo d’un solo “doblone”!) un libro vagheggiato da poche… ore e così descritto nella bacheca Facebook della Libreria Antiquaria Prandi:

Milano, Garzanti, 1946 8°; pp. 392 non num. 3, brochure edit. con titoli al dorso, titoli e fregio al piatto»,

…perché immaginavamo di potervi trovare qualche risposta meno approssimative delle nostre.

Manca, nella descrizione, la presenza (come nella nostra copia romana) del segnalibro editoriale dalla doppia funzione di “sinossi” e di “Regolamento” del “Concorso del Lettore” destinato a premiare la migliore…

…“recensione” suggerita dalla lettura di uno qualsiasi dei moltissimi libri del catalogo Garzanti, con un allettante premio finale di L. 50.000 destinato a colui che avrebbe «inviato il maggior numero di voci degne di pubblicazione.

Ma il nostro interesse verso gli “Episodi” farinelliani riguarda non tanto la sua qualità letteraria, che pure affiora di quando in quando tra molte parti, frutto del lavorìo d’uno studioso che Renato Serra – come ricorda Lucia Strappini – ci descrive come né erudito né geniale, piuttosto farraginoso nelle sue frasi e nelle sue notizie, ma la possibilità di comprendere meglio le sue idee più schiettamente politiche, che lo portarono a non disdegnare l’affiliazione all’ambitissima e appena costituita Accademia d’Italia istituita da Benito Mussolini, una cooptazione accettata come le diobolarie di Natale in casa d’appuntamento di Ugo Moretti accettavano i loro clienti: per ansia di comfort.

Certo è che nel volume in questione, il già evocato Mussolini non è mai nominato. E nemmeno il fascismo se non come “regime” (p. 322), o “dittatura” (p. 232) o propriamente col proprio nome di «fascismo» – tra i caporali – a proposito del solo Borgese (p. 187), dichiarando al contempo il proprio e più “puro” liberalismo (p. 214).

Una narrazione annacquata, però, da un biografismo “nebbioso” e autoassolutorio, persino negli affetti familiari, non trovando, l’autore, il modo di citare nemmeno i nomi della moglie e della figlia, ma solo il cognome del marito, Natter (p. 85), potendovi intravvedere un certo “afascismo” (per stare nella fabbrica di Giancarlo Bergami) innestato su una più che salda, saldissima avversione verso quella “…turba del popolo basso [che] trionfava allora a Torino più che in altre città. Le leggi per un tratto non avevano vigore e non si rispettavano. La parola d’ordine veniva dalle bassure», quelle che s’agitavano ribollenti negli anni del primo dopoguerra e dal Farinelli definiti «tempi d’anarchia” (p. 266), e così facendo razzolando “male” dopo aver predicato “bene” contro «il privilegio del rango» e l’«aristocrazia del nome»! (p. 231).

 

Con Benedetto Croce non fu tutto rose e fiori

Un afascismo, dunque, che gli costò probabilmente la stima di Croce, il quale, in ragione di un’unione che s’era d’un subito fatta “fraterna”, arrivava a chiedergli persino dei suggerimenti (p. 84), ed al quale Farinelli presentò un’allieva che da lì a pochi mesi avrebbe “tolto in sposa” (p. 281), un’“amicizia” che “si franse” per esclusiva colpa dello stesso Croce, per come ce la racconta Farinelli (p. 101).

Ad avvicinare i due studiosi, lo stesso amore per i libri, che Farinelli lesse “a montagne” senza prefissarsi un lavoro da compiere o una sua “propria creazione, un saggio, un libro” ma solo “per immoderata curiosità”, (p. 99), una incontinenza d’amorosi sensi librari che non fatichiamo a riconoscere come nostra!

Libri che Farinelli ebbe ad accumulare a migliaia (p. 267) in preda ad una “selvaggia passione letteraria” (p. 44), riportandone moltissimi dalle sue esperienze di lavoro e svago in giro per il mondo, dandogli così un primo ordinamento in una “bella villa sul colle” di fronte Torino, e poi divenuti un triste residuo nella “catapecchia in Corso Moncalieri” (p. 343), una specie di “tugurio” d’una “casa popolare” (p. 312), dove si ritrovò a vivere dopo l’impoverimento a seguito della Grande Guerra, dovendone gioco forza, esiliarne la maggior parte in «…due stanze della Biblioteca Nazionale per generosità del suo direttore, memore dei frequenti doni che avevo elargito» (p. 273) in attesa di tempi migliori.

Tempi migliori che si materializzarono grazie alla nomina ad Accademico d’Italia, i cui benefici gli permisero un ben diverso “decoro” dandogli l’agio per risistemare, in un “embrione di biblioteca” (p. 343), tutti i suoi volumi nella nuova “villa di proprietà” con orto e giardino per come già gli era capitato di fare nella “villa” presa in affitto agli inizi della carriera universitaria.

Una consuetudine con le pratiche di lettura e di scrittura che gli permise di pubblicare molti articoli sulle pagine di svariati periodici e giornali, non solo italiani, avendo modo di veder la propria firma sempre più autorevole ed accademica su La Voce, Nuova Antologia, Colombo, Rivista d’Italia, Il Giornale d’Italia e, tra gli altri, Il Lavoro fascista (recensendo, ad esempio, l’intera opera di Bonaventura Tecchi, germanista come lui, ma che non trova posto negli “Episodi”), arrivando a fondarne una nel gennaio del 1921 intitolandola Letterature moderne.

Insomma, una trouvaille interessante e fertile questa degli “Episodi” in quel di Porta Portese, degna dei più golosi sogni del Doria, sapendoci accontentare, naturellement! Vale!

 

 

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