"la strada percorsa per trovare un libro è il vero scopo della ricerca"

 

Candelù: da farabutto a marabutto

 

di Livio Codato

 

Il massimo e più prolifico esponente della letteratura coloniale in epoca fascista fu Mario Dei Gaslini (1893-1984), militare e addetto culturale in Eritrea, il quale diresse nel 1926 il mensile di letteratura e valorizzazione coloniale Esotica e fece parte del gruppo fascista legato a Il Popolo d’Italia.

 

Limitandoci alle opere narrative “africaniste” in prosa, l’elenco è comunque lungo: Bivacchi sulle carovaniere (1924), Piccolo amore beduino (1926), Le ombre dell’harem (1926-7), Natisc fiore dell’oasi (1928), Notte di Narghilè (1928), Paradisi d’Oriente (1929), I predoni della Sirte (1930), Profumo di terra vergine (1931), Zingari delle sabbie e delle stelle (1936).

Nelle prossime settimane il camerata Mario ogni tanto farà capolino tra gli articoli del Cacciatore, ma intanto prestiamo la nostra attenzione al suo romanzo africano più africano e meno italiano (si perdoni il gioco di parole).

La letteratura coloniale, mussoliniana, irregimentata, panegirista, nazionalista, mette in scena, quasi sempre e immancabilmente, vicende in cui “eroici” militari o coloni italiani si trovano sostanzialmente a combattere su due fronti: in campo di battaglia contro i perfidi “negri” e in tenda da campo contro ferine femmine più o meno nere.

In questo genere di letteratura esotica ed erotica, la predominanza della componente celebrativa del “genio italico” è netta e rimane una barriera di incomprensione (non disinteresse) nei confronti di “razze” ritenute refrattarie e incompatibili con la rediviva millenaria civiltà romano-imperial-fascista.

Ebbene, anche Dei Gaslini non esula da questo schema se non in I predoni della Sirte. Romanzo della guerriglia libica scritto per la gioventù, con 12 incisioni in nero e 12 tavole a colori, Hoepli, 1930, p. XI-173, Lire 20. La bellissima copertina rigida in cartonato, di questo volume in ottavo grande, è di Renato Marotta, mentre le illustrazioni interne sono firmate dal team milanese Clichè Tipografico aija e sono assai belle le tavole a colori su carta patinata di ottima qualità.

Vi si narra la storia di Candelù, figlio di un brav’uomo, che diventa un predone e poi, pentito, intraprenderà la via della redenzione spirituale diventando un “marabutto”, ovverosia guardiano della sacra tomba del santo musulmano Sidi Ibrahim. La vicenda ruota attorno a questa strana figura di Candelù, predone e santo, prima farabutto poi marabutto (perdonate il facile gioco di parole), che si svolge per 120 pagine prima che faccia l’irrilevante comparsa un manipolo di soldati italiani, il cui intervento occuperà soltanto 16 pagine per poi ritirarsi in buon ordine.

Ed è proprio la mancata presenza della glorificazione della grandezza italica, altrove sempre centrale, che rende questo un libro sui generis della letteratura coloniale. Con l’intento di giustificare proprio questa anomalia Mario Dei Gaslini usa il classico espediente del racconto orale di una specie di aedo cirenaico, racconto da lui personalmente ascoltato, del quale il romanzo non sarebbe che la trascrizione.

Ecco cosa scrive a pag IX l’autore: “Questa storia me l’ha raccontata un carovaniere negro, con sillabare barbarico, a volte concitato ed a volte stanco, tutto fiorito di imagini e di esempi per capire: io ve la ridico come so, con tutte le sue bugie e con tutti i particolari e se voi pensate che non sia vera, rivolgetevi a Mohamed bu Salam, abitante in Cirenaica, presso qualunque fontana vicino a qualche cammello”.

Questo esergo viene ripreso quasi identico alla fine del romanzo quale epigrafe, quasi a voler ribadire, da parte dell’autore, la propria declinazione di responsabilità di quanto narrato dall’onnipresente carovaniere che chiunque di noi avrebbe potuto incontrare.

Ecco l’epigrafe qui sotto, proposta nell’immagine per due motivi. Il primo è per sottolineare il tocco poetico dell’autore: il racconto di Mohamed bu Salam è stato lungo, è iniziato il mattino ed è arrivata la sera, con il fuoco, il tramonto, le prime stelle, i bivacchi delle stanche carovane. Il secondo è per farvi notare l’eleganza della legatura tipografica tra la s e la t quando compaiono insieme: quanta grazia…

Finito? No! Dopo l’epigrafe, un’altra epigrafe:

VIVANO PER SEMPRE
L’ITALIA
I SUOI ARTISTI – LE SUE VITTORIE – LE SUE RICOSTRUZIONI
E LA SUA LETTERATURA COLONIALE.

Non è andata esattamente così… E, comunque, arrivederci a presto, Mario…

 

 

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