"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

I racconti della “Bestia” e la Napoli che non ti aspetti

 

di Domenico Cammarota

 

Aleister Crowley / “I racconti della Bestia” / Milano, “La Biblioteca di Lovecraft” vol. 4, Agenzia Alcatraz, 22 agosto 2025. In 16°, pp. 176. Cop. ill., e ill. in b/n n.t. Traduzione di Luca Baldoni, prefazione di Gianluca Venditti & Jacopo Corazza, introduzione di Steve Sylvester. Euro 16.

Ritornano in libreria “I racconti della Bestia”, titolo italiano dato a un’antologia di storie magiche e horror di Aleister Crowley, alias la “Grande Bestia 666”, come lui stesso si era autonominato; una prima edizione era già apparsa anni fa sotto la sigla Arcoiris, e oggi l’Agenzia Alcatraz, rilevato il pacchetto di titoli della vecchia sigla, li ripropone in una nuova veste editoriale più curata, con l’inserimento anche di due storie inedite. Questi interessanti racconti del “Magus” rappresentano, per così dire, il lato più “artistico” della sua produzione saggistica ed iniziatica, molto più nota per alcuni trattati fondamentali di occultismo magico, come il discusso – e a tratti incomprensibile ai più – “Magick”, ben noto anche in Italia, per essere stato sdoganato dalle edizioni Astrolabio-Ubaldini; i brevi testi, apparsi quasi tutti sotto pseudonimo nella sua rivista “The Equinox”, e poi riesumati dal loro sepolcreto solo molti anni dopo, rappresentano una notevole fonte documentaria per chi voglia comprendere le “radici del male” della poetica Crowleyana, a metà strada fra i più colti riferimenti letterari, e l’uso di basse tematiche popolari degne della più scadente produzione da “Pulp magazines”.

Nei racconti presentati in questa antologia, non mancano i riferimenti autobiografici; ad esempio, la bella protagonista sotto pseudonimo dei due racconti “La violinista” e “La volpe”, non è altri che la sua ex amante Leila Waddell, mentre nel racconto “Al buio”, spacciato per una storia realmente accaduta, alcuni dei protagonisti sotto pseudonimo sono i suoi ex confratelli della “Golden Dawn”, trattati con sommo disprezzo, a cominciare dal poeta W.B. Yeats, considerato uno dei suoi principali nemici, ovviamente per pura invidia… Il racconto più interessante, “Il cacciatore di anime”, mette in scena il classico “mad scientist”, una sorta di incrocio fra Victor von Frankenstein e il Dr. Jekyll, in una storia che attinge a piene mani dai capolavori di Stevenson, e del suo ex collega della “Golden DawnArthur Machen; in “La Faccia” abbiamo invece un omicidio-suicidio d’un medico cinese in un atmosfera inquietante alla Henry James, mentre invece nel notevole “Illusion d’Amoreux”, con la scena dell’amplesso consumato col Dio Nero, ci ritroviamo in uno scenario dark fantasy che anticipa d’un ventennio storie analoghe del grande Robert E. Howard. “Il colore dei miei occhi” è invece una sorta di bozzetto d’una apparizione angelica, mentre invece il terzetto di racconti “Il furto della signorina Horniman”, “Queste cose sono un allegoria”, e “La discussione che prese la piega sbagliata”, sono addirittura dei racconti neri dalle valenze satiriche e umoristiche, un po’ come certe prove coeve del ben più dotato Saki.

Chiude l’antologia il racconto finora inedito “La sostanza”, notevolissima cronaca – anche questa, probabilmente, descrittiva d’una esperienza personale – di un “Bad Trip” stile LSD ante-litteram, avvenuto tramite una sostanza misteriosa (“The Drug”, nell’originale) capace di far precipitare lo sperimentatore in un incubo surrealista alla Bosch o alla Salvador Dalì. Nel complesso, malgrado gli evidenti limiti letterari di Crowley, e il suo stile un po’ troppo artificioso e decadente, a metà strada fra Huysmans e Oscar Wilde, si tratta d’un antologia molto interessante e sicuramente piacevole e in molti tratti gustosa, anche se bisogna ammettere che la “Grande Bestia 666” ha scritto di meglio nel campo della narrativa horror, come ad esempio il romanzo “La figlia della Luna”; notevole per essere stato ambientato in gran parte a Napoli, e per la precisione a Posillipo, nella villa chiamata dal popolino “Rete di farfalle”, per la trista nomea che aveva come luogo d’attrazione maligna per giovani fanciulle innocentine, il posto dove Crowley abitò nel 1911-1912, scrivendovi il manuale di alta magia “Book Four”. Sono molti in realtà i ricordi che mi legano a Crowley; ad esempio mio nonno, che si chiamava esattamente come me, corse il rischio di diventare il suo giardiniere, dopo essere stato licenziato dal posto di aiuto giardiniere che aveva nella limitrofa Villa Maya, alle dipendenze dell’ineffabile Norman Douglas, che sicuramente conosceva il suo inquietante ex vicino di casa posillipino, dato che ne recensì l’ottavo numero di “The Equinox” – la rivista interna al gruppo satanista – sulla “English Review” del giugno 1913. Ma le coincidenze non finiscono qui, perché ora vedo che questa edizione de “I racconti della Bestia”, è introdotta da Steve Sylvester, il cantante e fondatore del mitico gruppo dark metal dei “Death SS”; e questo mi riporta al lontano 1989, quando pubblicai il numero 1 della mia fanzine “Horror Vision”, uno speciale dedicato proprio ad Aleister Crowley e Dennis Wheatley, con interventi di Leonardo Sciascia, Francis King, Jogy Bank, Domenico D’Amico, dello stesso Crowley, e miei, dove stilavo per la prima volta in Italia, anche una lista di tutti i racconti e romanzi di autori vari, dove era raffigurata l’inquietante presenza del Magus, definito dalla stampa, con ovvia esagerazione, come “l’uomo più sgradevole del mondo”…

La pubblicazione della mia “Horror Vision”, mi procurò la richiesta di collaborare alla fanzine “The Miskatonic Magazine” dell’amico Marco Gordini, dove debuttai nel numero 14 del 1990, non a caso dedicato proprio al luciferino e crowleyano Steve Sylvester e al suo gruppo dei “Death SS”; e dopo una sua lunga e interessantissima intervista, furono pubblicate alcune poesie dedicate al gruppo in questione, di Bruno Garavini e mie, di cui rileggo ora con divertita nostalgia il mio “Carme et Lode Rea”, testo qui impubblicabile, di cui posso citare solo i versetti finali “Dea ora pro nobis / Lucifer et Anubis”… Altri tempi, oramai lontanissimi, che la lettura di questa antologia edita da Agenzia Alcatraz, ha contribuito nostalgicamente a farmi ricordare, provocandomi così un piacevole Deja-Vu…

 

 

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