"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Un viaggio su Marte dimenticato dal 1953

 

La Terra e Marte. Fantasia ed alcuni squarci di vita reale: un libro introvabile, uno scrittore-pittore dalla vita tormentata e una sorprendente recensione del ventitreenne Edoardo Sanguineti

 

La Terra e Marte. Fantasia ed alcuni squarci di vita reale di Giuseppe Basacci, pubblicato a Firenze da Vallecchi nel 1953 è un libro scomparso da tempo. Il titolo promette un viaggio cosmico. Il sottotitolo, al contrario, sembra riportarci sulla Terra. Aprendo il volume, le cose diventano ancora più strane: uomini e donne, Adamo ed Eva, guerre, religione, matrimonio, proprietà, morale, scene di vita quotidiana, divagazioni filosofiche, Marte, marziani e perfino gli abitanti di Nettuno convivono in un racconto che procede secondo una logica tutta sua.

Non è propriamente un romanzo di fantascienza. Non è un saggio. Non è una raccolta di racconti. Non è neppure soltanto un’opera fantastica. È un po’ tutte queste cose insieme. E dietro quel libro c’è un personaggio che merita di essere riscoperto.

 

Chi era Giuseppe Basacci

Giuseppe Basacci nacque a Prato nel 1897, figlio di un giardiniere, e morì nella stessa città il 22 agosto 1962. Fu scrittore, poeta e pittore, ma nessuna di queste definizioni riesce probabilmente a contenerlo del tutto. Le fonti pratesi lo ricordano come un autodidatta «disorganico», autore fin da giovane di poesie e bozzetti drammatici che andava personalmente a declamare nei teatrini di provincia. La sua biografia fu tutt’altro che ordinaria. Durante la Prima guerra mondiale venne richiamato alle armi, ma manifestò problemi psichici e fu ricoverato in un reparto di osservazione. Tornato a Prato, lavorò in un lanificio e sposò Ginetta Agostini. Perse però il lavoro e cominciò una vita precaria, mantenendosi anche come rappresentante di prodotti di cartoleria e viaggiando per l’Italia.

Durante uno di questi viaggi fu ricoverato all’ospedale di Siena per quella che le fonti definiscono «astenia con sintomi di fobia». Seguirono altre ricadute e altri ricoveri in ospedali psichiatrici. Proprio quelle esperienze, secondo la ricostruzione biografica successiva, gli fornirono un singolare materiale umano e di osservazione che Basacci avrebbe trasformato in narrativa e riflessione filosofica. È un aspetto biografico che va ricordato senza trasformarlo in una facile chiave psichiatrica della sua opera. Basacci non fu semplicemente un uomo con una storia clinica tormentata che si mise a scrivere cose bizzarre. Fu un autore consapevole, pubblicò diversi libri, dipinse ed espose le proprie opere.

Nel 1959 la Galleria Falsetti di Prato gli dedicò addirittura una personale. I suoi dipinti vengono descritti come ex voto, paesaggi fiabeschi e figure deformate, opere attraversate da una componente visionaria che sembra avere qualche parentela con la sua scrittura.

 

Uno scrittore tutt’altro che occasionale

Quando nel 1953 apparve La Terra e Marte, Basacci aveva circa cinquantasei anni e pubblicava ormai da decenni. Nel 1921 aveva fatto stampare due monologhi legati alla sua esperienza teatrale, Arte o donna e La vittima del capriccio. Nel 1928 era arrivato Anna Liguori, racconto ancora debitore di modelli romantici ottocenteschi; nel 1935 Notturno ed altri racconti. Negli anni Cinquanta pubblicò Poesia e filosofia (1950), Dio proibì la volontà (1952) e infine La Terra e Marte (1953). Quest’ultimo, però, aveva qualcosa che gli altri non avevano (tranne Poesia e Filosofia). Sul frontespizio compariva un nome pesante dell’editoria italiana: Vallecchi. Un “timbro” che già aveva marchiato Poesia e Filosofia.

 

Dalla Terra a Marte, senza bisogno di un’astronave

Basacci parte dalla Terra. Nelle prime pagine troviamo una specie di cosmogonia popolare. Adamo, Eva, Caino e Abele; la nascita della famiglia, della proprietà, della società; poi la religione, le guerre, il lavoro, le differenze sociali. Il tono oscilla continuamente fra racconto biblico, parabola morale, filosofia personale e divagazione. Poi, quasi senza avvertire il lettore, arriva Marte. Un personaggio, Mario Ghieri, racconta di essere stato sul pianeta rosso e di aver incontrato i suoi abitanti. Il viaggio non viene affrontato con alcuna preoccupazione scientifica: Basacci non sembra interessato ad astronavi, propulsori, distanze astronomiche o plausibilità tecnologica. Gli interessa Marte come altrove. Un luogo dal quale osservare diversamente la Terra. Ghieri incontra i marziani, parla con loro, cerca di comprenderne costumi e organizzazione sociale. Si discute di matrimonio, amore, proprietà e rapporti fra uomini e donne. A un certo punto compare persino un riferimento al «regime di vita dei nettuniani».

L’universo di Basacci sembra dunque popolato. Ma sarebbe probabilmente improprio inserire senza riserve La Terra e Marte nel normale filone della fantascienza italiana. Il viaggio interplanetario appartiene piuttosto a una narrativa visionaria e filosofica, nella quale il fantastico serve all’autore per parlare dell’uomo. E infatti il ritorno sulla Terra è altrettanto brusco. Ghieri, dopo la sua esperienza marziana, cade a terra e si risveglia mentre il sole sorge dalle colline di Fiesole. Marte è stato reale? Un sogno? Una visione? Basacci non sembra preoccuparsene troppo. Il sottotitolo del libro, a quel punto, diventa quasi una dichiarazione programmatica: «Fantasia ed alcuni squarci di vita reale».

 

Dalla fantascienza al feuilleton

La seconda metà del volume rende qualsiasi classificazione ancora più difficile. Abbandonati Marte e i suoi abitanti, Basacci passa a storie terrestri che possono assumere improvvisamente il carattere del racconto popolare o del feuilleton. Uno dei capitoli porta, per esempio, il memorabile titolo: La vergine dai seni cadenti. Protagonista è Adria, moglie di un ricco mugnaio, che vive in un paese del Lazio. Rimasta vedova, entra in possesso di un patrimonio, frequenta teatri, cinema e ambienti mondani e intreccia una relazione con un dongiovanni. Siamo ormai lontanissimi da Marte.

Ed è questa probabilmente la caratteristica fondamentale del libro: Basacci non sente alcun obbligo di rimanere all’interno di un genere. Fantasia cosmica, racconto morale, filosofia, religione, sessualità, satira dei costumi e vita quotidiana possono succedersi a poche pagine di distanza. Il risultato è diseguale, ingenuo, a tratti sconcertante. Ma difficilmente prevedibile.

 

E a recensirlo fu Edoardo Sanguineti

Qui la storia del libro acquista un risvolto ancora più sorprendente. La Terra e Marte non passò completamente inosservato nel 1953. A occuparsene fu infatti Edoardo Sanguineti. Non ancora, naturalmente, il Sanguineti che sarebbe diventato uno dei protagonisti della neoavanguardia italiana e del Gruppo 63. Era un ragazzo di appena ventitré anni: Laborintus sarebbe apparso soltanto nel 1956, lo stesso anno della sua laurea. Nel 1953 Sanguineti stava però già scrivendo e pubblicando recensioni; proprio in quell’anno recensì anche l’antologia Lirica del Novecento di Luciano Anceschi e Sergio Antonielli.

E fra le opere finite sotto i suoi occhi ci fu anche quella dello stravagante scrittore pratese. La recensione apparve su «Numero», anno V, nn. 4-5, 1953, p. 38, all’interno delle Recensioni II. L’esistenza e il contenuto del testo sono oggi documentati anche da uno studio universitario dedicato all’attività critica giovanile di Sanguineti. Diciamolo subito. Il giudizio non fu benevolo.

Il futuro poeta riconobbe nel libro «ardite fantasticherie», ma rimproverò a Basacci le incertezze stilistiche, il moralismo e soprattutto quella che definì una «fantasticheria a vuoto». Alla fine lo invitava, sostanzialmente, a tornare alla concretezza della «vita reale». Una piccola stroncatura. Ma una stroncatura firmata Edoardo Sanguineti. E settantatré anni dopo proprio quella recensione costituisce uno degli elementi che rendono La Terra e Marte ancora più interessante.

 

Un libro completamente scomparso?

Resta infine la questione più cara al cacciatore di libri: quanto è raro? Molto. Anzi, allo stato attuale delle ricerche, sorprendentemente molto. Una ricerca effettuata sul mercato antiquario online non ha fatto emergere copie disponibili del volume. Ancora più significativo è il dato storico: secondo le verifiche effettuate sull’archivio di Maremagnum, nessuna copia di La Terra e Marte risulta essere transitata sul portale negli ultimi venticinque anni.

Naturalmente l’assenza dal mercato non consente da sola di stabilire quante copie furono stampate nel 1953 né quante ne sopravvivano. È solamente un indizio. Ma è un indizio molto forte. Un libro Vallecchi del 1953, recensito all’epoca da Edoardo Sanguineti, del quale dopo oltre settant’anni sembra quasi impossibile trovare una copia sul mercato. È precisamente il genere di oggetto che rende interessante la ricerca bibliografica: non necessariamente un libro costoso, non necessariamente un capolavoro, ma un libro che il mercato ha praticamente dimenticato.

La rarità bibliografica, del resto, non coincide sempre con il valore economico. Un libro può essere prezioso e relativamente comune; un altro può valere poche decine di euro sulla carta ed essere quasi impossibile da reperire. La Terra e Marte sembra appartenere alla seconda categoria. Quanto possa valere realmente è difficile stabilirlo proprio perché manca il mercato necessario a stabilire un prezzo.

 

Fantascienza italiana dimenticata?

Rimane una domanda. Possiamo considerare La Terra e Marte un’opera di fantascienza? Probabilmente sì, ma con molte cautele. Nel libro ci sono un viaggio su Marte, abitanti extraterrestri, dialoghi fra terrestri e marziani, una società aliena e persino l’accenno a una civiltà di Nettuno. Gli ingredienti fantascientifici, dunque, esistono realmente. Ma Basacci sembra provenire da un’altra tradizione. La sua non è science fiction tecnologica: Marte è soprattutto un espediente filosofico, satirico e visionario. La coincidenza cronologica è però affascinante. Il libro esce nel 1953, proprio mentre in Italia sta prendendo forma una nuova consapevolezza editoriale della fantascienza. E Basacci, autore autodidatta, pittore, poeta, ex rappresentante di cartoleria, uomo dalla biografia tormentata e lontanissimo dall’immagine dello scrittore professionista di science fiction, pubblica per Vallecchi un’opera nella quale un uomo arriva su Marte e conversa con i suoi abitanti.

Sanguineti la legge. La stronca. Poi il libro scompare. Settant’anni dopo ne riemerge una copia. Ed è difficile immaginare una conclusione più adatta per una storia da cacciatore di libri.

 

 

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