Tra umorismo, fantastico, morti resuscitati e una società degli animali che precede Orwell
Nel 1968 Rebellato pubblicò “La sposa ritrovata”, raccolta postuma di novelle del violoncellista senese Arrigo Provvedi. Un libro oggi quasi dimenticato, tra fantastico, grottesco, umorismo, morti resuscitati e una curiosa società di animali che fa pensare a Orwell.
Alcuni libri scompaiono quasi senza lasciare traccia. Non necessariamente perché siano capolavori dimenticati o perché qualche ingiustizia della storia letteraria li abbia condannati all’oblio. A volte, più semplicemente, appartengono a un autore conosciuto per tutt’altro, vengono pubblicati molti anni dopo la sua morte, hanno una circolazione limitata e finiscono per scivolare lentamente fuori dai cataloghi, dalle bibliografie e dalla memoria dei lettori.
La sposa ritrovata di Arrigo Provvedi, pubblicato postumo a Padova da Rebellato nel 1968, sembra incarnare alla perfezione il caso di cui stiamo parlando.
Provvedi, senese, nato nel 1883 e morto nel 1945, scrittore di professione non era. Fu soprattutto musicista e violoncellista, insegnò all’Istituto Musicale Morlacchi di Perugia, fondò il Trio Senese ed ebbe una carriera concertistica di un certo rilievo, anche internazionale. Alcuni dei suoi estimatori arrivarono a chiamarlo il “Paganini del violoncello”. Scrisse inoltre composizioni musicali e testi di musicologia. Tra cui: Il violinista senese Rinaldo Franci (Siena, Editrice S.Bernardino, 1910).
Poi, ventitré anni dopo la sua morte, spunta questo piccolo libro.
La sposa ritrovata raccoglie dodici novelle: Un flauto, Il mistero dei contrabassi, La sposa ritrovata, Metempsicosi, Il mondo a rovescio, Il pollaio, La grande missione, La conversione, Il morto onorario, Fuochi, Il morto resuscitato, Coccodoro e Coccadoro.
Già l’indice incuriosisce. Musica, morti che risuscitano, metempsicosi, mondi rovesciati, pollai: difficile capire, soltanto dai titoli, dove Provvedi voglia andare a parare.
Un libro circondato dal silenzio
Cercare oggi notizie su La sposa ritrovata produce risultati sorprendentemente modesti. Le fonti biografiche dedicate a Provvedi ricordano quasi esclusivamente il musicista; quando viene citata la raccolta del 1968, ci si limita generalmente a registrare che fu pubblicata postuma e che venne giudicata favorevolmente (come scrivono Marco Falorni in “Senesi da ricordare” e Ubaldo Cagliaritano in “Mamma Siena“).
Ancora più curioso è il silenzio che circonda le singole novelle. Ricerche effettuate sui loro titoli, incrociandoli con il nome dell’autore, non hanno permesso finora di rintracciare precedenti pubblicazioni in periodici, recensioni significative o una vera fortuna critica. Questo naturalmente non dimostra che i racconti fossero tutti inediti prima del 1968: semplicemente, allo stato delle ricerche, non abbiamo trovato elementi che consentano di affermare il contrario.
E anche questo questo silenzio bibliografico a rendere oggi interessante il volume. Chiariamo bene! Non abbiamo intenzione di proporre Arrigo Provvedi come un grande scrittore ingiustamente escluso dal canone. Sarebbe una forzatura. Ma aprendo La sposa ritrovata ci si accorge abbastanza presto che il musicista senese sapeva raccontare e che, soprattutto, possedeva una vena curiosa, ironica e fantastica che merita almeno di essere riscoperta.
Dino Provenzal e il narratore nascosto
A introdurre il volume è Dino Provenzal, scrittore, traduttore e uomo di cultura che aveva conosciuto personalmente Provvedi. La sua non è soltanto una prefazione commemorativa. Provenzal ricorda di aver letto gli scritti dell’amico e individua in essi qualità narrative precise. Sottolinea soprattutto la naturalezza del linguaggio, la sobrietà, l’assenza di inutili ornamenti e la capacità di dare alla novella una misura esatta.
Il giudizio forse più interessante è proprio quello relativo alla costruzione: secondo Provenzal, la novella di Provvedi è “sempre tagliata giustamente”. Leggendo alcuni racconti della raccolta si capisce cosa intendesse. Provvedi non sembra particolarmente interessato alle grandi architetture narrative. Predilige piuttosto il meccanismo breve: una situazione curiosa, pochi personaggi, un elemento perturbatore e spesso un rovesciamento conclusivo. Il fantastico entra nella realtà senza bisogno di complicate giustificazioni; altrove prevalgono il paradosso, la satira o un umorismo che talvolta si tinge di nero. È difficile, insomma, infilare tutte queste novelle in un’unica casella.
Fantastico, grottesco o protofantascienza?
Provenzal stesso distingue diversi filoni. Ci sono racconti fantastici, altri nei quali acquistano importanza gli animali, altri ancora dominati dalla morte, che però viene affrontata senza particolare cupezza. Titoli come Metempsicosi, Il mondo a rovescio, Il morto onorario e Il morto resuscitato suggeriscono immediatamente territori inconsueti. In alcuni casi sembra affacciarsi quel fantastico razionalizzato che, letto con gli occhi di oggi, può persino ricordare certi meccanismi della prima narrativa fantascientifica.
Usare per Provvedi l’etichetta di autore di protofantascienza sarebbe probabilmente eccessivo. Più corretto parlare di narrativa fantastica, umoristica e paradossale, capace qua e là di sconfinare in territori che successivamente avremmo associato alla fantascienza. Un indizio viene dall’incipit di La grande missione. Il narratore racconta di essere reduce da una misteriosa missione segreta in Cina, affidatagli da una non meglio precisata Autorità e talmente importante da poter modificare addirittura le sorti dell’umanità. Il tono è volutamente enfatico e lascia sospettare subito la parodia. A un certo punto entra in gioco persino l’idea che il tempo possa “tornare indietro”. Senza conoscere l’intero racconto sarebbe imprudente andare oltre. Ma bastano quelle pagine a mostrare quanto Provvedi amasse prendere una situazione apparentemente normale e inclinarla verso l’assurdo.
Un crocifisso, una tempesta e una conversione
La conversione, una delle novelle più brevi del volume, consente invece di verificare direttamente il giudizio di Provenzal. Su una nave diretta in Terrasanta viaggiano un fiorentino cattolico, orgoglioso discendente di Lorenzo Ghiberti, e un ebreo. Il primo possiede un piccolo crocifisso che attribuisce al celebre antenato; il secondo ne mette in dubbio l’autenticità. Da qui nasce una schermaglia religiosa che accompagna la traversata. Il fiorentino arriva a promettere all’altro il crocifisso nel caso riesca a convertirlo. Poi arriva una tempesta. La nave sembra sul punto di affondare, i passeggeri pregano e infine il pericolo passa. Poco dopo, quando il mare è tornato calmo, il crocifisso cade in acqua. Il suo proprietario si getta dietro all’oggetto pur non sapendo nuotare. A salvarlo è proprio l’ebreo.
Il meccanismo narrativo è elementare ma efficace. Il convertitore deve essere salvato dal convertendo; il presunto oggetto miracoloso rischia indirettamente di provocare la morte del suo proprietario; e il racconto si chiude con un ultimo rovesciamento. Provvedi costruisce tutto attorno a un solo oggetto, il crocifisso, facendolo diventare successivamente oggetto d’arte, argomento di disputa, pegno di una scommessa religiosa e causa del pericolo finale.
È proprio questa economia di mezzi a rendere ancora leggibile la novella: Provvedi prepara il meccanismo, lo mette in moto e non lo appesantisce.
Una società degli animali prima di Orwell?
Ancora più curioso è Il pollaio. Provvedi parte dall’idea, antichissima, che osservando gli animali sia possibile riconoscere vizi e virtù degli uomini. Il suo pollaio diventa così una società in miniatura. Ci sono forti e deboli, gerarchie, privilegi, rivalità, rapporti di potere. Alcuni mangiano più degli altri, alcuni dominano, altri devono accontentarsi di ciò che rimane.
Poi nel pollaio entra una formula proveniente dal mondo degli uomini.
“Tutti ricchi”
Il gallo Albagià l’ha sentita pronunciare e ne rimane affascinato. Non è nemmeno necessario comprenderla fino in fondo. Conta la promessa che contiene. La formula comincia a circolare fra gli animali e diventa una sorta di parola d’ordine.
Ed è difficile, leggendo oggi queste pagine, non pensare per un istante a La fattoria degli animali di George Orwell. Il paragone va naturalmente maneggiato con cautela. Provvedi non è Orwell, Il pollaio non è Animal Farm e sarebbe assurdo equiparare intenzioni, complessità politica e risultati letterari delle due opere. Esiste però una coincidenza cronologica che rende l’accostamento particolarmente curioso.
Arrigo Provvedi morì nel 1945. Animal Farm fu pubblicato in Inghilterra il 17 agosto dello stesso anno, mentre la prima edizione italiana sarebbe arrivata soltanto nel 1947. Il pollaio deve quindi essere stato scritto entro il 1945, anche se sarebbe comparso in volume soltanto ventitré anni dopo, nel 1968.
Nessuna improbabile candidatura, dunque, a “Orwell italiano” ante litteram. È però suggestivo che, indipendentemente e prima che il libro dello scrittore inglese potesse avere diffusione in Italia, Provvedi avesse utilizzato un dispositivo narrativo almeno in parte analogo: una società di animali come specchio deformante della società degli uomini. Nel suo pollaio ci sono disuguaglianze e privilegi, ma soprattutto compare qualcosa di estremamente moderno: lo slogan. “Tutti ricchi” si diffonde prima ancora di essere davvero compreso. La parola precede il significato; la promessa genera aspettative; la formula diventa più importante della realtà che dovrebbe descrivere. Ed è forse proprio qui che la piccola favola di Provvedi mostra il suo lato più riuscito.
Galli, galline e uomini
L’aspetto politico, tuttavia, non trasforma Il pollaio in un racconto programmatico. Provvedi rimane un umorista. Continua a ricordarci che i protagonisti sono galli e galline, e proprio dall’attrito fra i grandi concetti della società umana e le esigenze assai più concrete di un pollaio nasce buona parte del divertimento. Le gerarchie sociali diventano gerarchie davanti al becchime; il potere si misura anche attraverso l’accesso al cibo e alle galline; le grandi promesse degli uomini vengono raccolte e reinterpretate da animali che non potrebbero comprenderle davvero.
Il risultato è una favola satirica nella quale l’antropomorfismo non cancella completamente la natura animale dei protagonisti. Anche in questo caso Dino Provenzal aveva visto giusto quando individuava nel mondo animale uno dei filoni caratteristici della narrativa dell’amico.
Il gusto del rovesciamento
Se c’è un elemento che sembra tenere insieme racconti apparentemente tanto diversi, è probabilmente il gusto di Provvedi per il rovesciamento. Il convertitore viene salvato dal convertendo. I morti possono tornare. Il mondo può essere messo sottosopra. Gli animali ragionano sulla società degli uomini. Una missione in Cina può mettere in discussione persino il normale scorrere del tempo.
Il fantastico di Provvedi, almeno per quanto emerge dai racconti che abbiamo potuto esaminare, non sembra cercare l’angoscia. È piuttosto uno strumento per deformare la realtà e osservarla da una prospettiva diversa. A volte prevale il grottesco, altre volte la favola, altre ancora l’umorismo. Persino la morte, stando alla prefazione di Provenzal e ai titoli della raccolta, può diventare materiale per il paradosso. Forse è proprio questa difficoltà di classificazione a rendere La sposa ritrovata più curiosa di quanto la sua quasi totale scomparsa dalla memoria bibliografica lascerebbe supporre.
Un libro da ritrovare, senza gridare al capolavoro
Non occorre trasformare ogni libro dimenticato in un capolavoro misconosciuto. La sposa ritrovata non sembra destinata a cambiare la storia della narrativa italiana del Novecento, né avrebbe senso attribuire oggi ad Arrigo Provvedi una statura letteraria che nessuno pretende di riconoscergli. Ma la caccia ai libri sarebbe molto meno interessante se servisse soltanto a ritrovare ciò che sappiamo già essere importante.
Qui abbiamo un musicista senese di successo, morto nel 1945, che nel tempo libero scriveva novelle; un amico scrittore, Dino Provenzal, che ne aveva intuito e apprezzato le qualità narrative; un manoscritto o un insieme di racconti sopravvissuti all’autore; un editore, Rebellato, che nel 1968 decide di pubblicarli; e infine un libro che lentamente torna a scomparire.
Oggi rimangono dodici racconti dai titoli singolari e una domanda: che cosa ci facevano, nella fantasia del “Paganini del violoncello”, morti resuscitati, metempsicosi, polli alle prese con la ricchezza, misteriosi contrabassi e missioni capaci forse di mettere sottosopra il tempo? Non tutti i libri dimenticati sono capolavori. Ma alcuni meritano di essere ritrovati proprio perché nessuno li sta più cercando. La sposa ritrovata è uno di questi.
Una copia de La sposa ritrovata di Arrigo Provvedi è andata a finire lontano: conservata presso la Biblioteca dell’Istituto di Cultura di Buenos Aires, in Argentina. Copie invece consultabili in Toscana sono conservate presso la Biblioteca comunale di Monteriggioni (SI) e la Biblioteca comunale Gaetano Pieraccini di Poggibonsi (SI).
Disponibilità di eventuali copie (sempre aggiornato)
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