Un “unicorno” da inseguire, autorizzato con una copertina da decifrare!
La prima edizione persiana de Il nome della rosa di Umberto Eco, tradotta in due volumi da Shahram Taheri e pubblicata da Shabaviz (o Shabaviz Publishing) a Teheran, risale al 1365 del calendario solare iraniano (corrisponde all’incirca alla nostra estate 1986).
Edizione persiana del 1365 (nostro 1986)
L’edizione in lingua farsi, intitolata Nām-e gol-e sorkh, uscì in due volumi cartonati o con copertina semi-rigida, con la prima tiratura confermata per il 1365 (Mordad o dintorni, equivalente a luglio-agosto 1986 gregoriano, secondo conversioni standard del calendario persiano). L’editore Shabaviz, attivo a Teheran, è noto per pubblicazioni letterarie di qualità e compare in bibliografie ecoiane come editore legittimo (es. archivi Università di Bologna), senza etichetta di “pirata” esplicita a differenza di edizioni arabe egiziane o tunisine. Non emergono prove di clandestinità: la traduzione è accreditata, con tirature documentate (es. 3000 copie per edizioni successive), e rientra nel flusso di traduzioni italiane in Iran post-1980, favorita dai rapporti culturali pre-rivoluzione.
Molti ricercatori e bibliografi assumono erroneamente che l’edizione persiana possa essere pirata, forse perché lo stesso Eco in qualche intervista aveva ventilato l’ipotesi (?) o forse per il contesto iraniano 1986 (post-Rivoluzione Islamica 1979), ma le fonti non lo confermano; Shabaviz appare regolare, e Eco mirava a collezionare edizioni straniere autorizzate. In realtà non tutte le edizioni mediorientali sono pirata (cfr. l’araba “Sesso in Chiesa” del 1998, esplicitamente illegale). Alternativamente, potrebbe essere semi-ufficiale, con licenza implicita da Bompiani, comune per i mercati emergenti.
- frontespizio
- primo vol. e secondo vol. semi-aperto
- quarte di copertina
Edizioni pirata di Eco
È innegabile che Il nome della rosa generò numerose piraterie globali grazie al boom post-1980 (oltre 50 milioni di copie vendute). Esempi: edizione araba egiziana “Sesso in Chiesa” (1998, senza autorizzazione, titolo alterato per marketing); libica Dar Ouya (1991-98); tunisina Dar Al Turki (ufficiale ma contestata); edizione cinese. Nessuna menzione persiana tra le pirata note in bibliografie (Contursi, archivi Eco, Qual è il libro italiano più tradotto al mondo? di Noemi Veneziani) che citano Shabaviz come editore regolare.
Rarità e valore collezionistico
L’edizione in esame è rara fuori dall’Iran: annunci su Esam.ir e Instagram la offrono come “nāyāb” (rara), con prezzi per la coppia dei volumi ~230.000 toman (circa 50-60€ oggi ma non si tratta di prime edizioni); va detto che le copie del 1365 valgono immensamente di più per i collezionisti data la bassa tiratura). Pregio alto per bibliofili ecoiani: prima in lingua farsi, due volumi, qualità tipografica iraniana (shomiz/coperta in cartonato semi-rigido), contestualizzata in edizioni esotiche che Eco ambiva archiviare. Su AbeBooks/MareMagnum nessun passaggio registrato, confermando invisibilità in Occidente; il valore sale per le condizioni dei volumi.
Consigli per il collezionista. Valutazione collezionistica: alta/molto alta (fino a oltre 500€), assolutamente superiore a edizioni pirata arabe. Cercare su Maremagnum, AbeBooks: l’assenza indica rarità; verificare eventuale presenza su eBay.it per aste e ultim’ora. Prospettiva alternativa: valore speculativo medio-alto in Italia, alto-altissimo per completisti mediorientali e americani.
Il vero fulcro del ragionamento: la copertina!
La copertina della prima edizione persiana di Il nome della rosa (Nām-e gol-e sorkh, Shabaviz, 1365-1986) costruisce un immaginario fortemente diverso da quello italiano/europeo, ma sorprendentemente coerente con il contenuto del romanzo.
Sul fronte campeggia un uomo in abito rosso, di taglio cardinalizio o comunque alto prelato latino, frontalmente, con il capo leggermente chino e un rosario in una mano e un pugnale nell’altra, davanti a una grande vetrata policroma in stile gotico/neo-gotico. Il titolo in persiano è sovrascritto alla vetrata, in caratteri bianchi relativamente sobri, mentre il nome di Umberto Eco è in nero in alto, molto in piccolo, con impaginazione semplice, quasi da romanzo popolare, e uno sfondo neutro che isola la figura.
Si tende a leggere la copertina come “kitsch orientale che travisa Eco”; in realtà i codici iconografici sono riconoscibilmente occidentali (abito rosso, rosario, vetrata) e cercano di tradurre visivamente il cattolicesimo monastico per un pubblico iraniano poco familiare con l’iconografia latina. Quindi, non “tradimento” ma mediazione culturale – l’immagine propone un cattolicesimo stereotipato ma funzionale, esattamente come certe copertine italiane di romanzi su dervisci o imam.
La prima edizione Bompiani 1980 rossa con labirinto/grafica astratta punta su un registro semiotico – labirinto come metafora della biblioteca, del romanzo-gioco e della struttura enigmistica del testo. La copertina persiana invece abbandona la metafora “alta” (labirinto) e sceglie la figurazione: volto, abito, rosario, vetrata, cioè il “volto umano” del potere ecclesiastico e della religione istituzionale.
Molte edizioni europee e americane adottano monasteri in controluce, croci, libri antichi o rosoni gotici, ma spesso inquadrano l’architettura (abbazia, biblioteca, archi) più che la figura umana. La persiana, invece, concentra tutto sul singolo personaggio, quasi un “colpevole” o un inquisitore simbolico, mettendo il tema della colpa/fede al centro, laddove altre edizioni spingono sul giallo storico (nebbia, torri, titoli in caratteri gotici). Da notare che l’individuo della copertina è una sorta di Giano bifronte, che fa intravedere per metà il retro (con il pugnale nascosto) e si dà così una rappresentazione simbolica che ondeggia tra fede (il rosario) e delitto (il pugnale). Lo stesso individua mostra metà volto e metà nuca.
C’è una chiave?
C’è anche un punto di vista alternativo: si potrebbe leggere la scelta iraniana come voluta attenuazione dell’erotismo/sospetto intorno a Adso e alla ragazza (ma non si vede nessuna presenza femminile o ambiguità sensuale), con spostamento totale sul potere clericale e l’ambiente sacro; ciò rispecchia verosimilmente un filtraggio ideologico post-rivoluzionario, in cui la dimensione erotica resta fuori campo.
La figura in rosso può essere letta come simbolo ibrido: da un lato l’inquisizione (Bernardo Gui), dall’altro la gerarchia monastica/papale richiamata dalle dispute tra francescani spirituali e legati pontifici narrate nel romanzo. Il rosario accentua il tema del controllo dottrinale e della preghiera punteggiata, il pugnale simboleggia il colpo a tradimento, mentre la vetrata introduce una dimensione di “teatro sacro” che ben si accorda con il gioco di Eco sullo spettacolo della fede e sulla messa in scena del potere.
Il volto è severo, il corpo rigido, la vetrata non è luminosa in senso mistico ma più “tribunale sacro” che chiesa accogliente. In termini di marketing iraniano anni ’80, l’effetto è quello di un romanzo a forte contenuto religioso e morale, ma potenzialmente anche di critica al potere teocratico – lettura che un lettore smaliziato può fare in chiave allegorica.
Il pregio collezionistico della copertina dal punto di vista del collezionista di Eco è innanzi tutto la lontananza iconografica dalla matrice italiana la rende un testimone prezioso del “riuso” ideologico del romanzo in un contesto islamico post-rivoluzionario. L’illustrazione “d’autore ignoto”, tipica delle tirature iraniane anni ’80, difficilmente documentabile, aggiunge una quota di mistero e unicità: identificare l’illustratore sarebbe una micro-ricerca d’archivio dai risvolti interessanti. La resa cromatica (rosso saturo + vetri colorati) e la grafica persiana del titolo fanno di questa copertina una ibridazione raro-occidentale-orientale che, sul piano estetico, vale quanto certe celebri copertine giapponesi o coreane dei libri di Eco.
L’edizione persiana può anche essere l’indice, a nostro avviso, di come lo stesso romanzo viene “reinterpretato” a livello visivo – la copertina Shabaviz come specchio delle tensioni tra religione, censura e mercato in Iran negli anni ’80.
Si può ottenere oggi dall’Iran una copia?
La prima edizione persiana de Il nome della rosa rimane un pezzo elusivo per i collezionisti europei, aggravato oggi da barriere internazionali che ne rendono l’importo quasi impossibile direttamente dall’Iran.
Nel marzo 2026, le sanzioni da Stati Uniti (dazi 25% imposti da Trump a gennaio) e Unione Europea (ripristino dello snap-back ONU a ottobre 2025, con divieti nell’export/import su beni iraniani), complicano drasticamente l’acquisto diretto dall’Iran verso l’Italia. Piattaforme come Esam.ir offrono teoricamente copie (non prime edizioni) ma le spedizioni sono bloccate da restrizioni doganali UE su “beni iraniani” e divieti postali USA/EU su shadow fleet e logistica iraniana.
Tensioni USA-Iran (sanzioni su IRGC, repressione delle proteste) e UE (nuove designazioni dal gennaio 2026) riducono le opzioni di commercio Italia-Iran, colpendo anche libri rari: i corrieri evitano i pacchi da Teheran per rischi legati al congelamento beni/fondi. Le dogane italiane sequestrano spesso stampe persiane (vietate piante/prodotti, esteso a generi culturali “contro dignità nazionale”), rendendo i transiti via Turchia ed Emirati Arabi Uniti comunque incerti e costosi.
L’escalation 2026 nel conflitto con Israele e Stati Uniti rende non “difficile” ma “proibito” legalmente per i semplici privati entrare in possesso di libri direttamente dall’Iran. Come alternativa, si possono attendere aste secondarie (Catawiki, eBay), o contattare Shabaviz via VPN, pratica estremamente rischiosa.
Disponibilità di eventuali copie (sempre aggiornato)
Compralo su eBay



