Un torrone per non morir…
di Livio Codato
Non è un libro per bambini! O forse sì. Non è neppure un fumetto! Mah… Non ne sarei così sicuro. Vediamo di vederci chiaro. Tecnicamente si tratta di un depliant pubblicitario del 1935, della ditta Vergani di Cremona, uno dei marchi più celebri e storici dell’industria dolciaria italiana, indissolubilmente legato alla produzione del torrone cremonese.
Facciamo un po’ di storia. Secondo la leggenda, il dolce nacque il 25 ottobre 1441 in occasione del matrimonio tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti. Agli ospiti venne servito un dolce a base di miele, mandorle e albume d’uovo, modellato con la forma del Torrazzo (la torre campanaria della città ), da cui deriverebbe il nome “torrone”. Nell’Ottocento, questa tradizione era portata avanti da numerose drogherie artigianali della città . La vera storia dell’azienda inizia nel 1881, quando Secondo Vergani, che fino ad allora aveva lavorato come garzone in una drogheria di Porta Venezia a Cremona, acquistò il negozio.
Vergani decise di specializzarsi e dedicarsi anima e corpo alla produzione artigianale del torrone nel retrobottega, gettando le basi per il futuro successo del marchio. Negli anni ’20 la ditta registrò una forte crescita commerciale, avviando le prime esportazioni su scala internazionale e raggiungendo mercati come gli Stati Uniti, il Canada e l’Egitto, e negli anni ’30 abbandonò la dimensione strettamente artigianale per trasformarsi in una vera e propria industria dolciaria. La Vergani è ancora oggi viva, vegeta e famosa.
Ma veniamo a noi. Ci è capitato tra le mani questo pieghevole risalente al 1935, realizzato per Vergani da Leonardo Bonacini (1908-1981). Nato a Verona, Bonacini si affermò precocemente come grafico e cartellonista pubblicitario e all’inizio della sua carriera subì la forte influenza delle avanguardie futuriste. La sua firma è legata ad alcuni dei marchi più iconici del panorama industriale italiano dell’epoca. A metà degli anni Trenta realizzò per la Barilla celebri calendari aziendali, stampati dalla rinomata Tipografia Gros Monti di Torino, con la quale lavorò a stretto contatto; e infatti il nostro depliant (cm, 64 x 11,5 aperto; cm. 8 x 11,5 ogni riquadro) venne stampato proprio da questa tipografia, con autorizzazione alla diffusione della Regia Questura del capoluogo piemontese, rilasciata il 7 settembre 1935 – XIII.
Questa data è significativa perché, dopo neppure un mese, Mussolini avrebbe dichiarato guerra all’Etiopia, impegnandosi in una nuova impresa imperialistica in Africa. Erano anni in cui gli italiani venivano bombardati dalla retorica fascista sui fasti coloniali della nazione e la Vergani, cavalcando l’onda, affidò a Bonacini l’incarico di inventare l’avventura africana del piccolo eroe Mandorlino. A parte la terzina iniziale, la storiella viene raccontata in quartine di ottonari, divise ciascuna in due distici a rima baciata o alternata, accompagnate da coloratissime e bellissime illustrazioni, col taglio da fumetto.
E’ arrivato nella jungla /Â Mandorlino bimbo bianco / col suo fido negro a fianco.
Ma spiato è fra gli erbaggi / dai terribili selvaggi. / Che lo accerchiano furenti / tutti armati sino ai denti.
Mandorlino vien legato / quindi tosto trasportato / fino al campo dei zulù / dove alloggia la tribù.
Ed il capo dei zulù ch’è chiamato Banzablù / vuole cuocere a puntino / tanto il negro che il bambino.
Mandorlin gli dice: aspetta! / Perché pronta ha sottomani / una ben colma cassetta / di torrone extra Vergani.
Al torrone fa gran festa / giubilanti gli zulù; / con la tuba sulla testa / soddisfatto è Banzablù.
Sul gran trono è Mandorlino / proclamato grande Re / per il dolce prelibato / che portato avea con se. [sic].
Attirati dal miraggio / d’una cosa così buona / parton negri e bimbo saggio / alla volta di Cremona.
Quindi, anche la pubblicità poteva essere funzionale alla propaganda dell’ideologia colonialista del regime, contrapponendo la civiltà dei bianchi alla ferinità dei “negri”. In questa striscia, per indicare gli africani viene usato il termine zulù che, rispetto al corretto significato originario, in quegli anni subì una deformazione culturale e linguistica. Infatti, fu proprio in questo periodo che la parola si radicò stabilmente nel vocabolario popolare italiano come epiteto dispregiativo, assumendo il significato di persona rozza, ignorante, selvaggia e priva di educazione.
Sebbene gli Zulù vivessero geograficamente in Sudafrica (perciò al di fuori delle colonie italiane), il loro nome fu assorbito e generalizzato dall’opinione pubblica italiana dell’epoca, influenzata dal razzismo istituzionale, per indicare genericamente qualsiasi stereotipo di indigeno africano privo di civiltà . Comunque, al di là dell’elemento razziale, l’opuscolo è divertente, interessante e meritevole di un piccolo posto nella storia della letteratura coloniale italiana.
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