"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

A Bend, nell’Oregon, sopravvive l’ultimo Blockbuster

E se un giorno accadesse anche alle librerie?

 

La porta si apre ancora alle nove del mattino. Sopra l’ingresso l’insegna reca semplicemente la scritta LIBRERIA. Non ce ne sarebbe bisogno: tutti sanno che cos’è quel posto. Arrivano visitatori da ogni parte d’Europa, qualcuno persino dall’America e dal Giappone. Si fanno fotografare davanti alla vetrina e poi entrano, quasi sempre con una certa soggezione.

All’interno ci sono ancora degli scaffali. Sui ripiani riposano alcune migliaia di libri di carta. Romanzi, saggi, vecchi tascabili, dizionari. Si possono prendere in mano, sfogliare e persino comprare. Una commessa è disponibile per consigliare un titolo, pratica che incuriosisce soprattutto i visitatori più giovani.

Ma i libri occupano ormai soltanto una parte del negozio. Il resto dello spazio è dedicato al merchandising. Tazze con riproduzioni di celebri copertine del Novecento, magliette con ritratti di scrittori, borse a sacco, segnalibri, ex libris, quaderni, matite. In una teca è esposta una macchina da scrivere Olivetti. Poco più avanti si possono acquistare facsimili delle vecchie tessere delle biblioteche e persino una candela che, una volta accesa, dovrebbe riprodurre il profumo della carta.

Uno degli articoli più venduti è una maglietta. C’è scritto: 100% HUMAN WRITTEN.

Anche alcuni libri hanno un piccolo bollino sulla copertina. Certifica che il testo contenuto nel volume è stato scritto integralmente da un essere umano. La maggior parte dei visitatori, però, non compra libri. Compra un ricordo dell’epoca in cui si compravano libri.

State calmi! Questa libreria non esiste. Non ancora.

Non ancora!

 

L’ultimo Blockbuster esiste già

Andiamo per ordine. Per vedere qualcosa che assomiglia sorprendentemente a questa fantasia non occorre aspettare il futuro. Bisogna andare a Bend, nell’Oregon. Stati Uniti d’America.  Al numero 211 di NE Revere Avenue continua a funzionare quello che viene generalmente considerato l’ultimo negozio Blockbuster rimasto al mondo.

La storia comincia con una piccola attività indipendente della famiglia Tisher. Dopo dieci anni di gestione locale, nel giugno del 2000 i proprietari decisero di entrare nel sistema di franchising Blockbuster. Quando il colosso del videonoleggio cominciò a sgretolarsi sotto i colpi del digitale e dello streaming, quel negozio continuò ostinatamente a funzionare. Dal marzo 2019, dopo la chiusura dell’ultimo Blockbuster australiano, è rimasto solo al mondo. E continua davvero a noleggiare film.

Ma nel frattempo è successa una cosa curiosa. Il negozio stesso è diventato parte del prodotto. Si va a Bend per vedere Blockbuster. Per camminare tra gli scaffali, riconoscere l’arredamento, fotografarsi davanti all’insegna e ricordare un gesto che fino a pochi decenni fa non aveva assolutamente niente di straordinario: uscire di casa per scegliere un film.

E naturalmente si comprano ricordi. Magliette, felpe, cappellini, cartoline, portachiavi. Persino candele profumate al popcorn. Nel 2024 la direttrice Sandi Harding stimava che circa l’80 per cento dell’attività derivasse ormai dal merchandising. Lo stesso sito del negozio dichiara che i proventi delle vendite dei prodotti servono direttamente a mantenerlo aperto.

Il paradosso è notevole. Blockbuster è sopravvissuto abbastanza a lungo da vedere trasformarsi in nostalgia ciò che un tempo era normalità.

Un Blockbuster dei tempi d’oro

 

E se succedesse alle librerie?

Naturalmente una libreria non è un videonoleggio. Il libro di carta ha dimostrato una capacità di resistenza che molti, all’inizio della rivoluzione digitale, non gli attribuivano. Gli e-book non hanno cancellato i volumi stampati e le librerie continuano a esistere.

Eppure qualcosa sta cambiando. Non serve immaginare un futuro remoto. Basta osservare qualche saracinesca che si è già abbassata. Nell’aprile 2026 è stata annunciata la chiusura della Libreria Tarantola di Sesto San Giovanni.

La storia della famiglia Tarantola nel commercio librario risaliva addirittura al 1859, quando l’Italia unita ancora non esisteva. L’insegna era arrivata a Sesto San Giovanni nel 1941. Sette generazioni di librai, incontri con scrittori, presentazioni, lettori. Nel 2018 era stata anche premiata come migliore libreria d’Italia. Centosessantasette anni. Poi gli scaffali hanno cominciato a svuotarsi.

Al posto della libreria si allargherà una farmacia. Il caso è ancora più interessante perché non consente una spiegazione troppo semplice. Il titolare Giorgio Tarantola ha dichiarato che la libreria funzionava ancora: la decisione è maturata guardando al medio e lungo periodo e di fronte a un’importante proposta per l’affitto dei locali.

Non tutte le librerie, dunque, muoiono perché nessuno compra più libri. A volte scompaiono perché il luogo fisico nel quale i libri vengono venduti entra in competizione con altri usi economicamente più redditizi dello stesso spazio. È una differenza non trascurabile.

Un altro caso milanese racconta una storia leggermente diversa. Nel 2025 a Milano la Libreria dei Ragazzi e delle Ragazze, nata nel 1972, ha dovuto lasciare la storica sede di via Tadino per l’aumento dell’affitto e dei costi di gestione, mettendosi alla ricerca di un nuovo spazio. Non una scomparsa definitiva, quindi, ma un altro segnale della fragilità del modello.

E il fenomeno naturalmente non riguarda soltanto l’Italia. A Parigi, nel settembre 2025, ha chiuso BDnet Bastille, grande libreria specializzata in fumetti aperta nel 2004 in rue de Charonne. Il proprietario era arrivato alla pensione e per cinque anni aveva cercato inutilmente qualcuno disposto a rilevare l’attività. Nei locali della libreria era previsto l’arrivo di un negozio di scarpe.

Tre storie diverse. Non dimostrano che le librerie stiano per estinguersi. Dicono però che una libreria può essere amata, frequentata, conosciuta e persino economicamente vitale, e ciò non basta necessariamente a garantirle un futuro.

 

Il libro potrebbe sopravvivere alla libreria

Forse è questo l’equivoco. Quando si parla della crisi delle librerie si finisce quasi sempre per parlare della possibile morte del libro.

Ma sono due cose diverse. Potrebbero continuare a essere stampati milioni di libri anche in un mondo nel quale le librerie fisiche fossero diventate molto poche. Potremmo comprarli attraverso grandi piattaforme, riceverli poche ore dopo a casa, ordinarli direttamente agli editori.

Il libro continuerebbe a esistere. Scomparirebbe qualcos’altro. Il posto dove andiamo senza sapere ancora quale libro compreremo. È una differenza enorme. Su Internet cerchiamo molto spesso qualcosa che conosciamo già. In libreria possiamo entrare per acquistare un libro e uscirne con un altro.

L’insostituibile ruolo del libraio che dispensa consigli di lettura

Naturalmente anche gli algoritmi suggeriscano libri. Lo fanno continuamente. Ma un algoritmo conosce ciò che abbiamo comprato. Un libraio può capire ciò che stiamo cercando. Non è necessariamente migliore. È semplicemente un’altra cosa. E soprattutto occupa uno spazio fisico. Scaffali, tavoli, vetrine, scale, sottoscala, pile di novità, fondi di magazzino. Luoghi nei quali un libro dimenticato da vent’anni può trovarsi a mezzo metro dall’ultimo bestseller.

Per un cacciatore di libri questa differenza non è secondaria.

 

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale

C’è però una seconda trasformazione, appena cominciata, che rende il paragone con Blockbuster ancora più interessante. Per molto tempo la domanda ricorrente è stata: sopravviverà il libro di carta al libro digitale?

Forse tra qualche anno la domanda sarà diversa: sopravviverà il libro scritto da un essere umano al libro prodotto da una macchina?

Non sappiamo quale sarà la risposta. È possibile che la distinzione stessa perda significato. Uno scrittore potrà utilizzare sistemi di intelligenza artificiale per documentarsi, correggere, tradurre, costruire varianti, esattamente come oggi utilizza un computer invece di una macchina da scrivere.

O forse potrebbe non avere senso. Ha senso distinguere i libri di scrittori che scrivono a mano sulla carta da quelli che usano una macchina da scrivere o un pc?

Ma possiamo immaginare anche uno scenario differente. Produzione rapidissima di romanzi costruiti sulla base delle preferenze dei lettori. Biografie generate in pochi giorni. Manuali aggiornati automaticamente. Narrativa personalizzata. Traduzioni istantanee. Migliaia di nuovi titoli immessi ogni giorno sul mercato a costi minimi. E in mezzo a questa quantità sterminata potrebbe accadere qualcosa di apparentemente paradossale. Il libro scritto interamente da un essere umano potrebbe diventare un prodotto particolare.

Non necessariamente migliore. Ho appena scritto Particolare. Come il mobile costruito a mano. La fotografia analogica. Il disco in vinile. La lettera scritta con una stilografica. E magari avrà bisogno di una certificazione. Del tipo 100% HUMAN WRITTEN.

Torniamo allora nella nostra libreria immaginaria. Adesso comprendiamo perché quei libri occupano soltanto una parte degli scaffali. Non sono semplicemente libri. Sono libri umani. Qualcuno entra per cercare un romanzo del 2038 scritto senza assistenza generativa. Un altro colleziona le ultime opere composte da autori che utilizzavano ancora una tastiera.

Un ragazzo prende in mano un volume e domanda al libraio: «È stato scritto davvero tutto da una persona?» Il libraio annuisce. Il ragazzo lo compra. Forse non lo leggerà mai.

 

Quando una cosa normale diventa nostalgia

È facile sorridere. Probabilmente negli anni Novanta avremmo sorriso allo stesso modo se qualcuno ci avesse detto che un giorno migliaia di persone sarebbero andate fino in Oregon per fotografare un negozio di videocassette.

All’epoca Blockbuster non era certo archeologia industriale come oggi. Era Blockbuster. Ci si andava il venerdì sera. Si camminava davanti alle custodie. Si discuteva sul film da scegliere. Qualcuno prendeva una commedia, qualcun altro insisteva per un horror. Si portava il film a casa e bisognava ricordarsi di restituirlo.

Non sembrava un’esperienza da preservare. Proprio come oggi non consideriamo straordinario entrare in una libreria, prendere un volume dallo scaffale, leggerne la quarta di copertina e rimetterlo al suo posto.

Sono gesti troppo comuni per avere nostalgia di loro. Per ora. Il negozio di Bend contiene quindi una piccola lezione che riguarda anche i libri. Non necessariamente quella che ci aspetteremmo. Non dice che tutto ciò che è vecchio è destinato a morire. Al contrario: alcune cose riescono a sopravvivere proprio abbastanza a lungo da cambiare significato.

Prima erano servizi. Poi diventano esperienze. Infine diventano memoria.

L’ultima libreria

Non sappiamo se esisterà mai. Probabilmente no. In fondo, siamo qui a esorcizzarlo, no?  Il futuro raramente è così ordinato da lasciare un solo superstite al quale consegnare simbolicamente le chiavi.

Potrebbero invece rimanere migliaia di piccole librerie, trasformate profondamente rispetto a quelle che conosciamo oggi. Potrebbero vendere libri, organizzare incontri, servire caffè, commerciare oggetti, stampare volumi su richiesta e diventare luoghi di socialità più che semplici negozi. Potrebbero sopravvivere proprio perché avranno smesso di essere soltanto librerie.

In fondo anche l’ultimo Blockbuster vende ancora film. Ma vende soprattutto Blockbuster. Forse un giorno una libreria venderà ancora libri, ma venderà soprattutto l’esperienza di entrare in una libreria. E qualcuno attraverserà una città per visitarla. Guarderà gli scaffali. Prenderà in mano un libro. Lo aprirà. Sentirà l’odore della carta. E alla fine comprerà una maglietta.

 

 

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