"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Oltre il caffè letterario: il difficile futuro delle librerie indipendenti

 

Aprire una libreria con un piccolo bar, una mescita, un angolo per i vinili, qualche stampa alle pareti, tavoli per lavorare e presentazioni serali è una delle idee più attraenti dell’editoria commerciale contemporanea. Il libro torna a essere il centro di uno spazio vissuto; la libreria diventa luogo di incontro; il cliente può fermarsi, sfogliare, ascoltare musica, bere un caffè, partecipare a un evento. È un’immagine bella, quasi irresistibile. Eppure non basta.

 

Una libreria-caffè, o più in generale un negozio a doppia anima commerciale, non può vivere di atmosfera. L’atmosfera attira, fa parlare, genera fotografie e condivisioni sui social; ma non paga da sola affitti, utenze, stipendi, acquisti, tasse, fornitori e scorte. Un luogo può essere molto frequentato e tuttavia poco sostenibile. Può ospitare presentazioni affollate, ricevere complimenti sinceri, diventare addirittura un presidio culturale apprezzato, ma non riuscire a trasformare quella simpatia in acquisti costanti e in un margine adeguato.

Questo è il primo punto da non rimuovere: la libreria ibrida non è una scorciatoia per compensare la crisi del libro. È un’attività più complessa della libreria tradizionale, perché somma mestieri differenti. Gestire una selezione libraria di qualità richiede acquisti intelligenti, conoscenza bibliografica, rotazione di magazzino, ricerca di titoli, valutazione dell’usato, rapporti con editori, distributori e privati. Gestire un bar richiede invece forniture, servizio, attrezzature, pulizia, personale, organizzazione, rispetto di regole specifiche e capacità di mantenere margini anche sulle consumazioni. Mettere insieme le due cose può essere una forza, ma soltanto se entrambe reggono economicamente.

 

Prima domanda da farsi

La domanda essenziale non è quindi se una libreria debba aggiungere un caffè. È un’altra: che cosa troverà lì il cliente che non potrebbe trovare altrove? E, soprattutto, perché dovrebbe tornare con continuità?

Nelle grandi città il modello può avere condizioni favorevoli. Quartieri densamente abitati, università, turismo, professionisti, studenti, creativi e un maggiore ricambio di persone producono una domanda potenziale più ampia. Ma trasferire automaticamente una formula nata a Firenze, Milano, Bologna o Roma in una città più piccola è un errore frequente. Le città di provincia – in Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo, Veneto, Emilia, Piemonte e in molte altre regioni – non sono prive di lettori né di vita culturale. Hanno però bacini d’utenza più limitati, minor ricambio quotidiano, abitudini di consumo spesso consolidate e una domanda che può non essere sufficiente per mantenere contemporaneamente una libreria, un bar, una programmazione culturale e un’attività di vendita specializzata.

Anche il turismo, spesso invocato come soluzione, deve essere guardato con realismo. Il turista può portare passaggio, curiosità e visibilità. Può comprare una guida, una stampa, un taccuino, un libro fotografico o un prodotto territoriale. Ma non costituisce necessariamente una clientela stabile; e una libreria non può dipendere soltanto dai fine settimana, dalle festività o dalle stagioni di maggiore affluenza. Un conto è avere molte persone che entrano; un altro è avere persone che acquistano, tornano, ordinano libri e riconoscono nel negozio un punto di riferimento.

Lo stesso vale per gli studenti. Sono spesso il pubblico più curioso, più disponibile alla scoperta e più attratto dai luoghi ibridi; ma hanno anche disponibilità economiche limitate, una presenza stagionale e una naturale propensione agli acquisti digitali, ai mercatini e alla circolazione informale dei libri. Una libreria che punta su di loro deve offrire prezzi, servizi e linguaggi adeguati, senza immaginare che il loro entusiasmo possa da solo sostenere i costi fissi dell’impresa.

Il problema non è dunque la commistione tra commercio e cultura. Al contrario, quando è ben progettata, l’integrazione può essere una risorsa potente. L’importante è che non sia casuale. Una libreria che vende anche vinili e dischi, per esempio, può avere un’identità molto forte se costruisce il proprio catalogo attorno a fotografia, cinema, fumetto, musica, rock, jazz, arte contemporanea, controculture, editoria indipendente e cultura visuale. In questo caso chi acquista un libro sulla storia del punk, un catalogo fotografico o un volume sul cinema può trovare naturale aggiungere un disco, una fanzine, una stampa o un biglietto per un incontro.

 

Ci sono isole felici

A Firenze, Black Spring Bookshop ha costruito una proposta attorno a illustrazione, fotografia, controcultura, editoria underground e cultura DIY, affiancando libri, dischi, un angolo bar, mostre, presentazioni e workshop. A Milano, Volume BK si è formato dall’incontro fra una libreria dedicata ai libri illustrati e il negozio di dischi Volume: libri, vinili, corsi e incontri convivono perché parlano a un pubblico in larga parte comune. Non si tratta di aggiungere musica ai libri come decorazione commerciale, ma di creare un luogo nel quale le due merci appartengano allo stesso immaginario.

Un’altra combinazione naturale è quella fra libri, cartoleria di qualità, oggetti per la scrittura, stampe, giochi, carte pregiate e design editoriale. In questo caso la libreria può alzare lo scontrino medio e intercettare anche il cliente che non entra con l’intenzione di acquistare un libro. Un taccuino ben scelto, una matita particolare, un gioco illustrato, una mappa, una cartolina d’autore o un’agenda possono costituire un piccolo acquisto d’impulso, ma devono avere coerenza con il progetto culturale del negozio. Se la cartoleria diventa paccottiglia indistinta, la libreria perde identità e si trasforma in un generico punto regalo.

Noi Libreria, a Milano, ha scelto una strada ampia, combinando libri illustrati, narrativa e saggistica con cartoleria, bar, coworking, laboratori, mostre e spettacoli. Un modello interessante, ma anche assai impegnativo: richiede spazi adeguati, personale preparato, un’organizzazione capace di far convivere attività diverse e, soprattutto, una città in grado di alimentare un flusso di pubblico sufficiente. Non è un format che possa essere ripetuto in scala ridotta senza tenere conto della radicale differenza di contesto.

Per chi opera nel libro raro, nell’usato di qualità e nell’antiquariato librario, la strada più coerente resta probabilmente quella dell’integrazione con arte su carta, stampe, ephemera, manifesti, documenti, autografi, carte geografiche, fotografia e collezionismo. Qui le competenze si sovrappongono: descrivere una prima edizione, valutare una tiratura, riconoscere una stampa, raccontare un documento o selezionare una grafica richiede lo stesso tipo di attenzione materiale, bibliografica e storica. Una libreria antiquaria può quindi ampliare la propria proposta senza tradirsi, intercettando collezionisti diversi ma affini.

È il caso di Libreria Catap, che si presenta come libreria indipendente di antiquariato e micro-galleria d’arte, con una specializzazione in edizioni del Novecento, libri rari, fuori catalogo, editoria underground, arte su carta, grafiche, fotografie e multipli. In questo tipo di progetto il libro non è soltanto un contenuto da leggere, ma un oggetto da collezionare, studiare, esporre e mettere in relazione con altri materiali. Il pubblico è più ristretto rispetto a quello della narrativa di largo consumo, ma può essere più consapevole e disposto a riconoscere il valore della competenza

Anche il coworking può essere una risorsa, ma soltanto a condizioni molto chiare. Tavoli, Wi-Fi, prese elettriche e un ambiente piacevole attirano studenti e professionisti; tuttavia, se l’uso dello spazio non è regolato da abbonamenti, prenotazioni, consumo minimo o fasce orarie, il rischio è evidente. Il negozio finisce per offrire gratuitamente postazioni di lavoro che occupano tavoli per ore, rallentano il ricambio e producono consumazioni minime. Il coworking deve dunque essere un servizio tariffato, o almeno organizzato in modo da generare una frequentazione economicamente utile.

In una scala molto più ampia, The Spark Creative Hub mostra quanto possano convivere libreria, coworking, formazione, eventi, manifattura digitale e design quando esistono spazi, investimenti e una progettazione strutturata: il centro dichiara oltre 500 metri quadrati e più di 20.000 titoli, accanto a laboratorio, attività formative e servizi per professionisti. È un esempio utile, ma non va scambiato per una ricetta semplice. Proprio la sua ampiezza dimostra che il modello ibrido richiede capitale, funzioni ben distinte e una massa critica di utenza.

C’è poi la libreria che diventa casa editrice, laboratorio, galleria, biblioteca di quartiere, punto di bookcrossing e spazio di socialità. Il rischio, in questi casi, è quello di accumulare attività senza chiarire chi paghi per ciascuna di esse. Ma se esiste un progetto editoriale riconoscibile, legato a una città, a una regione, a un tema o a una comunità, la produzione di plaquette, ristampe, cataloghi, libri locali, piccoli repertori, guide d’autore e pubblicazioni fuori dai circuiti maggiori può rafforzare enormemente l’identità del luogo.

Librìdo, nel centro storico di Genova, veniva descritto nel 2021 come spazio comprendente libreria, caffetteria, casa editrice, biblioteca, bookcrossing e galleria. Il suo interesse sta nella personalità del progetto, non nel numero dei servizi offerti. Il punto decisivo non è fare molte cose, ma farle tutte sotto un’unica idea riconoscibile.

 

E la provincia?

Per le città di provincia, infine, il territorio non dovrebbe essere soltanto uno sfondo, ma una parte del catalogo. Una libreria può diventare indispensabile se sa proporre bibliografia locale, storia urbana, memorie familiari, paesaggio, gastronomia, sentieri, tradizioni, archivi fotografici, editoria regionale, carte geografiche, piccoli editori, incisioni, cartoline, guide d’epoca e libri ormai irreperibili. Il negozio deve essere il luogo in cui un abitante, uno studioso, un turista o un collezionista trova qualcosa che non compare facilmente nei motori di ricerca, nelle grandi catene o sui marketplace generalisti.

La libreria di oggi non può limitarsi a vendere il libro che tutti possono ordinare con uno sconto e ricevere il giorno dopo. Deve vendere scelta, competenza, tempo risparmiato, relazione, conoscenza del territorio e capacità di trovare ciò che il lettore non sapeva ancora di cercare.

La conclusione è poco romantica, ma necessaria. Una libreria-caffè può essere un ottimo luogo culturale; non per questo è automaticamente un buon negozio. Per avere possibilità concrete di sopravvivere, deve possedere una specializzazione leggibile, un assortimento selezionato, attività complementari realmente coerenti, entrate diversificate ma misurabili, un uso non gratuito degli spazi di lavoro, una programmazione culturale sostenibile e una presenza online capace di superare i confini della città. Non basta avere una doppia anima. Bisogna fare in modo che entrambe sappiano vivere.

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