"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Da Bemporad a Marzocco: le avventure editoriali di Tarzan in Italia

 

di Livio Codato

 

Già di per sé la vita di Edgar Rice Burroughs (1875-1950), il creatore di Tarzan, sarebbe materia per un romanzo. Figlio inconcludente di un militare, tenta mille lavori (dal poliziotto al cowboy, dal venditore ambulante al cercatore d’oro) e si ritrova a quasi quarant’anni di fronte all’evidenza del proprio fallimento, al punto da meditare il suicidio. Ma ecco che la penna (o la macchina per scrivere) diventa la sua ciambella di salvataggio dal naufragio della vita: dopo l’esordio con un romanzo di fantascienza, Sotto le lune di Marte, il 27 agosto 1912 esce il suo Tarzan delle scimmie, pubblicato sulla rivista The All-Story, e poi in volume cartonato con copertina rigida per l’editore A. C. McClurg & Co. il 17 giugno 1914.

 

BOOM! Uno dei successi più clamorosi nella storia dell’editoria mondiale di ogni tempo. Burroughs dedicò all’eroe in perizoma leopardato 28 romanzi, tradotti in tutte le lingue, i quali generarono più di trenta film e una serie infinita di telefilm, fumetti e cartoni animati.

Burroughs lasciò questo mondo milionario… Digressione. Sono molteplici le ragioni dello straordinario successo delle avventure di John Clayton III, Visconte di Greystoke, il neonato di nobili origini inglesi rimasto orfano in Africa. Innanzi tutto, la fascinazione per il “Continente Nero“, quando, fino alla seconda metà dell’Ottocento, l’interno dell’Africa era in gran parte sconosciuto cartograficamente (la cosiddetta Terra Incognita), e le spedizioni di esploratori come David Livingstone e Henry Morton Stanley (vedi il suo In Darkest Africa del 1890) aprirono l’immaginario collettivo occidentale a un mondo avvolto nel mistero.

Burroughs ereditò dai reportage di quegli eroi della modernità l’idea di un’Africa selvaggia, primordiale e letale, un immenso spazio bianco sulle mappe dove tutto è possibile, comprese tribù sconosciute e razze di primati mai classificate dalla scienza, come i Mangani che adottano Tarzan, una specie fittizia di grandi scimmie antropomorfe che Burroughs inventa con criterio quasi scientifico, il quale risente dei dibattiti sul darwinismo. Tarzan stesso viene presentato come una sorta di esperimento definitivo: cosa succede se un neonato umano, all’apice della scala evolutiva, cresce nello stato di natura descritto dagli scienziati e dagli esploratori del XIX secolo? La risposta sta nell’idea di origine rousseauiana (il mito del buon selvaggio) che l’uomo nasca puro e venga poi corrotto dalla società; e Tarzan incarna proprio questo principio: cresciuto lontano dalla civiltà, sviluppa una morale integerrima e una perfetta forma fisica.

Nell’invenzione del bambino, poi ragazzo e infine uomo semiselvaggio, Burroughs subì certamente il fascino de Il libro della giungla (1894) di Rudyard Kipling, con il personaggio di Mowgli, il “cucciolo d’uomo” che anticipa Tarzan di 18 anni (e che dire di Romolo e Remo, allevati dalla lupa, mito che lo stesso Burroughs dichiarò di aver rielaborato a modo suo?).

Comunque molto altro ci sarebbe da dire ma è tempo di tornare al nostro eroe. In Italia Tarzan approdò da Bemporad nel 1928 ma in modo sgangherato perché venne pubblicato prima Il ritorno di Tarzan e un anno dopo circa, il 10 dicembre 1929, il capostipite Tarzan delle scimmie. Questa storpiatura cronologica proietta un’ombra sulla data di nascita del Tarzan “italiano“:

1928 o 1929? Poteva essere tornato prima ancora di essere partito? Certo che no! Noi, volendo rimettere ordine, propenderemmo per il 1929, l’anno del crollo della borsa di Wall Street e dell’inizio della grande crisi finanziaria ed economica del pianeta. Chissà quanti allora avrebbero preferito ritrovarsi a vivere, più o meno spensieratamente, nella vera giungla piuttosto che in quella d’asfalto… In ogni caso, con le traduzioni di Vittorio Caselli e le illustrazioni di Dario Betti, queste belle brossure delle avventure dell’eroe proseguirono con Le belve di Tarzan (1929), Il figlio di Tarzan (1930), Tarzan e i gioielli di Opar (1930), I racconti della giungla di Tarzan (1931) e Tarzan l’indomabile (1932).

Purtroppo gli anni Trenta precipitarono velocemente verso la catastrofe, prima morale e ideologica, poi economica e politica, e infine sociale e militare. Enrico Bemporad, storico direttore e anima della casa editrice, era di origine ebraica e nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali da parte del regime fascista, gli fu impedito di lavorare e di continuare a possedere l’azienda. Per evitare la chiusura e la confisca, il 17 ottobre 1938 la casa editrice fu forzata a cambiare nome, cancellando il cognome di famiglia e assumendo il marchio Marzocco (il leone simbolo di Firenze).

Enrico Bemporad morì nel 1944, poco prima della fine della guerra, senza poter vedere la rinascita della sua azienda che riprese a pubblicare anche col suo nome dal 1946. Comunque, sotto la nuova etichetta di Marzocco, dal 1938, gli stessi romanzi di Tarzan vennero ristampati più volte con la sola sostituzione del nome della casa editrice fino al 1940. E dopo la guerra, le pubblicazioni di tutti i ventotto Tarzan di Burroughs ripresero a tamburo battente per la medesima casa editrice: dal 1946 Marzocco, già Bemporad; dal 1959 Bemporad-Marzocco; dal 1974 Giunti-Marzocco. 30 anni dopo la dipartita di Enrico, il nobile cognome Bemporad, sopravvissuto alla tragedia mondiale, scomparve dalla scena editoriale nell’Italia democratica degli anni Settanta. Tarzan non lo avrebbe permesso…

 

 

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