"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

 

Pautasso si addentra nel sottosuolo simbolico del terrorismo italiano

 

Ci sono libri che aggiungono un tassello a una vicenda già nota e libri che, invece, cambiano la prospettiva da cui quella vicenda viene osservata. Alchimia e lotta armata. L’esoterismo e le Brigate Rosse (Bietti, 2026), di Guido Andrea Pautasso, appartiene decisamente alla seconda categoria. Non perché pretenda di riscrivere la storia delle Brigate Rosse o di risolvere gli enigmi irrisolti del caso Moro, ma perché sposta l’attenzione su un territorio che la storiografia italiana ha finora frequentato solo marginalmente: quello dell’immaginario simbolico, delle rappresentazioni culturali e delle sedimentazioni esoteriche che accompagnarono la nascita e l’evoluzione della lotta armata.

 

L’operazione è coraggiosa. E, proprio per questo, inevitabilmente esposta a critiche. Ma il merito principale del volume consiste nell’affrontare un tema complesso senza indulgere nel sensazionalismo. Pautasso non sostiene che le Brigate Rosse fossero una setta occultistica né che il terrorismo italiano debba essere spiegato attraverso improbabili chiavi magiche. Piuttosto, invita il lettore a considerare quanto il linguaggio della rivoluzione, della morte, del sacrificio e della rigenerazione abbia spesso attinto a un patrimonio simbolico molto più antico della stessa ideologia marxista.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un saggio di storia culturale prima ancora che a un libro sul terrorismo. L’autore parte da una constatazione semplice: ogni rivoluzione costruisce un proprio universo simbolico. Le parole, i colori, gli emblemi, i rituali, perfino le fotografie e le immagini pubbliche non sono semplici strumenti propagandistici, ma elementi attraverso i quali un movimento definisce la propria identità. Da questo punto di vista le Brigate Rosse non fanno eccezione.

L’analisi del celebre emblema della stella a cinque punte costituisce uno degli esempi più convincenti del metodo adottato nel libro. Pautasso ricostruisce le motivazioni dichiarate dai brigatisti, ma le mette in relazione con una storia molto più lunga del simbolo: il pentagramma pitagorico, l’alchimia, la tradizione massonica, la simbologia cristiana e le successive reinterpretazioni moderne. Il risultato non è una dimostrazione di dipendenze dirette, bensì la ricostruzione di un campo semantico nel quale il simbolo brigatista acquista una densità culturale ben diversa da quella normalmente attribuitagli.

È una differenza metodologica importante. Troppo spesso, quando si affrontano argomenti che coinvolgono esoterismo e politica, il rischio consiste nello scivolare rapidamente verso il complottismo. Pautasso evita quasi sempre questa trappola. Preferisce accumulare fonti, citazioni, testimonianze e suggestioni, lasciando spesso al lettore il compito di stabilire il grado di plausibilità delle varie interpretazioni. Il suo interesse non è dimostrare l’esistenza di una regia occulta, quanto ricostruire il modo in cui certi simboli abbiano continuato a esercitare una forza immaginativa anche all’interno di un movimento che si proclamava rigidamente materialista.

È proprio questa apparente contraddizione a rendere il libro particolarmente interessante. La cultura marxista-leninista delle Brigate Rosse nasce infatti come negazione della religione e di ogni trascendenza. Eppure, osserva l’autore, il linguaggio brigatista appare continuamente attraversato da categorie che appartengono alla tradizione religiosa: redenzione, sacrificio, martirio, rigenerazione, purezza, conversione, destino storico. Più che una semplice ideologia politica, la lotta armata finisce così per assumere, almeno sul piano simbolico, i tratti di una religione secolarizzata.

L’ipotesi non è nuova nella riflessione filosofica sul Novecento. Da Eric Voegelin a Raymond Aron, da Emilio Gentile agli studi sulle religioni politiche, molti storici hanno descritto i totalitarismi come forme di sacralizzazione della politica. L’originalità di Pautasso consiste nell’applicare questa prospettiva al brigatismo, ampliandola attraverso un’indagine sulle immagini, sui miti e sui repertori simbolici.

Il libro si apre con una pagina autobiografica destinata a spiegare, almeno in parte, l’origine di questa ricerca. L’autore ricorda infatti le minacce ricevute dal padre, dirigente editoriale e giornalista, durante gli anni del terrorismo, quando la famiglia fu costretta ad abbandonare Milano sotto protezione della polizia. È un episodio narrato con sobrietà, privo di enfasi vittimistica, ma sufficiente a far comprendere come la riflessione sulle Brigate Rosse nasca anche da una memoria personale e familiare. La ricerca storica, in questo caso, non è soltanto un esercizio intellettuale: è anche il tentativo di comprendere un trauma vissuto indirettamente nell’infanzia. Questa componente autobiografica conferisce al volume una tensione narrativa che lo distingue dalla manualistica accademica.

Pautasso scrive infatti come uno studioso che non rinuncia agli strumenti del narratore. La documentazione è ampia, la bibliografia attraversa discipline diverse – storia contemporanea, antropologia, storia delle religioni, studi sull’immaginario, semiotica, critica letteraria – ma il racconto procede con ritmo quasi romanzesco. Ogni capitolo apre nuove piste interpretative, intrecciando episodi notissimi con dettagli poco frequentati dalla storiografia tradizionale.

L’esempio più evidente è naturalmente il caso Moro. Più che ricostruire cronologicamente i cinquantacinque giorni del sequestro, Pautasso si concentra sulle narrazioni parallele che accompagnarono quell’evento: le fotografie del presidente democristiano, la costruzione iconografica della stella brigatista, le sedute spiritiche di Zappolino, le interpretazioni esoteriche, le suggestioni ufologiche, i rimandi cinematografici e letterari. Tutto ciò che normalmente viene relegato ai margini della storia diventa, nel suo libro, parte integrante dell’immaginario collettivo attraverso cui gli italiani elaborarono la tragedia.

È un cambio di prospettiva che richiama, per certi aspetti, la microstoria culturale e la storia delle mentalità. Naturalmente non tutte le ipotesi avanzate convincono allo stesso modo. Alcune piste interpretative appaiono più solide, altre rimangono inevitabilmente speculative. Ma anche quando il lettore non condivide fino in fondo le conclusioni dell’autore, difficilmente potrà negare la ricchezza del materiale raccolto o l’originalità delle connessioni proposte.

Il pregio maggiore del volume è forse proprio questo: costringere a guardare un fenomeno storicamente studiato da decenni attraverso una lente diversa. La rivoluzione brigatista, suggerisce Pautasso, non fu soltanto un progetto politico o militare. Fu anche una costruzione simbolica. E come tutte le costruzioni simboliche affondava le proprie radici in archetipi, immagini e miti che precedevano di molto il Novecento. Questa intuizione, più ancora delle singole interpretazioni, rappresenta il contributo più significativo del libro.

Se il primo merito di Alchimia e lotta armata è quello di cambiare il punto di osservazione, il secondo consiste nel recuperare un elemento spesso trascurato dagli studi sul terrorismo: la forza dell’immaginario. Negli ultimi quarant’anni la storiografia sulle Brigate Rosse ha privilegiato, comprensibilmente, la dimensione politica, organizzativa e giudiziaria. Abbiamo imparato a conoscere l’evoluzione dell’organizzazione, le sue articolazioni territoriali, i rapporti con la sinistra extraparlamentare, le dinamiche interne, le fonti di finanziamento, il dibattito sul “partito armato”, i documenti prodotti dai dirigenti brigatisti e il progressivo logoramento del progetto rivoluzionario.

Nella letteratura sull’argomento, meno attenzione è stata dedicata alla dimensione simbolica. Eppure nessun movimento rivoluzionario vive soltanto di programmi politici. Vive anche di miti fondativi, di immagini, di rituali, di linguaggi iniziatici, di narrazioni salvifiche. È in questo spazio che si colloca l’indagine di Guido Andrea Pautasso. L’autore affronta il terrorismo come un fenomeno culturale prima ancora che politico. Lo fa attraversando territori insoliti: la storia dell’alchimia, la simbologia massonica, l’iconografia religiosa, la letteratura fantastica, l’ufologia, la cultura popolare degli anni Settanta, il cinema, la fotografia, la semiotica dell’immagine.

È un percorso interdisciplinare nel senso pieno del termine. Si potrebbe perfino dire che il libro appartenga a un genere raro nel panorama editoriale italiano: quello della storia dell’immaginario politico. Naturalmente una scelta simile comporta alcuni rischi. L’accostamento fra Brigate Rosse ed esoterismo potrebbe infatti essere facilmente frainteso come un tentativo di spiegare il terrorismo attraverso categorie occultistiche. Non è questa, però, l’impressione che emerge dalla lettura.

Pautasso sembra muoversi con una cautela metodologica precisa. Le categorie dell’occulto non vengono utilizzate per spiegare causalmente gli eventi. Servono piuttosto a comprendere l’universo mentale nel quale certi eventi furono pensati, rappresentati e successivamente interpretati. La differenza è sostanziale. Quando l’autore analizza la stella a cinque punte, non sostiene che i brigatisti fossero adepti di società iniziatiche; quando affronta la celebre seduta spiritica di Romano Prodi e dei suoi amici a Zappolino, non pretende di dimostrare l’esistenza di fenomeni paranormali; quando ricostruisce l’interesse di alcuni protagonisti del caso Moro per l’ufologia o per le discipline di frontiera, non trasforma queste curiosità in prove storiche.

Il suo interesse riguarda piuttosto il modo in cui simboli, credenze e rappresentazioni abbiano contribuito a costruire il clima culturale di un’epoca. In questo senso il libro dialoga idealmente con gli studi di Giorgio Galli, che già negli anni Novanta aveva intuito l’importanza delle connessioni fra occultismo, politica e potere, ma amplia quel terreno attraverso una documentazione assai più vasta e un’attenzione particolare alla dimensione iconografica.

Tra i capitoli più riusciti vi sono proprio quelli dedicati alle immagini. Pautasso legge le fotografie di Aldo Moro durante il sequestro come autentici dispositivi simbolici. Le due celebri Polaroid con il presidente democristiano seduto davanti allo stendardo brigatista non sono considerate semplicemente documenti di cronaca, ma immagini costruite con una precisa intenzionalità comunicativa. La riflessione diventa qui particolarmente stimolante. L’autore mette in relazione fotografia, storia dell’arte, iconografia cristiana, cinema e propaganda rivoluzionaria, mostrando come il corpo di Moro venga progressivamente trasformato in un’icona. Non è una lettura completamente nuova, ma è sviluppata con un’ampiezza rara. Lo stesso vale per le pagine dedicate alla fortuna artistica del caso Moro.

Cinema, arti visive, letteratura, fotografia e cultura pop vengono chiamati a testimoniare come il sequestro abbia prodotto non soltanto una crisi politica, ma anche un gigantesco trauma iconografico. È probabilmente uno degli aspetti più affascinanti del volume. Il terrorismo viene osservato non solo attraverso gli archivi dello Stato, ma anche attraverso gli archivi dell’immaginazione. Da questo punto di vista Pautasso dimostra una notevole capacità di collegare discipline differenti. Lo storico dialoga continuamente con il critico d’arte, il semiologo, lo studioso delle religioni, l’antropologo culturale.

Il risultato è un libro che rifiuta deliberatamente gli steccati accademici. Qualcuno potrebbe rimproverargli un eccesso di erudizione. Ed effettivamente il testo è densissimo. Le citazioni sono numerosissime; le piste interpretative si moltiplicano; le connessioni fra personaggi, opere, libri, film e testimonianze richiedono al lettore una costante attenzione. Ma è proprio questa ricchezza documentaria a costituire uno dei maggiori punti di forza dell’opera.

Pautasso appartiene a quella categoria di studiosi che preferiscono offrire un eccesso di materiali piuttosto che semplificare artificialmente la complessità. Il lettore è continuamente invitato a costruire il proprio giudizio. Ed è forse questo l’aspetto più apprezzabile del volume. L’autore propone interpretazioni, suggerisce connessioni, formula ipotesi, ma evita quasi sempre di trasformarle in verità assolute. La sua scrittura procede per accumulazione. Ogni capitolo apre infatti nuove prospettive. Ogni episodio genera ulteriori domande. È una tecnica narrativa che ricorda, per certi aspetti, il metodo dell’investigazione.

Non a caso il libro conserva costantemente il piacere della scoperta. Il lettore avverte la sensazione di entrare in una biblioteca sotterranea dove testi dimenticati, testimonianze marginali, curiosità apparentemente insignificanti finiscono per dialogare fra loro. Naturalmente il carattere interdisciplinare dell’opera rappresenta anche il suo punto più delicato. Uno storico rigorosamente positivista potrebbe ritenere eccessivo il ricorso all’immaginario. Uno studioso delle religioni potrebbe desiderare maggiori approfondimenti teorici. Uno storico dell’arte potrebbe soffermarsi su aspetti iconografici differenti. Sono obiezioni legittime. Ma riguardano soprattutto il metodo, non la qualità della ricerca.

Perché Alchimia e lotta armata non nasce come monografia specialistica destinata a un ristretto pubblico universitario. È un libro di alta divulgazione colta. Un saggio che cerca di parlare contemporaneamente allo storico, al lettore curioso, allo studioso di simbolismo, all’appassionato degli anni di piombo. Ed è proprio questa ambizione culturale a renderlo uno degli studi più originali apparsi recentemente sul terrorismo italiano.

Alla fine della lettura resta soprattutto una convinzione. Per comprendere fenomeni estremi come la lotta armata non basta ricostruire le strategie militari o gli assetti organizzativi. Occorre interrogarsi anche sulle immagini che hanno alimentato quei sogni rivoluzionari, sui miti che hanno sedotto un’intera generazione, sui simboli che hanno trasformato un’ideologia politica in una forma di fede assoluta.

È questo, in definitiva, il cuore del libro. Non spiegare le Brigate Rosse attraverso l’esoterismo. Ma mostrare come persino un’organizzazione che proclamava il primato del materialismo rivoluzionario abbia finito per produrre un proprio universo simbolico, ricco di ritualità, di miti fondativi e di rappresentazioni che sfuggono alle tradizionali categorie della storia politica. È una prospettiva che non pretende di sostituire le interpretazioni consolidate. Piuttosto le integra. E, proprio per questo, merita di essere discussa. Perché i libri importanti non sono necessariamente quelli che forniscono tutte le risposte. Sono quelli che obbligano il lettore a porsi domande nuove.

E a tal proposito, abbiamo raggiunto l’autore per una serie finale di domande.

 

Il titolo del suo libro sorprende fin dal primo sguardo. Accostare alchimia e Brigate Rosse sembra quasi una provocazione. È davvero così?

È un invito a riflettere sugli aspetti oscuri della storia, a indagare su certe coincidenze significative (tanto amate dal compianto politologo Giorgio Galli) e a relazionarsi con Discipline di frontiera come la cultura esoterica e quella occultista.

 

Lei insiste molto sulla differenza tra storia dell’occultismo e storia dell’immaginario. Perché è una distinzione così importante?

Considero l’occultismo una disciplina, l’immaginario invece è un fenomeno che appartiene alla sfera della fantasia. In Alchimia e lotta armata, cultura esoterica e occultista s’innestano in un percorso dove la fantasia fa da corollario. Quanto vi è di fantastico nell’ipotizzare che Moro sia stato tenuto prigioniero in un antico palazzo romano dove si riunivano appassionati di esoterismo, magia, sedute spiritiche, assieme a spie, agenti segreti ed emissari politici? Sembra uno dei tanti aspetti intriganti della trama di un romanzo thriller in cui la fanno da padroni la simbologia, l’eversione terrorista e l’intrigo internazionale, il tutto condito con un pizzico di fantascienza e di misticismo. E se questa fosse la verità?

 

Nel libro il caso Moro sembra diventare quasi un laboratorio simbolico. È questa la sua impressione?

Moro è quasi un essere alieno, una creatura altra, e l’omicidio di Moro è diventato il Caso Moro per i troppi aspetti rimasti oscuri della storia del nostro paese, così come il percorso delle Brigate Rosse è ricco di punti inintelligibili. Il corpo di Moro è esso stesso un corpo simbolico che si è “prestato” a un involontario martirio. Tante possibili suggestioni hanno fatto sì che il suo rapimento e la sua tragica fine diventassero un Affare di Stato e anche una radicale messa in discussione della politica italiana e delle sue equivoche relazioni con quella internazionale, animata dalle manovre e dagli interessi della CIA e del KGB per orientare, o forse disorientare, nelle loro scelte i brigatisti che si rivelarono meno accorti e permeabili alle infiltrazioni di ogni risma possibile. Il problema dello scandalo Moro oggi resta quello di riuscire a leggere tra le carte per cogliere i segni celati della verità. Per questo Moro e la sua fine diventano una sorta di laboratorio d’analisi del crimine aperto anche alle suggestioni in senso occultista ed esoterico, ed è perfino una piattaforma per far ragionare sulla natura reale del fenomeno del terrorismo rosso che non si è formato solo sul pensiero integralista marxista ma si è integrato con una pratica magica della storia nel tentativo di trasmutare la materia sociale attraverso riti di sangue a opera di una setta di sedicenti sacerdoti della Rivoluzione.

 

Il suo libro sembra suggerire che anche i movimenti rivoluzionari costruiscano una sorta di religione laica. È corretto?

Dietro la formula della sovversione politica vi possono essere tante ragioni diverse, non solo ideologiche, che rimandano a qualcosa d’inconscio, a un quid d’irrazionale che si spiega appunto con un approccio a un sostrato occulto celato e solo in apparenza inspiegabile. Del resto l’ideologia ha saputo trasformare l’Uomo da Homo Sapiens a Homo Ideologicus prima di generare un fenomeno, quello del Terrorista, che è nato e si è diffuso in nome di una visione gnostica e fideistica della lotta armata.

 

Uno dei passaggi più originali riguarda l’ufologia. Che rapporto vede tra dischi volanti e anni di piombo?

È una suggestione affascinante che si fonda sul fatto che i brigatisti rossi fossero appassionati di fantascienza e che vi fosse stata un’ondata di apparizioni di oggetti volanti non identificati proprio durante il sequestro Moro: nel 1978, alla televisione venne lanciato il robot volante Goldrake e alla radio la hit più ascoltata era la canzone intitolata Figli delle stelle di Alan Sorrenti (canzone che dà il titolo al capitolo di Alchimia e lotta armata dedicato agli UFO). Anche i coinvolti nel rapimento di Moro, sia a livello governativo, sia facenti parte di quel substrato in cui si muovevano forse i veri registi della gestione del prigioniero, nutrivano strane passioni, come le indagini sugli UFO, le sedute spiritiche, le catene magiche, la chiromanzia e la lettura del libro dell’I Ching. In Alchimia e lotta armata emerge questo approccio non ortodosso all’ideologia dei terroristi. Del resto il terrorismo, nelle sue varie e sfaccettate espressioni, è sempre stato animato da ragioni culturali alternative alla razionalità.

 

Il lettore resta colpito dall’enorme quantità di riferimenti: filosofia, cinema, fotografia, storia dell’arte, antropologia, letteratura fantastica. Perché questa scelta interdisciplinare?

Prendiamo il corpo fisico di Moro: è una creatura emblematica che da essere umano diventa prima Corpo politico, poi quando viene martirizzato si trasforma in un Corpo pubblicitario, e da cadavere diventa invece senz’anima perché è stato disumanizzato dai terroristi che lo hanno crivellato di colpi, e anche da chi non lo ha voluto salvare temendo che rivelasse chissà quali segreti. Infine, da un punto di vista estetico, Moro è l’icona della sua stessa tragedia: un’immagine capace di influenzare le opere e le ricerche di artisti, fotografi, pittori e registi. Moro è riconosciuto come quello della Polaroid con il giornale in mano e la stella a cinque punte. L’altro, il Moro quotidiano, non l’uomo di Stato bensì il padre di famiglia, quello, se chiedete ai giovani, chi se lo ricorda più?

 

C’è il rischio che un libro come il suo venga letto dai cultori del mistero come una conferma delle loro convinzioni?

L’ho scritto proprio perché in ogni pagina venga messa in discussione la lettura offerta dai cultori del mistero. Sensitivi di fama internazionale, personaggi dotati di poteri paranormali discutibili, esoteristi da strapazzo si sono impegnati nel tentativo di risolvere l’enigma Moro. La lettura di queste interpretazioni consente di riflettere sulla reale portata di un rapimento e di un omicidio talmente eclatante che ancora oggi non ha trovato soluzione se non quella, fallace, proposta dalle Brigate Rosse di una sorta di delitto fatto in casa da eversori inesperti. E se invece maghi, santoni, guru e medium si fossero avvicinati davvero alle chiavi per decrittare il mistero del rapimento e dell’uccisione del presidente della Democrazia Cristiana? Forse oggi, come insegnava Giorgio Galli, non tutte le coincidenze sono soltanto delle mere casualità fortuite, e poi, l’Italia è, o non è, il paese dei misteri?

 

Alla fine della ricerca quale domanda le è rimasta ancora aperta?

Più che una domanda si è palesato il desiderio di riaprire le indagini su altri cold case, considerando l’assassinio di Moro al pari di un enigma che non ha ancora trovato una effettiva e provata soluzione, così come tanti altri omicidi nel nostro paese sono rimasti irrisolti. Basta pensare al Mostro di Firenze e alla riga di sangue che ha lasciato compiendo i suoi efferati delitti. Il rapimento di Moro, il suo assassinio e la storia del brigatismo rosso restano adombrati da una nebulosa di misteri. Nel caso delle Brigate Rosse spaventa soprattutto il fatto che quando un manipolo di adepti della religione dell’Eversione decapitano i vertici dello Stato, la Rivoluzione, dall’utopico sogno di portare l’immaginazione al potere, si trasforma invece in un concreto bagno di sangue. Le vittime e i carnefici di quei giorni di terrore, restano i testimoni della follia agita da chi ha vissuto e combattuto nell’eterna notte oscura dell’anima.

 

Post scriptum

La qualità di un libro si misura spesso dalla sua capacità di spostare il dibattito. Alchimia e lotta armata possiede questa virtù. Non pretende di sostituire la storiografia consolidata né offre improbabili chiavi esoteriche per risolvere i misteri della Repubblica. Fa qualcosa di più sottile: invita a osservare gli anni di piombo da una prospettiva inconsueta, dove la politica incontra il simbolo, la storia dialoga con l’immaginario e il terrorismo appare anche come un fenomeno culturale.

È un libro destinato a dividere, com’è giusto che accada ai saggi che non si limitano a ripetere ciò che già sappiamo. E proprio per questo merita di essere letto: non tanto perché chiuda il discorso sulle Brigate Rosse, ma perché lo riapre su un terreno nuovo, ricordandoci che la storia non è fatta soltanto di fatti, ma anche delle immagini con cui una società sceglie di interpretarli.

 

 

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