"Avete fatto caso che gli unici roghi della storia riguardano libri e streghe?"

The Dew of Heaven, di Angelo Paratico (Moon Lily Press, 2016)

Una feroce compassione, di Angelo Paratico (Verona, Gingko Edizioni, 2020)

Una reliquia ricercata anche da Hitler ma nascosta da un italiano, Gino Montecorvo

 

Una feroce compassione, di Angelo Paratico (Verona, Gingko Edizioni, 2020).

L’edizione in inglese di questo libro era già uscita nel 2016 per Moon Lily Press ed un’altra vedrà presto la luce per il mercato americano. In Italia il libro esce per la Gingko Edizioni di Verona.

 

Chi è l’autore

Ci siamo già occupati in più di un’occasione di Angelo Paratico. Scrittore, editore, per trent’anni è vissuto ad Hong Kong. Grande conoscitore di quella parte di mondo. Si è distinto particolarmente in romanzi sia di fantascienza che di intreccio storico e ambientati in Asia. Tra i suoi lavori più noti Gli assassini del Karma (Roma, Sistema Editoriale SE.NO, 2004); Black Hole (Milano, Mursia, 2008); Ben (Milano, Mursia, 2010); La settima fata (Verona, Gingko, 2009). Noto poi anche per il saggio Leonardo da Vinci: lo psicotico figlio d’una schiava (Verona, Gingko, 2018) dove l’autore ipotizza che la madre di Leonardo fosse una schiava cinese. Vincitore nel 2019, con il romanzo breve La settima fata, del premio letterario Milano International.

Di cosa parla il libro

Questo romanzo si basa sulle vicende che ruotano attorno alla scoperta di una preziosa reliquia del condottiero mongolo Gengis Khan – ossia il Khara Sulde, un tridente d’acciaio, composto da una serie di anelli d’argento intrecciati con i crini del cavallo prediletto del grande conquistatore – che era scomparso anticamente dalla sede originaria del Monastero di Shankh a Ovorkhangai Aimag, nella Mongolia occidentale. Così come altre reliquie dell’antichità, si veda il caso della mitica Lancia di Longino, si riteneva che conferisse straordinari poteri ed un ascendente speciale al suo possessore.

Lo stesso Paratico – in un’intervista – spiega che:

“Gli antichi mongoli, prima di abbracciare il buddismo tibetano, erano degli animisti e credevano che in quel tridente risiedesse l’anima di Gengis Khan e che il suo possesso garantisse il controllo del mondo intero. e delle persone coinvolte, anche se tale importante ritrovamento non è stato pubblicizzato, forse per non turbare la vicina e potente Cina. Oggi si ritiene che esso sia conservato in un luogo sicuro, all’interno di un lamasery sconosciuto in Mongolia.
Questa sacra reliquia è scomparsa da un lamasery nella Mongolia centrale durante gli anni ’20 o ’30 del XX secolo, mentre il paese era devastato dai criminali comunisti legati a Mosca. Dopo la sua misteriosa scomparsa, questo manufatto è stato accuratamente ricercato dai giapponesi, prima del loro tentativo militare fallito, nel 1939, di conquistare la Mongolia e persino da Adolf Hitler e Heinrich Himmler, che furono avvisati della sua esistenza dall’esploratore svedese Sven Hedin.”

Il manufatto fu così affidato a Gino Montecorvo, un mercante italiano, e a sua moglie, una principessa mongola appartenente ai Darkhad, una tribù incaricata della protezione delle reliquie di Gengis Khan. Montecorvo è arrivato in Cina come ufficiale dell’esercito italiano, inviato a Pechino nel 1900 con gli eserciti di altre sette nazioni – Stati Uniti compresi – per sedare la rivolta dei Boxer e liberare le legazioni diplomatiche. Questa storia è ben conosciuta in quanto narrata – anche se con scarso rispetto per i fatti – nel film campione d’incassi di Hollywood del 1963 I 55 giorni di Pechino con Charlton Heston, Ava Gardner e David Niven.

 

Disponibilità del libro (sempre aggiornato)

 

Una feroce compassione di Angelo Paratico, Gingko Edizioni

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