"Se un libro scompare, magari vuole solo essere lasciato in pace"

 

In passato ne abbiamo viste di tutti i ‘colori’… ma oggi ci vuole attenzione!

 

In tema di politically correct

In tema di politicamente corretto, di equidistanza morale e intellettuale, in tempi di ‘me too’ e di rispetto formale per il prossimo, ecco che vengono talvolta all’attenzione esempi o contro-esempi su cui possiamo fermarci un attimo a riflettere.

Si sa, non c’è bisogno di pensarci, che la parola ‘negro’, che per secoli è stata usata per indicare persone di origine africana, e che si basa solo sul colore della loro pelle prescindendo da ogni altra caratteristica, è oggi aborrita. Formalmente e informalmente è una parola che sta diventando tabù. Non la si può quasi più pronunciare, neppure per scherzo. Pena la deriva sociale. Pena l’emarginazione e non solo: addirittura lo stato d’accusa e l’etichetta, poi difficilmente asportabile, di razzista.

 

Il titolo, biglietto da visita per qualsiasi libro

La parola ‘negro’ compare molti secoli fa nell’accezione di ‘nero’ (inteso come colore, tinta o colorazione). Dante e Petrarca ne danno molteplici esempi nelle loro opere.

Riporta l’Enciclopedia Treccani:

Nell’uso attuale, negro (corrisp. all’angloamer. nigger) è avvertito o usato con valore spreg., sicché in ogni accezione riferibile alle popolazioni di colore e alle loro culture gli si preferisce (analogam. a quanto avvenuto in Paesi in cui la questione razziale era particolarmente viva) l’agg. e sost. nero (corrispondente all’ingl. black e al fr. noir)

Poi ci sono i titoli di libri dove il termine indica il cognome di una persona o di una casata o di una località o di un aspetto geografico (Mar Negro, Rio Negro…). Ma se alludiamo al sostantivo e aggettivo ‘negro’ per indicare le etnie africane e in generale gli esseri umani di pelle nera, si cominciano a trovare titoli siffatti intorno alla metà del 1600, anche se molto rari. Altri sporadici esempi si avranno nel 1700. Nel corso dell’800, infine, il termine prende definitivamente piede nell’uso comune.

Nel Novecento abbiamo opere di ogni tipo. Se ci limitiamo alla narrativa, già all’inizio del secolo incontriamo Io ero un povero negro, di Camara Laye, stampato all’inizio del ‘900 a Milano da Massimo editore. Poi Il negro dall’anima bianca, di Alberto Insua (Milano, Casa Editrice Bietti, s.d.) e Il tesoro del Re Negro, di Carlo Dadone (Milano, F.lli Treves, 1911). Senza dimenticare La croce del negro, di Edmund Dene Morel (Roma, Rassegna Internazionale, 1923). Ma sono solo quattro esempi scelti a caso, che non hanno ambizioni di primogenitura.

 

Anche le grandi firme!

Ma anche i grandi autori e la grande editoria hanno in passato avuto a che fare con il termine tanto aborrito oggi. Ne sono un esempio calzante Il Negro del ‘Narciso’ di Joseph Conrad (Milano, A. Corticelli, 1926), Un negro irresistibile, di Gilmore Millen (Milano, Mondadori, 1932) o Quartiere Negro, di Georges Simenon (Milano, Mondadori, 1937). Ma siamo consapevoli che molti altri esempi potrebbero essere fatti.

 

A metà del ‘900 continuano i titoli che portano in bella evidenza il termine: Io sono un negro, di Langston Hughes (Milano, Avanti, 1960); Il negro e l’altro, di Frantz Fanon (Milano, Il Saggiatore, 1965); Misfatto negro, di Evelyn Waugh (Milano, Bompiani, 1954).

 

Fatti per provocare (e vendere qualche copia in più…)

Alcuni titoli, inoltre, sembrano puramente provocatori o comunque destinati a far discutere: Negro K.O., di Franco Martinelli (Roma, Canesi, 1961); Muori schifoso negro, muori, di H. Rap Brown (Milano, Longanesi, 1971); Gli amori di un signor negro fetente, di Cecil Brown (Milano, Longanesi, 1972).

 

Anni 2000: il panorama editoriale

Gli esempi seguenti usano il termine ‘negro’ in maniera ponderata, culturale e assolutamente condivisibile. Crediamo fermamente nella libertà di espressione. Il problema non sta nelle parole, ma nell’uso che se ne fa.

 

Nel biennio 2020-2021 si notano ancora vari titoli con la ‘parola proibita’. Per esempio Io, Aristoteles, il negro svizzero: la mia vita attraverso successi e fallimenti, di Urs Althaus (Roma, Bibliotheka, 2020). Bellissimo ed ironico, dove la parola ‘negro’ è assolutamente giustificata. Dalla scheda editoriale:

In Italia tutti lo conoscono come Aristoteles, il calciatore brasiliano malato di saudade de “L’allenatore nel pallone”, l’intramontabile commedia calcistica diretta da Sergio Martino, dove recitava a fianco a Lino Banfi. Ma chi è veramente Urs Althaus? Chi si cela dietro i vestiti griffati delle passerelle? Quale anima nasconde l’attore che ha dato vita alla maggiore icona pallonara dei mitici anni ’80? La biografa nuda e cruda, senza moralismi ed ipocrisie, di un personaggio famoso ed inafferrabile allo stesso tempo. L’infanzia dorata e l’adolescenza turbolenta, l’entrata nel mondo della moda e il suo affermarsi nel gotha dei top model, l’arrivo in Italia e l’approdo sui set cinematografici. E, ancora, la droga ed il sesso, gli amori ed il gossip, gli affetti, le delusioni, il razzismo e lo show business. Prefazione di Francesco “Ciccio” Graziani.

Qualche anno prima c’era stato Swag Negro: non ce la fa nessuno, di Bello Figo (Milano, Rizzoli, 2018) opera prima del noto rapper italiano di origine ghanese. Dalla scheda editoriale:

Negli ultimi anni non c’è stato in Italia un personaggio più discusso di Bello Figo. Con le sue rime che non possono lasciare indifferenti, ha suscitato odio ed entusiasmo, si è preso elogi e insulti. Ma che cosa vuole dirci davvero con il suo rap? Per rispondere ai fan ma anche ai detrattori, Bello Figo ha raccolto qui le pagine sparse del suo diario, scritto dall’esordio nel 2012 a oggi: Bello Figo, un profugo dal Ghana (anzi non tanto profugo visto che è arrivato in aereo).

Bellissima e affascinante la raccolta di racconti La prefazione del negro, di Kamel Daoud (Bellinzona, Casagrande, 2013); dalla scheda editoriale:

Un corridore olimpionico taglia per primo il traguardo dei diecimila metri ma non riesce piu a fermarsi. Un ex ufficiale dell’esercito algerino costruisce un aeroplano con le proprie mani ma non riesce a vincere l’indifferenza dei visitatori di una fiera internazionale (Un arabo e comunque piu famoso quando dirotta un aereo che quando lo costruisce!). Uno scrittore lotta contro la propria negritudine e cerca di non scrivere l’unico libro che ci si aspetta da lui. Invece di far esplodere l’aereo di linea con il quale sorvola l’Atlantico, un arabo preferisce lanciarsi nel vuoto e raccontare la sua storia per tutto il tempo della caduta. Quattro personaggi che si rifrangono in una moltitudine di figure, come in un labirinto di specchi nel quale i lettori non tarderanno a riconoscere anche i tratti del proprio volto, di Negro o di Uomo Bianco, di Robinson Crusoe o di Venerdi.

 

 

 

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