"Avete fatto caso che gli unici roghi della storia riguardano libri e streghe?"

 

Il brutto del cinema italiano in un libro tutto da leggere

 

Filmacci. 100 film italiani da evitare dal 2000 a oggi“, di Filippo Morelli e Cesare Paris (Roma, Bibliotheka editore, 2023).

 

di Carlo Ottone

 

Il cinema italiano, il cinema d’autore, è visto, conosciuto e apprezzato nel mondo. Negli Stati Uniti si tengono corsi sul nostro cinema nelle università, molti registi statunitensi nei loro riferimenti filmici citano i nostri film d’autore ad esempio per la categoria. Nella cinematografia italiana, però, ci sono anche i film cosiddetti di serie B, film di ‘chiappe e spade’, che hanno avuto, in questi ultimi decenni, una rivalutazione, al punto che, sempre negli States, un cineasta, a mio parere sopravalutato, come Quentin Tarantino li cita nei suoi lavori.

 

Ma non è finita qui. Ora nella cinematografia italiana abbiamo una nuova categoria, venuta alla ribalta in particolare in questo ventennio del XXI secolo: i Filmacci, a cui Filippo Morelli e Cesare Paris dedicano un ponderoso volume: “Filmacci. 100 film italiani da evitare dal 2000 a oggi” (Roma, Bibliotheka editore, 2023) e già dalla foto di copertina, un rotolo terminato di carta igienica, abbiamo un indicazione, perché: “Non basta essere un brutto film per far parte di questo libro. C’è bisogno di una spinta in più che trasformi il semplice disprezzo in ammirazione sgomenta. Bisogna essere sublimi”.

Dall’inizio del nuovo millennio il cinema italiano ha partorito un’infinità di abomini su pellicola. In questo libro ve ne sono descritti cento, e non sono tutti, molti di questi film hanno avuto il consenso della critica (!?) e idolatrati dal pubblico, un pubblico ormai disabituato al cinema d’autore. Con Filmacci, scrive Boris Sollazzo nella prefazione:

Paris e Morelli hanno, da outsider liberi dai legacci di una professione cinematografica quotidiana, costruito un percorso di onestà intellettuale e esegetica di rara lucidità, gustosa ironia, sana franchezza”, perché come scrivono gli autori: “Tutto quello che troverete scritto è frutto di una disamina attentissima […]”, in cento schede redatte con ironia e competenza. Non si salva nessuno, registi, attori che hanno dato il meglio di sé in altre pellicole perché “ […] si, d’accordo. È un lavoro, devono tutti campare e bla bla bla […] ma nonostante tutto ci chiediamo come molti – sia del cast che della troupe – abbiano trovato il coraggio di continuare a mostrare il volto in pubblico dopo una roba del genere”.

Gli autori non fanno sconti a nessuno, neanche ai soliti noti, a quelli che avendo un altro lavoro, si sono messi a girare film, perché pur non avendo niente da dire l’hanno voluto dire lo stesso, i nomi? Dario Argento, che dopo i primi film che risalgono agli anni settanta, ora gira film di “[…] una bruttezza insostenibile, sciatto […]” a cui gli autori dedicano ben cinque schede; Walter Veltroni, esempio del fatto che “Ormai in Italia girare un film non lo si nega a nessuno. Figuriamoci se a bussare alla porta di chi ci investe il dinero troviamo Walter Veltroni, da sempre con il pallino del cinema e da sempre desideroso di mettere su celluloide le sue personali ossessioni di cinefilo […] Veltroni, divorato da un sogno di onnipotenza cinefila, è solo un mestierante convinto di star girando un capolavoro immortale, senza rendersi conto di aver partorito una boiata disumana”, il riferimento a C’è tempo (2019).

Poi Luciano Ligabue. Gli artisti italiani, soprattutto i cantanti, sono così, iper-poliedrici: a nessuno di loro basta mostrarsi mediocre in un solo campo, no, devono occuparsi di tutto, spargere la loro insipienza in ognuna delle arti commerciali con cui entrano in contatto” […] io sono Ligabue, io scrivo i dischi, canto i film e dirigo libri”; al rocker regista sono dedicate due schede; Roberto Benigni, a cui gli autori piace “[…] Benigni ci piace, sì, ma il suo Pinocchio (2002)…” dove il toscano interpreta il burattino-ragazzo recitando in falsetto, un ruolo non adatto ad un adulto; anche Benigni s’è invischiato nella sabbie mobili di Pinocchio che, Comencini a parte, ha mietuto svariate vittime illustri.

Un viaggio in un mare di bruttezza “[…] che ha cercato di non tralasciare nulla, per quanto possibile: film che non sono stati visti nemmeno da chi li ha girati […] esordi di autori oggi considerati maestri sacri […] stanche parabole comiche di registi che hanno sempre avuto poco da dire e continuano a dirlo senza vergogna. Senza dimenticare le grottesche maschere divenute – senza motivo – star del tubo catodico e spinte a grande forza nel grande schermo” un’opera scritta senza compromessi, un’opera sulla “grande bruttezza”. Leggendo questo libro, caldamente consigliato ai cinefili e non solo, abbiamo la conferma che siamo orfani della commedia all’italiana, questi film sono una brutta parodia, sono la rappresentazione della commedia italiana, la visione sul grande schermo per poi passare al piccolo schermo, della società italiana che è rappresentata nei suoi aspetti peggiori, con film in cui manca del tutto una sceneggiatura valida, e qui balza subito all’evidenza che non ci sono più sceneggiatori che sappiano scrivere per il cinema italiano, al punto che si traggono sceneggiature da libr(acc)i, e nemmeno attori in grado di portarla sul grande schermo“. Inutile pretendere confronti o paragoni con la grande tradizione del cinema italiano, che magari raccontava anche storie simili, ma poi non consentiva mai al suo pubblico di sentirsi completamente assolto […]”.

Questi filmacci sono “[…] la legittimazione di un modello sociale e relazionale che fa, letteralmente, venire i brividi” sono parole del critico cinematografico Gianni Canova, che gli autori riportano a conferma di quanto scritto nelle loro schede. Insomma il cinema italiano è un grande cinepanettone che “[…] come tutti i cinepanettoni degli ultimi vent’anni, è un colossale omaggio al cattivo gusto, alla battuta greve, alla beceraggine ed alla cafoneria al cubo”. Come in tutti i film dopo la parola fine scorrono i titoli di coda coi ringraziamenti, in questo libro gli autori ringraziano “[…] tutti i registi, gli attori i direttori della fotografia, i montatori, gli scenografi e i costumisti che hanno contribuito alla realizzazione dei film presenti in questo dizionario. Se non avessero dato il loro peggio, oggi il volume che avete tra le mani non esisterebbe”.

Va, ulteriormente detto, che questi film sono stati prodotti con l’aiuto del finanziamento pubblico, soldi messi dalle Regioni (!) e dal Ministero della Cultura (!!). In conclusione, un plauso agli autori e all’editore per averci dato questo libro verità sul cinema italiano.

 

 

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