"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Il mal d’Africa per un vecchio lupo di mare…

 

di Livio Codato

 

Sugli oceani…

Augusto Vittorio Vecchi

Considerato il viscerale legame che ebbe con il mare per tutta la sua lunghissima vita, Augusto Vittorio Vecchi non poté che essere nato in una città portuale. E infatti venne al mondo il 22 dicembre 1842 a Marsiglia, figlio di Candido Augusto, amico intimo di Garibaldi, e di Vittoria della Ripa. A soli quattordici anni, nel 1856, Augusto Vittorio iniziò gli studi nella Reale scuola di Marina a Genova. Dieci anni dopo, combatté nella battaglia di Lissa (1866) sulla pirofregata Principe Umberto, il cui comandante Acton venne decorato con la medaglia d’argento per aver tratto in salvo parte dell’equipaggio della Re d’Italia affondata dalla flotta austriaca. Di lì a sei anni, nel 1872, Augusto pose termine alla propria esperienza nella marina militare dopo aver conseguito il grado di luogotenente di vascello.

 

…e sulla terraferma!

Da allora in poi intraprese con successo la carriera dello scrittore, in parallelo a quella d’insegnante; collaborò a diverse riviste (Il Fanfulla, la Rivista marittima, Nuova Antologia, Il Caffaro, Il giornale dei bambini) e continuò a occuparsi di mare, diventando uno dei fondatori del Reale Yacht Club Italiano (1879) e della Lega Navale Italiana (1894). Augusto Vittorio Vecchi morì a novant’anni, nel 1932, al termine di una vita che lasciò un’impronta sulla storia della marina italiana, tanto che, a quasi cent’anni dalla sua dipartita, a San Benedetto del Tronto, ogni anno, si disputa ancora il Trofeo challenger “Jack La Bolina”.

 

Da Augusto Vittorio a Jack

Ma torniamo allo scrittore. A partire dalla metà degli anni Settanta dell’Ottocento, Augusto Vittorio aveva cominciato a pubblicare novelle e romanzi di mare con lo pseudonimo di Jack La Bolina. Ecco come lui stesso racconta la scelta di questo nome nella sua autobiografia Memorie marinaresche di Jack La Bolina (Roma, 1911):

«Certo che la soddisfazione provata quando il Pancrazi accettò i miei bozzetti fu vivissima, ma durò poco: le tenne dietro una solenne paura di far un fiasco anche più solenne. A questo timore obbedii tanto che mi martellai il cervello nella ricerca di un nome di guerra dietro e sotto il quale nascondere il mio cognome, deciso a custodire e serbare gelosamente il segreto se le cose andassero male ed a rivelarlo ad alta voce se invece volgessero al bene. La struttura del nome che intendevo di prendere, tolsi da Cooper. Nel Last of the Mohicans c’è quel David La Gamme tra i personaggi, il cui nome mi piacque, Jack La Bolina n’è la derivazione. Siccome in molte circostanze è stata domandata l’origine del mio pseudonimo, non temo di essere accusato di peccato di vanità col narrarne la genesi. Jack (che in inglese vale Giannetto) è l’appellativo dei marinai anglo-sassoni tra loro, come frè quello tra i genovesi; fratuzzo tra i siciliani. La bolina è un cavo di attrezzatura delle vele quadre; ma non per questo significato lo scelsi tra gli altri cavi della manovra. In tempi antichi, ma non poi antichissimi, quando ancora vigevano nel codice primitivo del mare le pene corporali, usavasi far correre la bolina. Il meschino condannato doveva camminare fra due ranghi di marinai i quali, brandendo un cavo della portata di una bolina di gabbia, con esso colpivano sulle nude spalle. Il rovescio di fortuna che avevo patito io me lo raffiguravo come una bolina a correre. Le migliaia di lire che non avevo più, le vedevo come altrettanti colpi successivi che mi avevano percosso le spalle… e al tentativo per rimettere a sesto il mio patrimonio volevo – forse anche superstiziosamente – accoppiare il ricordo della circostanza che mi aveva indotto, ma piuttosto condotto, a tentare la via delle lettere».

Tralasciando la produzione storico-saggistica quasi esclusivamente dedicata alla marineria italiana, anche quella narrativa è quasi tutta centrata su avventure marinaresche:
Bozzetti di mare (Gazzetta d’Italia, 1874-1875; poi in volume: Banco d’Annunzi, 1876)
Bozzetti di mare. 2ª ed. + Il taccuino di Giorgio Biondi (Tip. Regio Ist. Sordomuti,1878).
Leggende di mare (Zanichelli, 1879)
Preboggion (Zanichelli, 1880)
Nuove leggende di mare: Preboggion (Zanichelli, 1882; ampliamento e terza edizione di Preboggion con nuove leggende).
Racconti di mare e di guerra di Sindbad Al Bahari (Paggi, 1887)
I giovani eroi del mare (Paravia, 1900)
Romanzo di un negriero. Avventure marinaresche (Paravia, 1929).
Racconti marinareschi (Bemporad, 1931)

 

Avventure lontane dai mari

Come si può vedere, Jack La Bolina trascorse la sua immaginaria vita di marinaio-scrittore a solcare mari e oceani, tranne che in due occasioni. Verso la fine del secolo XIX°, nei secondi anni Novanta, si avventurò addirittura nel Continente Nero. Iniziò con una certa prudenza a mettere piede a terra, laddove non si sentiva a proprio agio, pubblicando, nel 1896 per Paravia, Caccie su terra e su mare: lettere di due giovani esploratori, un romanzo epistolare basato sulle lettere di due intrepidi giovani, in cui raccontano le loro imprese venatorie per mare e qualche volta anche per terra.

1° ed.

Ma l’anno dopo, preso finalmente coraggio, eccolo avventurarsi nell’Africa profonda in: Al lago degli elefanti (Paravia, 1897). In questo romanzo, Jack La Bolina narra le vicende di un ragazzo torinese, Giorgio Varini, collegiale a Cantù, il quale, a causa del rovescio economico del padre, è costretto a lasciare il collegio e viene convinto, senza alcuna fatica, da parte del direttore dell’istituto, a cercare fortuna nella colonia tedesca del Camerun, nelle fazende di proprietà di un ex ufficiale austriaco, Millich. Arrivato in Africa, Giorgio vivrà varie e pericolose dis-avventure, al termine delle quali diventerà comunque un giovane realizzato e tornerà in Italia proprietario di una miniera d’oro e con tanto di Wataba, la schiava africana al seguito. Come abbiamo visto, il libro uscì nel 1897, l’anno dopo la sconfitta di Adua (1 marzo 1896), cui seguì la pace di Addis Abeba (26 ottobre 1896), con cui l’Italia rinunciava all’Abissinia. L’umiliazione fu forte: com’era stato possibile che una nazione progredita fosse stata sconfitta da popoli retrogradi e incivili.

 

Oggi intollerabile razzismo, allora normalità

La ferita di Adua era ancora fresca e il “complesso di superiorità” e il conseguente paternalistico disprezzo di Jack La Bolina nei confronti degli africani emerge più volte nel corso del romanzo. “I negri, sebbene d’intelligenza piuttosto ottusa, sono fedeli esecutori d’opere manuali non soverchiamente complicate“. “I guerrieri africani non sono in genere molto coraggiosi. Essi plaudiscono nelle loro canzoni gli atti inumani e codardi, purché abbiano il loro lato crudele. Del combattimento a corpo a corpo sono quasi generalmente incapaci. Atti lodevoli ai loro occhi sono il sorprendere un uomo, una donna, anche un fanciullo dormienti ed ucciderli nel sonno: stare all’agguato nei boschi e trucidare il nemico che passa e lanciargli il giavellotto prima che possa difendesi: sviare una dona che vada ad attinger l’acqua alla fonte e sgozzarla“. “Una brutta compagnia nell’insieme. Occhi selvaggi e non mai fermi, fronti depresse, nasi corti e rincagnati, mascelle sporgenti al massimo grado; profili più somiglianti a quello del babbuino che all’umano“. “Poi fu necessario che le capre fossero sgozzate per il pasto comune al re ed ai suoi visitatori. poi le mogli del re intrecciarono danze speciali, tutt’altro che castigate. Poi alfine venne la ruvida cena e poi nuove danze, sinché l’afa, il puzzo che esalava da tutti quei corpi negri lì raccolti e una solenne sbornia non posero termine alla cerimonia“.

Eppure, malgrado agli occhi di Augusto Vittorio e molti occidentali, negli ultimi anni dell’espansionismo imperialista delle nazioni europee, si guardasse all’Africa dall'”alto” della presunta superiorità razziale dei bianchi su popolazioni atavicamente segnate dalla natura sub-umana e dalla ferinità semibestiale, ciò nonostante “Giorgio tutti i giorni provava una nuova trafitta del male d’Africa” e alla fine la nostalgia lo spingerà a tornarsene, con Wataba, in Camerun, lasciarsi alle spalle la noiosa e ipocrita Italia e sprofondare per sempre nell’incantevole malia dell’Africa misteriosa.

 

 

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