"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Si fa presto a dire Fascismo!

 

Alcuni libri, una volta trovati, costringono a cercare il loro autore. È forse questa la categoria più affascinante per un cacciatore di libri: opere apparentemente minori, quasi scomparse dalla circolazione, dietro le quali si intravede una storia più complessa di quella annunciata dalla copertina.

Vogliamo qui presentare un piccolo opuscolo pubblicato a Roma nel 1941 da L. Salomone. In copertina campeggia un titolo che, nell’Italia di quell’anno, difficilmente poteva passare inosservato: ME NE FREGO. L’autore è Giuseppe Maria Catanzaro.

Il libretto misura appena 17 centimetri in altezza (11,7 in larghezza), poco più di una cartolina postale. La sua consistenza bibliografica ha prodotto persino qualche incertezza nei cataloghi: una scheda SBN lo registra come Discorenno co’ la morte (la possin’ ammazzalla!) in estratto da Me ne frego e indica [16] pagine; un’altra scheda, riferita invece a Me ne frego, ne registra [30]. L’esemplare che abbiamo avuto modo di esaminare risolve almeno in parte la questione: il componimento si sviluppa per 29 pagine numerate in cifre romane, arrivando quindi a XXIX. Ma la sorpresa non è questa. La sorpresa è ciò che si trova dentro.

 

Chi era Giuseppe Maria Catanzaro?

Di Giuseppe Maria Catanzaro sembra essere sopravvissuta pochissima memoria. Le ricerche in rete restituiscono tracce frammentarie e una schedatura dell’Archivio Centrale dello Stato lo qualifica come «critico militare». È un’indicazione da tenere presente, perché rende più comprensibile almeno una parte della sua produzione. Il catalogo SBN consente infatti di ricostruire una piccola ma interessante bibliografia.

Già nel 1932 Catanzaro aveva pubblicato presso Licinio Cappelli di Bologna Vera Maydeff. Nel 1941 compare Due guerre, definita nel catalogo una «conversazione» e, dato particolarmente significativo, pubblicata a Roma dall’Istituto Nazionale di Cultura Fascista. Nello stesso anno esce Me ne frego.

L’anno successivo Catanzaro si dedicherà invece a Cervantes con La magnifica pazzia. Fantasia drammatica in 3 atti dal El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha, della quale SBN registra edizioni riconducibili a Quaderni di Poesia e a Gastaldi. Poi viene la guerra, o meglio la sua conclusione.

Nel 1945 l’Editoriale romana pubblica un suo Montezemolo. Il solo dato catalografico a nostra disposizione non consente di ricostruire con sicurezza il contenuto e la posizione assunta dall’autore.

Nel 1946 arriva invece un’opera dal titolo inequivocabilmente politico, La monarchia non si difende!, pubblicata dalle Edizioni Bocca della Verità. Una descrizione antiquaria reperibile oggi sul web presenta il volume come un’«analisi del fascismo e della sua caduta» scritta da un autore di convinzioni monarchiche; trattandosi della descrizione di un libraio e non di una fonte biografica, il dato richiederebbe naturalmente una verifica diretta sul libro.

Il quadro che ne risulta è comunque quello di un personaggio difficilmente riducibile alla sola definizione di poeta dialettale. Catanzaro fu un pubblicista interessato alle questioni militari, ma coltivò contemporaneamente letteratura, teatro e poesia, attraversando gli anni del fascismo, della guerra e della nascita della Repubblica. Ed è precisamente dentro questo percorso che va collocato il nostro piccolo Me ne frego.

 

Un titolo impossibile da ignorare nel 1941

Bisogna resistere alla tentazione di giudicare un libro dalla copertina. In questo caso più che maiMe ne frego viene pubblicato nel 1941. Catanzaro, nello stesso anno, pubblica un proprio scritto presso l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista. Sarebbe quindi difficile immaginare che la scelta di quella formula come titolo fosse casuale o che l’autore ignorasse il suo immediato significato politico.

Eppure, aprendo il libro, avviene qualcosa di inatteso. Non ci troviamo davanti a un’esaltazione del fascismo, né a un poemetto politico o guerresco. Il testo porta infatti un altro titolo, assai più esplicativo: Discorenno co’ la morte (la possin’ ammazzalla!). È una lunga composizione in romanesco costruita intorno a un confronto con la Morte. Il titolo di copertina assume allora un significato diverso. Il «me ne frego» sembra diventare, letteralmente, un me ne frego della morte. Ed è qui che il libretto comincia a diventare davvero curioso.

 

Una lite in romanesco con la Morte

Catanzaro non contempla la Morte. Non la affronta con la solennità della poesia religiosa e neppure con quella tragica. Ci litiga. La Morte viene trasformata in un personaggio, trascinata giù dal proprio piedistallo e sottoposta al trattamento dissacrante del romanesco. Il poeta la provoca, la interroga, le risponde, perde la pazienza. Il confronto metafisico diventa quasi una discussione di strada. A un certo punto Catanzaro esclama:

«Nun ce dovevo fà più er discorso,
Ma ho perso la pazienza…»

La scelta del dialetto è essenziale. Ciò che normalmente incute terrore diventa improvvisamente familiare. La Morte può essere insultata, presa in giro, trattata quasi come una conoscente molesta che continua a presentarsi senza essere stata invitata. La sfida arriva fino alla minaccia:

«Te spacco la testa de ‘na campanata…»

È una trovata comica proprio perché applica alla Morte un gesto impossibile: ammazzare la Morte. Del resto Catanzaro lo aveva già dichiarato nel sottotitolo, con quel magnifico inciso: la possin’ ammazzalla!. Ma dietro la comicità affiora progressivamente qualcosa di meno rassicurante.

 

Ridere di ciò che fa paura

Il poemetto può essere letto come una forma di esorcismoCatanzaro parla continuamente della morte, la sfida continuamente, proclama implicitamente di non temerla. Ma proprio questa insistenza lascia intravedere il rovescio della medaglia: per avere bisogno di irriderla per quasi trenta pagine, bisogna averne ben presente l’esistenza. E siamo nel 1941. Non credo sia corretto trasformare automaticamente il poemetto in un testo contro la guerra: il testo in nostro possesso non autorizza una conclusione così netta. Ma sarebbe altrettanto artificioso dimenticare il momento nel quale viene pubblicato.

L’Italia è in guerra e il «me ne frego» possiede una risonanza politica e militare immediatamente riconoscibile. Catanzaro prende quella formula di spavalderia e la applica all’avversario definitivo dell’uomo. Il meccanismo diventa allora quasi paradossale. L’uomo che dice di fregarsene della morte trascorre un intero poemetto a parlarle. E la Morte, naturalmente, continua a essere lì.

Verso la conclusione il gioco si fa più cupo. La Morte non sceglie soltanto vecchi e malati. Può raggiungere tutti, senza criterio. Catanzaro arriva a evocare persino «la femminuccia», «la più bella più pupetta» e «er maschietto si va bene a scola». Sotto la commedia compare improvvisamente l’arbitrio. Il poeta può insultarla quanto vuole, ma sa benissimo che la Morte non rispetta età, meriti o innocenza. Ed è forse proprio questo che rende il testo meno banale di quanto potrebbe apparire.

 

Propaganda fascista? Andiamo cauti

La copertina, isolata dal contenuto, potrebbe facilmente portare a catalogare Me ne frego fra le curiosità editoriali del fascismo. Sarebbe una classificazione semplicistica. Esiste certamente un contesto fascista. L’anno è quello, il titolo è quello e il fatto che nello stesso 1941 Catanzaro venga pubblicato dall’Istituto Nazionale di Cultura Fascista rende difficile sostenere l’assoluta innocenza semantica della scelta.

Ma ciò non trasforma automaticamente il poemetto in propaganda. La lettura delle sue 29 pagine racconta un’altra cosa: una tenzone comico-grottesca fra l’uomo e la Morte, condotta attraverso le risorse espressive del romanesco.

Forse è proprio questa ambiguità a costituire oggi uno degli aspetti più interessanti dell’opuscolo: una formula politicamente sovraccarica viene sottratta almeno in parte alla politica e trasformata in una dichiarazione privata di insubordinazione davanti alla mortalità. È impossibile stabilire, senza altre testimonianze dell’autore, quanto Catanzaro fosse consapevole di questo cortocircuito. Ma il cortocircuito esiste.

Un libretto davvero raro?

Direi decisamente di sì, purché si utilizzi il termine «raro» nel suo significato bibliografico e non come sinonimo automatico di «costoso». L’opera è registrata in SBN, quindi non è bibliograficamente sconosciuta. Ma questo non significa che sia comune sul mercato antiquario. La presenza di due schede SBN apparentemente riferibili allo stesso nucleo editoriale – Me ne frego e Discorenno co’ la morte (la possin’ ammazzalla!) – e soprattutto la discordanza fra [16] e [30] pagine rendono inoltre interessante il confronto materiale fra gli esemplari conservati nelle biblioteche.

L’esemplare da noi esaminato, con il testo che raggiunge pagina XXIX, sembra accordarsi molto meglio con la descrizione di [30] pagine. La tiratura, allo stato attuale delle ricerche, non è nota. Non abbiamo quindi elementi per scrivere «stampato in pochissimi esemplari» o attribuirgli una rarità numericamente dimostrabile. Possiamo però parlare prudentemente di opuscolo di non comune reperibilità, tanto più perché si tratta di un’edizione effimera, di piccolo formato e legata a un autore oggi quasi dimenticato. È proprio il genere di pubblicazione che ha avuto molte occasioni per scomparire nel corso di ottantacinque anni.

Quanto può valere?

Qui occorre distinguere ancora una volta rarità e valore commerciale. Un libro può essere estremamente difficile da trovare e valere relativamente poco perché quasi nessuno lo cerca. Al contrario, un’edizione disponibile in numerosi esemplari può raggiungere quotazioni elevate quando la domanda è forte.

Me ne frego possiede però diversi elementi che possono interessare un collezionista: la data, 1941; il titolo fortemente evocativo; la grafica editoriale; il romanesco; il curioso argomento; la relazione dell’autore con la pubblicistica militare e con l’ambiente culturale dell’epoca; infine la scarsa reperibilità. Non gli attribuirei però quotazioni fantasiose in assenza di passaggi d’asta o offerte antiquarie confrontabili.

Per un esemplare completo e in buone condizioni, proporrei allo stato attuale una valutazione orientativa nell’ordine di 50-100 euro, con possibilità di salire verso 120-150 euro qualora l’esemplare fosse particolarmente fresco, presentasse elementi di provenienza, dedica autografa o altri caratteri d’interesse. È però una stima ragionata, non una quotazione di mercato consolidata. Per sostenere cifre superiori occorrerebbe documentare una domanda collezionistica che, al momento, non siamo in grado di dimostrare. Ed è forse questo il destino più curioso del libretto: essere oggi probabilmente assai più raro di quanto sia costoso.

 

Un piccolo sopravvissuto

Alla fine rimane sul tavolo un fascicoletto di trenta pagine circa, stampato a Roma mentre l’Europa era in guerra. Sulla copertina reca una delle espressioni più riconoscibili del suo tempo: Me ne fregoMa aprendolo non troviamo ciò che quella copertina sembrerebbe promettere. Troviamo un uomo che parla alla Morte. La provoca, la insulta, la minaccia. Cerca di farla diventare ridicola perché, forse, rendere ridicola una cosa è uno dei sistemi più antichi escogitati dall’uomo per averne meno paura.

Ottantacinque anni dopo, Giuseppe Maria Catanzaro è quasi dimenticato. Del critico militare, del drammaturgo, del pubblicista sono rimaste soprattutto poche schede di catalogo e alcuni libri difficili da incontrare. Uno di essi, per uno di quei piccoli accidenti che rendono ancora appassionante la caccia ai libri, è arrivato fino a noi. E la Morte, nonostante tutto, non è riuscita ad ammazzarlo.

 

 

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