"Avete fatto caso che gli unici roghi della storia riguardano libri e streghe?"

Un testo complesso di un’opera conosciuta da tutti eppur misteriosa

Detto della campagna di Igor (Slovo o polku Jgoreve), a cura di Leone Pacini Savoj (Napoli, R. Pironti e F., 1946)

(doppio frontespizio)

L’editore Raffaele Pironti di Napoli appena finita la guerra dette alle stampe un curioso testo, Detto della campagna di Igor (Slovo o polku Jgoreve), a cura di Leone Pacini Savoj (Napoli, R. Pironti e F., 1946), tirandone mille esemplari.

Il titolo stesso dell’opera ha una sua ambiguità di fondo. Comunemente chiamato Canto della Schiera di Igor, o Poema della campagna di Igor, è una bylina (cioè un poema epico) anonimo della letteratura russo-ucraina, redatto però in antico slavo orientale, fatto risalire dagli studiosi alla fine del 1100.  Il poema narra della tragica disfatta bellica di un contingente russo avvenuta nel 1185 ad opera dei Polovesiani o Cumani (in russo Polovcy), popolazione di origine turanica, stanziata a nord del Mar Nero. La cosa interessante è che ancora oggi non se ne conosce la paternità. E spesso ne è messa in dubbio perfino l’autenticità. Un giallo per filologi e bibliofili.

Leone Pacini Savoj (1907-1990), slavista e critico letterario fiorentino, che curò questo volume, fu professore all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, antico e rilevantissimo centro di studi delle lingue e culture orientali. L’editore Pironti, in quegli anni, subito dopo la guerra, pubblicò le opere di Pacini, tra cui: Elementi di cultura slava (1947), su cui furono strutturati i successivi corsi universitari. Quest’ultimo testo, tra l’altro, si è fatto molto raro negli anni.

[Napoli, Editore R. Pironti, 1946]

Come detto, il testo di Detto della campagna di Igor è russo-slavo con note in italiano, più una introduzione e quattro appendici – tutte in italiano. Nell’Introduzione e nelle appendici si spiega la genesi dell’opera e quello che se ne sapeva (all’epoca) da un punto di vista storico. Pacini Savoj batte soprattutto sul punto – decisivo – che il manoscritto originale andò distrutto nell’incendio di Mosca del 1812 e nelle sole due copie esistenti, purtroppo, le pagine non erano state numerate, per cui da allora gli studiosi non furono mai certi della sequenza esatta e ricostruire l’intero poema fu arduo e arbitrario.

Il libro stampato da R. Pironti e figli risulta presente alla Biblioteca Betty Ambiveri di Seriate, alla Biblioteca del Polo di lingue e letterature straniere dell’Università degli studi di Milano, alla Biblioteca nazionale centrale di Roma, alla Biblioteca di lingue e letterature straniere moderne dell’Università degli studi di Roma La Sapienza e alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze.

 

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