"Sull'inutilità di certi libri sarebbe utile scrivere un libro"
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07 Ottobre 2020

“Ragù” di Gianmaria Bonaldi (F. Apollonio, 1935): l’alpino dimenticato!

Una piccola consolazione alle guerre…

di Alessandro Zontini

[da Il Piccolo di Cremona, per gentile concessione]

 

Un segmento della letteratura della prima metà del ‘900 che ebbe moltissima fortuna e che, oggi, sembra un poco dimenticato è costituito dalla cosiddetta “memorialistica della Grande Guerra”. È, viceversa, un fenomeno assai importante per diversi ordini di motivi.

Intanto giova ricordare che tale genere letterario ebbe inizio assai prima dello scoppio della prima guerra mondiale. Già con le guerre di Indipendenza, uomini caratterizzati da un livello di istruzione rilevante e che avevano combattuto nel corso di quegli eventi storici, lasciarono resoconti delle vicende belliche a metà tra la narrazione storica e l’analisi intimista dal contenuto personale. Quasi un diario, insomma.

Anticipato dal geniale padre del Futurismo, il vulcanico F. T. Marinetti, che consegnò alle stampe La battaglia di Tripoli: 26 ottobre 1911 (Venezia, Pubblicazioni nazionaliste di Il mare nostro, 1912; ma Padova, Tipografia elzeviriana), volume considerabile quale prima testimonianza in forma letteraria di una delle guerre d’Italia del ‘900, il suddetto fenomeno letterario si fece più marcato durante il primo conflitto mondiale e, soprattutto, subito dopo.

Alle vicende belliche italiane del periodo 1915-1918, parteciparono in massa uomini proveniente da fasce sociali assai basse e mediamente poco istruite; vi fu, anche, una larga presenza di gruppi (soprattutto tra gli ufficiali e d i sottufficiali) caratterizzati da un livello di istruzione assai elevato per l’epoca (diploma o laurea). Il dettaglio, come efficacemente fa notare Enzo Biagi nel suo volume 1943 non è di poco conto (anche se Biagi lo rapporta al secondo conflitto): una buona dose di preparazione culturale non solo può sempre essere di grande aiuto in qualsiasi situazione ed aiutare a risolvere problemi pratici su qualsiasi campo di battaglia ma, anche, aiuta a conservare le memorie dei fatti vissuti, specie in momenti storici connotati da una grande tragedia umana.

Il primo conflitto mondiale risultava tragicamente “nuovo” per i combattenti: alle armi del XX secolo (carri armati, sommergibili, aerei, aggressivi chimici, etc.), infatti, si contrapponeva l’obsoleta strategia delle guerre del XIX secolo: un’antitesi che doveva provocare innumerevoli vittime tra gli eserciti belligeranti.

La spaventosa realtà determinata dalla predetta contraddizione, nonché l’accresciuto livello culturale dei soldati del Regio esercito, ha consentito agli stessi di ridurre per iscritto le proprie memorie sugli avvenimenti tragici di quei giorni di guerra. Tra i tanti resoconti di quei drammatici momenti, è impossibile non ricordare Un anno sull’altopiano (Parigi, Edizioni Italiane di Coltura, 1938), dell’interventista e capitano alpino Emilio Lussu. Trattasi di una viva, tragica testimonianza di episodi bellici vissuti in prima persona che ha anche ispirato il film Uomini contro diretto da Francesco Rosi ed interpretato da Gian Maria Volonté. Il film, pur discostandosi assai dal libro e risultando un prodotto “politicizzato”, consegna allo spettatore, attraverso personaggi ottimamente caratterizzati, una percettibile, crescente sensazione del dramma umano in corso.

Oltre all’opera di Lussu è d’uopo citare è impossibile non ricordare Viva Caporetto, di Curt Erich Suchert [Curzio Malaparte] (Prato, Stabilimento lito-tipografico M. Martini, 1921); Kobilek, giornale di battaglia (Firenze, Libreria della Voce, 1918) di Ardengo Soffici; Giorni di Guerra (Milano, Mondadori, 1930) di Giovanni Comisso; Le scarpe al sole. Cronaca di gaie e di tristi avventure di alpini, di muli e di vino (Bologna, L. Cappelli, 1921) di Paolo Monelli; L’Alcova d’acciaio (Milano, Vitagliano, 1921) di F. T. Marinetti ed altri ancora.

Anche soldati di altri eserciti hanno lasciato importanti testimonianze relative alla Grande Guerra, spesso correttamente collocate nel novero delle opere letterarie universalmente riconosciute di indubbio spessore (basti pensare a Ernest Hemingway con il suo Un addio alle armi (Milano-Roma, Jandi Sapi, 1945) oppure Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque (Basilea, Birkhauser, 1931).

Tuttavia in Italia convivono, con la formula letteraria che convenzionalmente si pone a metà tra il diario e la narrazione memorialistica a tutto tondo, anche altri interessanti fenomeni culturali di analogo carattere ma di diversa concezione e forma. Nell’ambito della poesia è impensabile non richiamare Il Porto sepolto di Giuseppe Ungaretti (Udine, Stabilimento Tipografico Friulano, 1916) sorta di diario in forma di poesia sulla tragicità della guerra.

Per quanto, invece, riguarda alcune delle innumerevoli riviste culturali diffuse tra le due guerre mondiali vanno richiamate sia Lacerba che La Voce: entrambe avevano, infatti, caldeggiato la promozione di interventi autobiografici preferibilmente riferiti alle vicende belliche appena conclusesi.

Vi è poi un’ulteriore memorialistica che, peraltro molto ingiustamente, non è mai assurta al rango di una, seppur minima, dignità letteraria che, viceversa, le sarebbe spettata. Questioni di carattere pratico, di opportunistica scelta politica o di mera occasione hanno condotto alla celebrazione di testi di indubbia rilevanza letteraria ma, spesso, il travolgente successo di questi ha comportato l’oscuramento delle potenzialità di altri. È quindi opportuno promuovere la ricerca di testi dimenticati (o quasi dimenticati) onde preservarne il contenuto.

Tra i tanti, curiosi, sorprendenti volumi che meriterebbero una rinnovata attenzione è Ragù di Gianmaria Bonaldi (Brescia, F. Apollonio, 1935) che pure firma il volume con il nome d’arte di “La Ecia” (la vecchia).

Bonaldi, bergamasco di natali (nativo di Schilpario in Val di Scalve) ha prestato servizio militare nel corpo degli Alpini, raggiungendo, nel corso della Prima guerra mondiale, il grado di tenente ed ha combattuto alcune tra le più cruenti battaglie sull’Adamello. Il bizzarro titolo del libro allude sia ad un “ragù” di ricordi della vita di un ufficiale alpino ma anche al ragù che, talvolta, imbandiva le, troppo spesso misere, tavole dei soldati.

La Ecia”, il soprannome dell’autore, Gianmaria Bonaldi, inanella una lunga serie di ricordi dando vita ad un rapsodico zibaldone che si legge senza interruzione grazie alla perfetta caratterizzazione dei personaggi ed agli spaccati vividi delle vicende vissute dalle “Penne nere” nel primo conflitto mondiale:

“… coi baiocchi che ne ricaverò voglio aiutare la Casa dell’Alpino della sezione di Brescia e gli orfani di don Giovanni Antonietti, cappellano dello Stelvio. Così San Pietro, che fa l’ufficiale di picchetto alle porte del paradiso, me ne terrà conto, per quel giorno che gli comparirò dinanzi …”;  così scrivendo l’autore arriva quasi ad arruolare anche il Santo custode delle chiavi del Paradiso.

Stampato nel 1935 per la Casa editrice F. Apollonio & C. di Brescia, il volume, corredato da bei disegni a china a tema è stato ristampato sia nel 1958 che nel 2007 purtroppo sempre con progressivo, grave, disinteresse del pubblico e delle istituzioni. Nel Sistema bibliotecario nazionale, infatti, ne sono note solo 9 copie originali, 3 della prima ristampa e 5 della seconda.

Eppure il volumetto non è solo il ricordo memorialistico di un soldato, ma è anche la celebrazione del Corpo degli Alpini con le interminabili marce, gli scarponi chiodati, i pesanti zaini, i ranci a volte gustosi ma più spesso immangiabili, gli scontri a fuoco con il nemico, l’umiltà d’animo, il cameratismo, l’amor di Patria ed il senso alto del dovere dinnanzi alle tragedie della Storia.

L’auspicio finale è che:

“ nelle lunghe sere di veglia, qualche Vecio prenda questo ragù fra le mani e racconti ai Bocia quel che abbiamo fatto, quando eravamo buoni e saldi Alpini, anche se, ogni tanto, mandavamo troppe benedizioni alla Naja ed a tutti i suoi centosette comandamenti che, dopo tutto, è una bella pretesa farne tanti, quando il Signore Iddio si è contentato di dieci soltanto”.

Un monito affinché non vada perduta anche questa storia: un’inezia rispetto alla “Storia” composta di eserciti, nazioni e nuovi confini tracciati sulle carte geografiche, ma, al tempo stesso, un’importante testimonianza, per contenuto umano e ricordi personali, che non deve andare persa.

 

Disponibilità dei libri citati (sempre aggiornato)

 

 

La Battaglia di Tripoli (26 ottobre 1911) vissuta e cantata da FT Marinetti a totale beneficio delle famiglie dei Morti e Feriti in Guerra
Marinetti, Filippo Tommaso

EUR 650.00
Disponibile su ABEBOOKS
Compralo Subito per: EUR 650.00
Compralo Subito

 

 

 

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