Quando una premessa dice già tutto
Quando si parla di Rasputin vengono subito in mente biografie scandalistiche, memoriali di corte, film e romanzi; molto più raro è imbattersi in un dramma teatrale italiano di provincia, stampato da una tipografia termale. È il caso di Rasputin. Quattro atti di Guido Campanini e Giuseppe Vernizzi, pubblicato a Salsomaggiore dall’editore L’Arciere nel 1930. Se date un’occhiata ai libri usciti in Europa e in America nel 1930 sulla figura di Rasputin, ce n’è per tutti i gusti. Il suo ai tempi era veramente un nome sulla bocca di tutti.
Gli autori e l’editore “di una stagione”
Di Campanini e Vernizzi le tracce bibliografiche sono scarsissime: nei cataloghi SBN il loro nome è sostanzialmente legato solo a questo dramma, senza altre opere note, ristampe o riprese editoriali.
Tutto lascia pensare a due autori legati all’ambiente teatrale emiliano‑parmense, forse attivi come dilettanti o come drammaturghi occasionali, più vicini alle compagnie locali che ai grandi circuiti nazionali. L’editore L’Arciere, indicato in frontespizio insieme allo “Stab. Graf. Termale” di Salsomaggiore, appartiene a quella costellazione di sigle effimere degli anni Trenta nate spesso per uno, due titoli al massimo, finanziate direttamente dagli autori o da impresari locali. Nessun altro libro dell’Arciere di Salsomaggiore (ce ne sono di Cuneo e di altre province) risulta facilmente rintracciabile nei repertori; anche questo dettaglio gioca a favore del collezionista: ci troviamo davanti al classico “editore di una stagione”, che scompare lasciando dietro di sé pochissime copie superstiti.
Un dramma in quattro atti nato tra revisioni e consigli
Il cuore bibliograficamente più interessante del volume non è tanto il testo drammatico (di un libro oggi difficilmente reperibile), quanto la lunga introduzione “Al lettore”, vero e proprio racconto delle difficoltà incontrate per arrivare alla stampa. Gli autori raccontano che il dramma – allora definito “cronistoria” – era già pronto nel febbraio 1928 e venne sottoposto al giudizio del celebre attore Gr. Uff. U. Palmarini, che lo giudicò «letterariamente impeccabile» ma suggerì di accentuare il “nesso drammatico”, cioè la tenuta scenica. Seguono altri interventi: un colloquio con il prof. Baldini dell’orchestra del Teatro Regio di Parma, reduce da una tournée in Russia «con gli stessi zingani che accompagnarono il Rasputin nelle sue orgie notturne», e persino il ricorso a un «testimonio oculare importantissimo», evocato come garante di verità storica.
Il risultato è un ritardo di oltre due anni tra annuncio e apparizione del libro, che gli autori si sentono in dovere di giustificare proprio in questa prefazione. Per il cacciatore di libri il valore documentario è rilevante: siamo davanti alla radiografia di un testo “di attualità” continuamente rimaneggiato nel tentativo di conciliare scena, verosimiglianza storica e – soprattutto – censura.
La polemica con la stampa e il nodo della censura
La parte finale della premessa Al lettore è un piccolo gioiello di storia culturale. Campanini e Vernizzi tirano in ballo una “specie di polemica giornalistica” in cui veniva loro rimproverato di “sciorinare sulla scena panni sudici attorno a una corte imperiale”. La replica è tagliente: gli autori sostengono di aver tolto all’imperatore “il solo pastrano”, mentre lo scrittore Bienstock (l’autore di una nota biografia su Rasputin) avrebbe “ubbriacato e denudato l’Autocrate” e certi giornalisti avrebbero pubblicato addirittura un intero epistolario amoroso della zarina. Il messaggio è chiaro: a) noi, a differenza di altri, non puntiamo sul porno‑scandalo; b) se la censura cerca colpevoli, faccia prima i conti con chi ha offerto al pubblico “cenci ben lordi”.
Campanini‑Vernizzi citano poi Magrini, Bollati de Saint‑Pierre, Gor’kij, Krasnov, Paléologue e “tanti altri scrittori italiani, francesi, tedeschi e russi” che avrebbero descritto con “colori vivaci” scene da loro volutamente sorvolate. Dichiarano che quelle pagine le hanno usate soltanto per “ambientare il dramma nella storia”, togliendo il superfluo per “non inimicare la censura”.
È una confessione di autocensura preventiva: i fatti “più salienti” sono rivendicati come storici, ma tutto ciò che poteva risultare troppo audace è stato smussato, pur lasciando al lettore la possibilità di andare alle fonti – “leggere e interrogare” – se vuole sincerarsi del vero. Nel contesto dell’Italia fascista, questa prefazione diventa un prezioso documento su come si poteva parlare di sesso, potere e decadenza di corte: attaccando un regime lontano (quello zarista, essendo Rasputin morto nel 1916) ma stando molto attenti a non creare paralleli troppo espliciti.
Rasputin in scena: tema e tag collezionistici
Anche senza leggere l’intero dramma, i paratesti permettono di ricostruire l’impianto. Struttura: dramma in quattro atti, con forte vocazione scenica e dialoghi pensati per la rappresentazione. Registro: dichiarata “cronistoria”, quindi successione di episodi reali (o ritenuti tali) della vita di Rasputin e della crisi dell’ultimo zarismo. Temi: ascesa del “monaco” alla corte, influenza sulla zarina, scandali, discredito della monarchia, complotti e assassinio; il tutto filtrato da un evidente bisogno di contenere l’erotismo e l’osceno. Atmosfera: richiami all’esotismo russo (zingari, musica, notti di orgia suggerite ma non mostrate) e all’idea di una corte decadente che precipita verso la rivoluzione.
Per chi costruisce collezioni tematiche, il volume incrocia diversi filoni. Rasputin e la Russia zarista nella pubblicistica tra le due guerre; teatro italiano minore del periodo fascista; storia della censura e dell’autocensura a teatro; editoria locale emiliana/termale (Salsomaggiore e dintorni).
Rarità, mercato e perché cercarlo
Nei principali canali di vendita online (Abebooks, Maremagnum, Vialibri, Amazon, Libraccio, Vinted, Subito, ecc.) il titolo non compare stabilmente in offerta, né risultano frequenti passaggi d’asta: è un libro che emerge solo sporadicamente, quando una biblioteca dismette o un vecchio fondo teatrale viene smembrato.
In SBN le localizzazioni sono poche, e non esistono ristampe moderne: la tiratura originaria doveva essere contenuta, destinata al circuito locale e forse alle compagnie che portavano in scena il testo.
Sul piano economico, si può ipotizzare – a oggi – una forchetta di 40–90 euro per un esemplare in buono stato di conservazione, con possibilità di aumento in caso presenti elementi extra (dedica degli autori, note di regia, provenienza da compagnia teatrale, materiali di scena allegati).
Va però chiarito che la rarità non coincide automaticamente con un alto valore: la domanda è di nicchia, limitata a chi colleziona Rasputin, teatro tra le due guerre o editoria minore emiliana. In assenza del “collezionista giusto” il volume può restare a lungo sottovalutato su un banco di mercatino.
Per il cacciatore di libri, invece, Rasputin. Quattro atti è un bersaglio perfetto: a) appartiene a un editore quasi fantasma; b) racconta, nella sola prefazione, tre anni di ripensamenti tra attori, musicisti e testimoni russi; c) documenta, in presa diretta, il braccio di ferro con la stampa moralista e con la censura fascista; d) aggiunge al filone infinito su Rasputin un tassello italiano, provinciale ma lucidissimo sulla propria posizione nel mercato dello scandalo.
Se lo incontrate in una cassa polverosa accanto a libretti d’opera e commedie dialettali, non lasciatevi ingannare dall’aspetto dimesso: dietro quella brossura di Salsomaggiore del 1930 si nasconde un piccolo laboratorio di come l’Italia raccontava – con pudore e voyeurismo insieme – il mito nerissimo di Rasputin.
Disponibilità di eventuali copie (sempre aggiornato)





