"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Qualcosa su Majakovskij che vale la pena di ricordare

 

Operai e contadini non vi capiscono, di Vladimir Majakovskij (autore); Amedeo Anelli (curatore) (Roma, Bibliotheka Edizioni, 2025).

 

recensione di Guido Andrea Pautasso

 

Gli articoli di giornale di Vladimir Majakovskij pubblicati tra il 1928 e il 1929 sulle riviste “Novy Lef” e “Žurnalist” raccolti nel volumetto curato da Amedeo Anelli, Operai e contadini non vi capiscono, edito da Bibliotheka nella collana “Giornalismo”, lasciano emerge in maniera inequivocabile lo spirito polemico del poeta, artista, drammaturgo e rivoluzionario russo.

Inneggiando al Futurismo e al Comunismo, Majakovskij invitava i compagni rivoluzionari a riflettere sul comportamento del giornalista che doveva operare una netta distinzione tra l’estetica e la pratica politica, tra l’apparenza e la costruzione della «strada verso il socialismo», fatta di totale abnegazione ai valori della Rivoluzione. «Oggi essere un poeta che scrive per un giornale significa subordinare tutta la propria attività letteraria ai compiti pubblicistici, propagandistici, agitatori del comunismo che si va costruendo», così precisò il futurista che inneggiava a Lenin, padre-profeta della Rivoluzione bolscevica, sul quarto numero della rivista “Žurnalist” nel 1929. Majakovskij si fece dunque portavoce di una lotta condivisa con gli «agitatori dell’edificazione della comune contro gli esteti che predicano l’apoliticità, contro le visioni in ritardo e contro le insensatezze arcaiche e mistiche».

Invitando alla modernità e al rifiuto della cultura del passato, in Operai e contadini non vi capiscono, pubblicato nel 1928 sul primo numero di “Novy Lef” (organo di stampa del Fronte di Sinistra delle Arti), Majakovskij difese la linea propagandistica della rivoluzione culturale futurista. Rivolgendosi agli scrittori e agli intellettuali russi ricordò che i loro libri, pur non essendo destinati al grande pubblico, dovevano diventare «i semi e le intelaiature dell’arte di massa» che aveva le sue radici nel movimento futurista. Il Futurismo rappresentava la pura espressione della produzione artistica sovietica proletaria, tuttavia per diventare realmente «arte di massa» doveva essere sottoposta a un processo di organizzazione culturale e di diffusione a livello popolare. Pertanto occorreva educare prima di tutto le masse, lottare contro l’analfabetismo e insegnare alla gente a leggere perché solo in questa maniera «tutti gli operai e tutti i contadini» avrebbero potuto capire la letteratura classica e comprendere un maestro come Aleksandr Puškin. Solo allora, asserisce Majakovskij, «smetteranno di leggerlo e lo consegneranno alla storia della letteratura» e finalmente «la lettura corrente delle masse sovietiche» sarà fatta da scrittori «contemporanei e i poeti futuri».

Majakovskij condannò perentoriamente i bibliotecari ottusi che sconsigliavano di leggere le opere all’avanguardia: il bibliotecario doveva invece «essere un agitatore, un propagandista del libro comunista, rivoluzionario, necessario». Così il futurista rivolse le sue attenzioni ai giovani studenti, agli operai, ai contadini e ai lettori più poveri, per educarli al gusto, alle letture pubbliche e anche a quelle a pagamento, perché questo percorso era formativo e istruttivo, invitandoli a intervenire ai dibattiti degli intellettuali gridando a chi si esprimeva in maniera troppo forbita o confusa: «Gli operai e i contadini non vi capiscono!». In verità, la poetica e la visione del mondo di Majakovskij erano ben comprese dai compagni rivoluzionari. La sua lotta, orientata verso una dimensione comunista rivoluzionaria e proiettata così in avanti da essere furiosamente futurista, non venne compresa soltanto da quei burocrati che dopo la morte di Lenin e con l’avvento di Josif Stalin avevano preso il potere e lo gestivano seguendone i diktat dittatoriali.

Majakovskij morì due volte: una per mano sua, mentre la seconda fu suicidato dagli sciacalli stalinisti. Il 26 aprile 1930, nove giorni dopo il tragico colpo di pistola che stroncò la vita del poeta, sette scrittori dirigenti della RAPP (Associazione Russa degli Scrittori Proletari) pubblicarono sulla “Pravda” una lettera di condanna del gesto destinata a Stalin e al suo vice-segretario Vjaceslav Molotov: «Riteniamo necessario l’intervento del comitato centrale sul comportamento di quei comunisti che non soltanto non correggono le proprie posizioni errate dopo il suicidio di Majakovskij, ma cercano di svilupparle ulteriormente…».

Majakovskij era considerato dagli stalinisti un intellettuale scomodo per le sue origini borghesi e per il suo passato di anarco-individualista, come messo in evidenza dal curatore Anelli che ne ripercorre le idee e ricostruisce la vita nel testo introduttivo al volume e in una succinta ma precisa biografia. Tuttavia l’agitatore Majakovskij era davvero il Rivoluzionario che sognava di volare nello spazio, l’amico del popolo che desiderava che il Proletariato, non il singolo individuo, diventasse portavoce dei reali valori della Rivoluzione comunista. Doveva morire Majakovskij perché godeva di un enorme prestigio personale e con questo avrebbe potuto inquinare la purezza degli indirizzi preordinati dal Cremlino che pretendeva di gestire la cultura senza mai uscire dai binari preordinati dall’intellighenzija. In realtà, a Majakovskij, che si sentiva membro di un eroico e prometeico proletariato, fu tolta la vita perché il sistema sovietico stalinista era incapace di sopportare gli uomini di talento, come ha scritto Giulietto Chiesa riportando alla luce la tragica lettera dei membri della RAPP nell’articolo Majakovskij e gli sciacalli. La “Pravda” pubblica la lettera con cui sette scrittori condannarono il suicidio del poeta. Ecco come fu usata da Stalin, pubblicato su “L’Unità” il 26 luglio 1988.

Per cinque anni il nome di Majakovskij scomparve dalle pagine dei giornali e i suoi libri vennero proibiti sino al 1935, quando Stalin, in difficoltà con le proposte culturali del regime, lo riabilitò definendolo il più grande talento dell’epoca sovietica ed eliminando anche alcuni di quei sette sciacalli che avevano accusato di tradimento il vero Poeta della Rivoluzione Comunista.
Come scrive Anelli, in Majakovskij, il giornalismo e altro, il 14 aprile 1930 Majakovskij si tolse la vita «per un insieme di motivi personali e per essersi accorto del definitivo fallimento degli ideali di socialismo prima e di comunismo poi», in realtà suicidato dalla politica efferata dello stalinismo.

I sette firmatari della lettera incriminata furono: Leopold Averbakh, arrestato nell’aprile del 1937 e fucilato il 14 agosto dello stesso anno. Vladimir Kirshon, incarcerato nell’agosto 1937 con l’accusa di simpatizzare per Lev Trotskij e ucciso nella prigione Butyrka di Mosca l’anno successivo. Aleksej Selivanovskij, vittima delle repressioni staliniane nel 1938. Come Majakovskij fu riabilitato solo post mortem. Aleksandr Fadeev, accusato di deviazionismo, sopravvisse alle Purghe di Stalin. Nel 1946 vinse il Premio Stalin per il romanzo La giovane guardia. Si suicidò nel 1956 quando Nikita Kruščëv governava l’URSS.

Gli unici a scampare alle ire di Stalin e dei suoi successori furono Vladimir Sutyrin (forse), Vladimir Yermilov e Yuri Libedinskij. Dell’attore Sutyrin non si sa nulla. Yermilov fu considerato da Aleksandr Solženicyn, autore di Arcipelago Gulag (1958-1968), una «prostituta». Nel 1965, al suo funerale non si presentò nessuno, tranne il custode del cimitero.
Libedinskij sopravvisse alle Purghe staliniste ma venne espulso dal Partito nel 1937 «per associazione con i nemici della nazione». I suoi libri pubblicati prima del 1937 furono vietati e ritirati dalle biblioteche. Morì nel 1959.

Nessuno dei sette autori della triste lettera è entrato nelle pagine della Storia come Majakovskij. Due mesi dopo la sua morte, Roman Jakobson rese omaggio all’amico poeta con uno scritto intitolato in maniera drammatica Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, testo che apparve per la prima volta nel volume scritto assieme a Dmitrij Petrovič Svjatopolk-Mirskij, Smert’ Vladimira Majakovskogo (La morte di Majakovskij) pubblicato in lingua russa a Berlino nel 1931 da Petropolis, casa editrice privata attiva sul suolo tedesco per propagandare le attività filosovietiche. L’invito alla «riconsiderazione letteraria globale» di Majakovskij scritto da Jakobson si concludeva con una frase emblematica e lapidaria: «Quando i cantori sono uccisi, e le canzoni trascinate al museo e attaccate con uno spillo al passato, ancora più deserta, derelitta e desolata diventa questa generazione, nullatenente nel più autentico senso della parola». Ringraziamo Anelli per aver riscoperto e ridato voce a Majakovskij, proletario nonostante fosse di origine piccolo borghese, soprattutto fiero di essere un autentico rivoluzionario in nome dell’amato Proletariato.

 

 

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