"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Africa, amore mio! Un Balilla nella Somalia italiana

 

di Livio Codato

 

Uno scrittore per ragazzi, di cui non restano notizie, attivo tra gli anni ’30 e 40′, il fervente fascista Ernesto Ambrosi, pubblicò due operine, entrambe per i tipi della Vallardi, che meritano la nostra attenzione. Nel 1933 uscì Un Balilla nell’Oltre-Giuba. Racconto per i ragazzi italiani (con sette tavole a colori fuori testo di Luigi Melandri, p. 88) e, due anni dopo, nel 1935, il seguito: “Africa mia!” Seguito a Un Balilla nell’Oltre-Giuba (con sette tavole a colori fuori testo di Leone Cungi (Ille), p. 84).

 

 

Il primo libretto racconta la storia di Michele Stelvio. È il 1930 (lo evinciamo da dati interni al testo) e Michele, un balilla di circa 13 anni, figlio di Mauro e Giulia, vive nella tenuta del padre di Darchenle, nella Somalia italiana, dal 1924. L’autore appare da subito un entusiastico aedo dei fasti delle colonie italiane:

“Oh! non possono lagnarsi, ormai, gl’indigeni. Dopo che gl’italiani hanno ottenuto l’Oltre-Giuba, è tutto un fervore di opere e di benefici, quaggiù. Non più carestie; non più pestilenze; non più scene di cannibalismo… Noi coloni utilizziamo la mano d’opera dei nativi, spargendo così un certo benessere per i villaggi. Costruiamo dighe, canali, cateratte, ed il Ganana [il ramo principale del fiume Giuba] non travolge più le miserabili zeribe [recinti difensivi dei villaggi] colle sue furiose inondazioni… Se un tirannello negro sfrutta, taglieggia e massacra i nativi, noi Italiani lo impacchettiamo e lo mandiamo a villeggiare in un penitenziario della costa… Se una belva sparge il terrore per i villaggi, ci sono le nostre carabine che non falliscono… I paludi [sic] malarici sono in gran parte bonificati; e, del resto, noi curiamo ammalati e feriti, amorosamente… Tre simboli vegliano sulla regione: la Croce; il Littorio; il Tricolore!”.

La piantagione degli Stelvio confina con quella di un inglese, Mr. Thompson, e della sua diletta figlia Jenny, e i rapporti sono ancora ottimi tra italiani e inglesi nel 1933 (anno di pubblicazione del libro). Michele, in compagnia del padre, affronta avventure di caccia (i due abbattono un feroce coccodrillo, uno struzzo, un ippopotamo) e si occupa di “ammaestrare” un gruppetto di coetanei somali all’amore per l’Italia. Said, a proposito del tricolore sabaudo, afferma:

“Bandiera rappresentare Grande Madre Italia, lontana… Grande Madre Italia, proteggere suoi figli di Africa e portare loro istruzione e ricchezza. Bimbi di Africa amare tanto Grande Madre lontana, ed essere pronti a morire per Lei”.

Ed ecco come Michele descrive ai suoi allievi il duce:

“S. E. Benito Mussolini, amatissimo Duce dell’Italia Fascista e padre affettuoso di tutti i Balilla… S. E. Mussolini, dopo la Grande Guerra guarì l’Italia dalle tristi piaghe che l’affliggevano… Appendete nelle vostre capanne, accanto al Tricolore sacro ed alla Croce, la maschia figura del Capo del Fascismo. Questo è l’uomo che tanto bene ha fatto, e tanto ne farà in avvenire, ai figli del Ganana”.

Non una parola per il povero e incolore Vittorio Emanuele III. Ma la disavventura che più delle altre contribuirà a far crescere il Balilla è l’avvelenamento del padre a seguito del morso di una vipera cornuta. Michele deve far di tutto per salvare il genitore e affronta un viaggio pericolosissimo, in groppa a Nadir, un focoso cavallo nero, per andare a recuperare l’antidoto nella lontana piazzaforte italiana di Afmadù. Il ragazzino galoppa tra un’infinità d’insidie: branchi di cercopitechi, ghepardi, sciacalli, sciami di tafani. Alla fine arriva sì sanguinante ed esausto, ma troppo tardi per salvare il padre, e non può fare altro che essere ricoverato nell’ospedale missionario, sperare e pregare. Ovviamente, essendo un Balilla, gli bastano due giorni per guarire: (“… questo fanciullo ha sangue italiano nelle vene, e per di più appartiene ad una scuola ove s’insegna il coraggio: la scuola dei Balilla…”), riprende la via di casa e lungo la strada ritrova il padre, a sua volta guarito, col quale riesce anche ad ammazzare un leone. Tornato nella piantagione, Mauro Stelvio annuncia la volontà di tornare in Italia:

“Il mio lungo lavoro di sei anni mi ha dato la ricchezza, ed io debbo tornare in Italia, ove Michele, che è tutto il mio orgoglio e la mia speranza, potrà completare la sua istruzione e la sua educazione… Io, modesto soldato dell’Italia Fascista, partii di Milano con un compito da assolvere; e l’ho assolto, pienamente, senza esitazioni e con tutte le mie forze! Qui, ov’erano il deserto e la Jungla, ho fatto fluire la fertilità e la vita colle limpide acque dei canali, e col fervido lavoro degli uomini e delle macchine. Ora lascio il campo ai nuovi e più giovani pionieri d’Italia… Mentre io partirò, dalle ridenti sponde d’Italia un altro piroscafo salperà con altri soldati della civiltà, con altri colonizzatori, che tutto sapranno dare a questa terra, come ad essa tutto io diedi. Non è forse così, fino dai tempi di Roma Imperatoria? Quando un legionario ha finito il suo turno, un altro subito monta la guardia nell’ardente terra Africana che vide i labari e le aquile di Cesare…”

E così se ne vanno a malincuore Mauro, Giulia e Michele Stelvio, imbarcati su un piroscafo italiano, e si guardano indietro: “Ecco: l’ultimo lembo dell’Africa è svanito sull’orizzonte lontano. Il signor Mauro Stelvio comprende la pena del figlio. Anch’egli ha nel cuore qualcosa che lo fa soffrire. Cinge affettuosamente il figlio con un braccio, ed appoggia la guancia alla testa ricciuta del ragazzo. Sopra a loro, il Tricolore sventola e garrisce“.

Il volumetto ebbe un certo successo (ne uscirono almeno altre due edizioni nel 1936 e nel 1939) e allora Ernesto Ambrosi si cimentò con il seguito. Ormai diciottenne, dopo aver completato gli studi da agronomo, Michele Stelvio, diventato avanguardista, nel 1935 fa ritorno in Africa in compagnia del cugino sedicenne Giacomo, pure lui uno Stelvio. Dopo una serie di avventure di caccia (un pitone, un elefante, un rinoceronte) Michele fa ritorno alla sua vecchia piantagione, gestita ora da un nuovo colono italiano, così come quella confinante che Mr. Thompson ha nel frattempo ceduto a un altro italiano: “I Thompson sono tornati nella brumosa Inghilterra, dopo aver venduto la proprietà all’italianissimo signor Lanzani di Genova. Era buona gente, sì, ma non della nostra razza. Meglio essere tutti marca Littorio...”.

Nell’anno di uscita del libro, il 16 dicembre 1935, il clima tra inglesi e italiani era cambiato. Il 3 ottobre Mussolini aveva dato il via alle operazioni militari in Etiopia e la rottura avvenne quando il Regno Unito guidò la Società delle Nazioni nell’imposizione di sanzioni economiche all’Italia (ottobre 1935), provocando la violenta campagna propagandistica fascista contro la “perfida Albione”. Ma torniamo al racconto. Michele conosce la figlia del Lanzani, Piera, e se ne innamora: “Piera Lanzani, superbo campione di fanciulla italica, tutta sangue e nervi, ed in tutto diversa dalla fanciullina di un tempo [Jenny], bionda e fragile come tutte le figlie di Albione“. All’aitante agronomo avanguardista Michele non resta che ammazzare un altro leone e celebrare il fidanzamento con Piera, in compagnia di tutti gli amici italiani e africani, e pure in presenza del padre e della madre che, stanchi della routine milanese, hanno deciso di fare una sorpresa al figlio e ritornare in Somalia.

Il solito, inguaribile mal d’Africa…

 

 

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