Ventidue ‘modeste proposte’ felliniane per la promozione del libro
di Massimo Gatta
Federico Fellini. Il cavallo in biblioteca. Scritti inediti, a cura di Rosita Copioli, con uno scritto di Pietro Citati (Firenze, Vallecchi, 2025).
Già dall’incipit manoscritto, dal ductus veloce di questo appunto in forma di titolo per i fulminanti ventidue brevi schizzi felliniani, la nostra memoria corre per analogia, chissà perché, ai celebri Six Memos for the Next Millennium che Calvino redasse prima di morire e rimasti incompiuti. In esso leggiamo infatti: Qualche idea di Federico Fellini di spot pubblicitari per una promozione editoriale.
Anche questi ventidue Memos di Federico Fellini restano in fondo come suo ultimo ‘messaggio nella bottiglia’, scritti nel 1988, cinque anni prima di morire, anch’essi rimasti incompiuti e in più inediti fino ad oggi quando Rosita Copioli, felliniana doc e sua amica, li ha biblioarcheologicamente riesumati da quell’aureo fondo magato costituito dal Fellini Museum di Rimini, offrendoceli in forma anastatica ma poi trascritti a stampa, con le sue tante cancellature, le riscritture, i ripensamenti, le glosse che li corredano, e fornendoci nel contempo un’accurata, ampia e assai preziosa architettura esegetica che permea dall’inizio alla fine questa piacevolissima raccolta di inediti, un ulteriore e prezioso tassello, sia per i semplici lettori che per i cultori del grande psicopompo e mitografo riminese, per meglio addentrarsi nella sua multiforme e vorticosa genialità di disegnatore, pittore, scrittore, pubblicitario e sommo regista.
Insomma un prezioso regalo della Copioli, un dono inaspettato che ha come baricentro il rapporto, sempre molto profondo, che Fellini ebbe fin dall’inizio col mondo della pubblicità (ricordiamo le campagne per la Campari, Barilla o per la Banca di Roma), della comunicazione sia scritta che visiva, con i libri e la loro diffusione, con le biblioteche, con l’editoria. Non casualmente questi abbozzi per spot pubblicitari, commissionatigli da un consorzio di editori, anch’esso rimasto un fantasma, furono da lui regolarmente depositati alla SIAE, anche se il progetto sfumò e nulla se ne fece. Fin dalla copertina picassiana del libro (riprende lo scenario per Parade del 1917) protagonista è Pegaso, il mitologico cavallo alato, simbolo dell’immaginazione selvaggia e libera, inizialmente utilizzato da Zeus per trasportare le folgori fino all’Olimpo. Grazie alle briglie avute in dono da Atena, venne in seguito addomesticato da Bellerofonte che se servì per uccidere la Chimera, ma dopo la morte dell’eroe, a seguito della caduta da Pegaso, il cavallo alato fece ritorno tra gli dei. In fondo, come anche l’utile iconografia di questo volume documenta, il cavallo fu per Fellini simbolo profondo e amato, da lui più volte citato in alcuni film (Giulietta degli spiriti, Satyricon, La dolce vita). Ma cosa c’era in fondo dietro a questi ventidue Memos felliniani? Certamente un tentativo di avvicinare il pubblico, soprattutto quello televisivo, al mondo del libro, come appare fin dalle prime righe del primo schizzo, non per nulla intitolato Le mani avanti: «Ecco qui alcuni spunti, alcune piccole ipotesi di racconto, per invitare il pubblico televisivo ad avvicinarsi (o a riavvicinarsi) ai libri. Rileggendoli tutti insieme, questi appuntini, mi rendo conto che soffrono di una contraddizione e di un limite» e, in maniera lapidaria e apodittica, prosegue «La pubblicità televisiva si rivolge a uno spettatore che non legge. O anche: tutti coloro che non leggono guardano la televisione», e non aggiungo altro per non togliere il piacere al lettore.
Già dall’utilizzo di termini come “spunti”, “piccole ipotesi”, “appuntini”, emerge l’estrema grazia che Fellini infonde nella sua scrittura, nel rapporto col pubblico, sempre in punta di piedi, cercando nel contempo un mezzo, una maniera che possa, proprio in quegli anni, contrastare in qualche modo il nascente strapotere televisivo di Berlusconi e delle sue reti private, e il maggior bersaglio felliniano è proprio quello delle interruzioni pubblicitarie che danneggerebbero e frammenterebbero, come poi è ampiamente avvenuto, il rapporto diretto del pubblico coi film o con altri programmi. Ma questi Memos sono anche un modo per celebrare più in generale il mondo dell’editoria, del libro e delle biblioteche che, partendo dallo stesso titolo, vengono accumunate al cavallo, a quel Pegaso simbolo di libertà così come sono, o dovrebbero essere le biblioteche; e proprio in questi ultimi anni sappiamo bene quanto la stessa libertà delle biblioteche sia sempre più messa a repentaglio da politiche integraliste e discriminatorie, così come l’intero mondo della cultura, a maggior ragione questi autorevoli richiami felliniani, pensati e realizzati al punto finale e apicale di una esistenza ricca e prodiga di successi, rappresenti un plusvalore per le coscienze di tutti.
Fellini ne ha per tutti: editori, librai, biblioteche, televisione. Tutti rientrano nel suo sguardo attento ma anche fantastico, dove i punti nodali e centrali della sua poetica inventiva, paradossale, umoristica, sarcastica e parodica hanno modo di ‘esibirsi’ e puntellare il discorso. In fondo non poteva che essere così perché da gran artefice di sceneggiature e inquadrature, di accadimenti corali, di infiammati caravanserragli scenici, organizzatore come pochi di eventi onirici, la sua scrittura è sempre scrittura cinematografica, pensata per piani sequenze e inquadrature, campi lunghi e primi piani, siano idee, ipotesi, pensieri o sogni, Fellini è sempre dietro una macchina da presa, col suo cappello, la sua mimica, la sua continua e allegra danza surreale per tentare di spiegare, prima di tutto a sé stesso, le ragioni inspiegabili della vita e della morte, dell’Eros e della Donna, del sogno, dell’incubo, dei rimpianti o dei rimorsi, del riso, del pianto. I libri furono per lui centrali.
Ne è testimonianza un bel volume curato da Oriana Maroni e Giuseppe Ricci, con vorticosa introduzione di Tullio Kezich, che la ‘Fondazione Federico Fellini’ di Rimini pubblicò nel 2008 a corredo della mostra I libri di casa mia. La biblioteca di Federico Fellini; e ancora i suoi libri furono al centro di un ampio articolo di Antonio Castronuovo, La biblioteca di Fellini, pubblicato su «Scenario» nel marzo del 2020 e che fa un preciso riferimento a un saggio della stessa Copioli, Se penso ai libri di Corso Italia, dedicato proprio agli scaffali felliniani di Corso Italia 13 a Roma, saggio contenuto ne Il nostro sistema solare (Milano, Medusa, 2013). E proprio dal risvolto de Il cavallo in biblioteca apprendiamo che la stessa Rosita Copioli ha in programma per quest’anno I libri di Fellini, edito sempre da Vallecchi. Anche ripercorrendo alcuni titoli di questi ventidue schizzi televisivi ci appare la fisionomia del Fellini che amiamo, la sua verve, l’intelligenza critica, la svagata e profonda cultura, l’interiorità, la paradossale leggerezza: Le mani avanti, Breve introduzione giustificativa e completamente inutile, Una giornata qualsiasi, Il bambino nella cattedrale, Il letto magico, L’inferno dei rumori, L’esploratore, Capitan Nemo, Troviamo il tempo di leggere, La ballerina.
Ma Fellini trovò anche il tempo e l’occasione per rivolgere uno sguardo attento e benevolo ai librai, con un disegno dell’agosto del 1988, riprodotto nel libro a pagina 159, un augurio ai librai per Un regista a Cinecittà che uscì per Mondadori l’anno successivo. Un grande rammarico ci coglie, per questi spot mai realizzati, un altro grande sogno infranto, un’occasione sprecata e perduta, un modo insieme lieve e profondo per celebrare la lettura e il libro sovrapponendoli, o facendogli intelligentemente interagire, col mondo sempre più pervasivo del mezzo televisivo che ormai in quegli anni, e per tutti quelli a seguire, avrebbe purtroppo completamente monopolizzato l’immaginario delle persone.
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