"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Matteo Fumagalli e il piacere di guardare il cattivo gusto senza snobismi

 

Ci sono libri che nascono per perseguire l’attualità e libri che, invece, restano in circolazione perché intercettano un nervo culturale più profondo. Travolti dal trash nell’immenso mare del brutto. Viaggio alla scoperta del cattivo gusto per imparare ad amarlo, pubblicato da Cairo editore nel 2021 , appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Matteo Fumagalli, booktuber e voce molto seguita online, firma un esordio saggistico che non si limita a elencare esempi di cattivo gusto, ma prova a trasformare il trash in una lente per leggere il nostro rapporto con cinema, tv, musica, moda e letteratura.

 

Il libro funziona perché non si mette dall’alto in basso rispetto al materiale che tratta. Anzi, prende sul serio ciò che molti liquidano troppo in fretta come “spazzatura” e lo affronta con curiosità, ironia e una certa benevola indulgenza. È un’operazione che si muove sul crinale fra divertimento e riflessione, e che in questo assomiglia a un piccolo manuale di sopravvivenza culturale: riconoscere il trash, capirne le forme, accettare che il gusto non è mai del tutto puro, e talvolta imparare perfino ad amare ciò che ci imbarazza.

 

Non è bello ciò che è bello, ma…

Il sottotitolo è già una dichiarazione di intenti: “Viaggio alla scoperta del cattivo gusto per imparare ad amarlo”. Fumagalli attraversa il trash in più territori, con un tono accessibile e da conversazione brillante, non da saggio accademico. Il materiale è ampio: film di serie Z, romanzi da autogrill, canzonette discutibili, tv, cucina, moda, e più in generale tutto ciò che finisce nello spazio ambiguo in cui il brutto diventa anche irresistibile.

La forza del libro sta proprio qui: non pretende di definire una volta per tutte il trash, ma ne mostra l’instabilità. Quello che oggi ridiamo di additare come “basso” o “imbarazzante”, domani può diventare culto, memoria, piacere condiviso o persino oggetto di analisi seria. In questo senso il volume si colloca bene accanto a una tradizione più ampia di riflessione sul kitsch e sul cattivo gusto, che va da Gillo Dorfles in poi, ma con un tono decisamente più pop e contemporaneo.

 

Ma i lettori che dicono?

L’accoglienza online è stata complessivamente positiva, soprattutto nei primi mesi dopo l’uscita. Su Maremosso il libro viene descritto come “un inno a non prendersi troppo sul serio, al coraggio di gridare che si ama quel che si ama, alla libertà di scelta del lettore”, una formula che coglie bene il cuore del progetto. Sempre su Maremosso, l’intervista all’autore sottolinea che non si tratta del classico libro “da youtuber”, ma di un vademecum utile per orientarsi fra prodotti culturali che molti snobbano troppo in fretta.

Anche le valutazioni dei lettori sembrano aver premiato il libro più per la sua leggerezza intelligente che per una pretesa scientifica. Su Goodreads, a distanza di tempo, il volume mantiene un gradimento medio vicino al 4 su 5 , con un buon numero di recensioni e una circolazione ancora viva tra i lettori curiosi di cultura pop. Non è un caso: il libro parla a un pubblico trasversale, non soltanto ai follower dell’autore, ma anche a chi ha voglia di riconsiderare il proprio rapporto con ciò che è considerato brutto, poco costoso o “di cattivo gusto”.

 

Classificazione “a distanza”

A sei anni di distanza, o comunque a più anni dalla sua comparsa nel dibattito editoriale, il libro si difende ancora bene. Non è un oggetto da rincorsa bibliografica, ma un titolo vivo, che conserva un suo mercato e una sua utilità per chi ama i libri sul costume, sulla cultura di massa e sui meccanismi del giudizio estetico. Il fatto che sia ancora in vendita su Amazon conferma che non siamo davanti a una rarità né a un fuori catalogo da caccia dura: è piuttosto un saggio longseller che ha trovato una sua nicchia stabile e che continua a girare, soprattutto grazie al nome dell’autore e alla sua riconoscibilità online.

Dal punto di vista bibliofilo, quindi, non siamo nel terreno dell’“introvabile”, ma in quello del contemporaneo ben collocato: un libro che ha avuto visibilità, ha venduto, è stato recensito, ed è tuttora acquistabile senza sforzi eroici. Per il collezionista puro non è un pezzo raro; per il lettore interessato al fenomeno trash è invece un titolo che merita attenzione, perché fotografa bene un momento in cui il gusto pop è diventato materia legittima di discussione culturale.

 

…for something we have already decided to love

Il merito principale del libro è la sua postura: non moralizza, non deride, non si mette in cattedra. Piuttosto invita a guardare con più onestà a ciò che ci piace “a prescindere” ea ciò che ci attira proprio perché è eccessivo, kitsch, sbilenco o apertamente brutto. È un approccio che rende la lettura scorrevole e anche un po’ liberatoria, soprattutto per chi è cresciuto consumando prodotti pop senza sentirsi poi davvero autorizzato ad amarli apertamente.

In questa cornice, Travolti dal trash resta un buon libro di soglia: leggero ma non vacuo, pop ma non superficiale, ironico ma non cinico. A distanza di anni, la sua funzione non è tanto quella di scandalizzare, quanto di normalizzare il piacere del “brutto” e di mostrare che il cattivo gusto, spesso, è solo un nome elegante per qualcosa che abbiamo già deciso di amare.

 

 

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