"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Massimo Ardenti, l’avvocato che non c’è: storia di un misterioso libro senese

 

Un’autodifesa, un manoscritto valutato zero, una morte controversa e un protagonista nascosto dietro uno pseudonimo. Nel 1980 l’avvocato Emilio Beccarini Crescenzi affidò alla stampa un libro singolare, nel quale ancora oggi è difficile capire dove finisca la realtà e dove cominci il romanzo.

 

Massimo Ardenti non è mai esistito. Almeno, non con questo nome. Lo dichiara fin dalle prime pagine un avvocato, Stefano Bianchi, nella lettera che introduce un singolare volume stampato a Siena nel 1980: Autodifesa dell’avvocato Massimo Ardenti, di Emilio Beccarini Crescenzi.

Dietro quello pseudonimo, sostiene Bianchi, si nascondeva un collega e amico di vecchia data. Un uomo realmente esistito, autore di un dattiloscritto «fedelmente autobiografico», morto l’anno precedente precipitando con la propria automobile in un burrone nei pressi di Firenze. Suicidio? Incidente? Malore? Già nelle pagine introduttive le domande sono più numerose delle risposte. E continuano a esserlo quasi mezzo secolo dopo. Il volume fu stampato a Siena nel febbraio del 1980 dall’Industria Grafica Pistolesi & C.. Non presenta, almeno apparentemente, le caratteristiche di una normale pubblicazione commerciale: nessun editore propriamente indicato, nessun apparato promozionale, una veste editoriale piuttosto dimessa. Tutto fa pensare a una pubblicazione destinata a una circolazione limitata, forse prevalentemente locale. Fu senz’altro stampato in proprio.

Eppure, a distanza di anni, il libro continua a suscitare una certa curiosità, soprattutto negli ambienti forensi e tra gli appassionati di storia e cronaca senese. Il motivo si comprende appena si comincia a leggerlo.

 

Chi era Emilio Beccarini Crescenzi?

L’autore non era uno scrittore di professione. Emilio Beccarini Crescenzi apparteneva invece pienamente alla società senese del Novecento. Avvocato, aveva discusso all’Università di Siena, nell’anno accademico 1926-1927, una tesi dal titolo quanto mai significativo: La pena di morte, di 64 pagine. Fu anche personaggio importante nella vita contradaiola. Nel 1938, ancora giovane, era capitano della Contrada della Chiocciola e proprio quell’anno vinse il Palio dell’Assunta. Tornò a ricoprire l’incarico dal 1951 al 1953 e fu successivamente priore della Contrada.

Ma c’è un’altra passione di Beccarini Crescenzi che avrà un curioso riflesso nel libro: la filatelia. Fu presidente del Circolo Filatelico Senese e partecipò attivamente alla vita filatelica cittadina. Non siamo dunque davanti a uno sconosciuto che decide di improvvisarsi scrittore. Siamo davanti a un avvocato ben inserito nella vita sociale e culturale senese che, ormai anziano, decide di mettere il proprio nome sulla copertina di un libro assai difficile da definire.

 

Un avvocato che si chiama Massimo Ardenti. Ma non è il suo vero nome

Il volume si apre con una lunga lettera-introduzione dell’avvocato Stefano Bianchi indirizzata all’editore. Ed è qui che comincia il mistero. Bianchi presenta il testo che seguirà come un «romanzo, fedelmente autobiografico», scritto da un collega e amico di vecchia data. Ma avverte subito il lettore di una cosa: Massimo Ardenti non è il suo vero nome. L’autore del dattiloscritto avrebbe deliberatamente scelto di nascondersi. Secondo quanto racconta l’introduzione, Bianchi conosceva quell’uomo fin dall’infanzia e ne sarebbe poi divenuto anche l’esecutore testamentario. Alla morte dell’amico, fra i suoi beni viene rinvenuto un voluminoso pacco di fogli dattilografati, chiuso in una busta sigillata e destinato proprio a Bianchi.

È il romanzo di Massimo. O meglio, ciò che ne esisteva: il dattiloscritto sarebbe stato privo di titolo e senza una vera conclusione. Già qui conviene fare una precisazione che accompagnerà tutta la nostra lettura: questi elementi ci vengono riferiti dalla lettera introduttiva. Non possediamo elementi sufficienti per stabilire quanto della cornice che precede il romanzo debba essere considerato documentazione e quanto possa eventualmente partecipare alla costruzione letteraria dell’opera.

 

Un manoscritto che vale zero

La vicenda offre a questo punto uno di quei particolari che un cacciatore di libri difficilmente potrebbe inventare meglio. Alla morte dell’avvocato viene eseguito l’inventario dei suoi beni. Il manoscritto compare fra gli oggetti rinvenuti e viene sottoposto alla valutazione del perito. Il verdetto è lapidario: «Valore di stima: ZERO». Bianchi, nell’introduzione, immagina quasi di sentire la voce dell’amico morto commentare ironicamente quella valutazione.

Un pacco di carte che per il perito non valeva nulla sarebbe diventato, l’anno successivo, un libro. E quel libro, quasi mezzo secolo più tardi, è diventato abbastanza difficile da trovare da suscitare l’interesse di collezionisti, curiosi e uomini di legge. La storia dei libri è fatta anche di questi piccoli paradossi.

 

La misteriosa morte di Massimo Ardenti

La parte più delicata dell’introduzione riguarda la fine dell’uomo che si nasconderebbe dietro lo pseudonimo. Secondo Stefano Bianchi, Massimo Ardenti morì il 14 febbraio 1979, precipitando con l’automobile in quello che viene chiamato il «Burrone del Pipistrello», indicato come situato a poca distanza da Firenze. Le circostanze descritte nel libro sono inquietanti. La strada sarebbe stata percorribile, la velocità non particolarmente elevata e non sarebbero state individuate evidenti tracce di frenata. Si fece così strada l’ipotesi del suicidio. Bianchi non sembra crederci. Ricorda l’amore per la vita dell’amico, il suo equilibrio e la sua avversione alla violenza. Riferisce anche un’altra possibile spiegazione: le precarie condizioni fisiche dell’avvocato avrebbero potuto provocare un malore e quindi la perdita del controllo dell’automobile.

È importante però fermarsi a ciò che il libro effettivamente racconta. Non abbiamo elementi indipendenti sufficienti per trasformare queste affermazioni in una ricostruzione storica dell’incidente. Non siamo riusciti neppure a identificare con certezza il cosiddetto «Burrone del Pipistrello» nei dintorni di Firenze. Potrebbe essere un antico toponimo locale, un nome d’uso comune mai entrato nella cartografia oppure, più semplicemente, un nome deliberatamente modificato, esattamente come quello di Massimo Ardenti. E se sono stati cambiati il nome del protagonista e forse quello di un luogo, quanti altri elementi del racconto potrebbero essere stati alterati?

 

Una tomba sul mare

La lettera introduttiva fornisce altri particolari sorprendentemente precisi. Massimo avrebbe avuto forti legami con Castiglione della Pescaia, dove la famiglia disponeva di una villa intestata alla sorella Paola. Un’altra sorella si chiamava Chiara. Ed è proprio a Castiglione che, secondo la lettera, Ardenti avrebbe voluto essere sepolto. Bianchi arriva a descriverne il loculo. Il romanzo ci fornisce anche un indirizzo senese: Massimo abita in via di Castelvecchio 2. Lo stesso Bianchi, avvocato civilista, avrebbe abitato nelle vicinanze. Ancora una volta siamo davanti a una caratteristica ricorrente di questo libro: precisione e indeterminatezza convivono continuamente. Abbiamo date, luoghi, parentele, abitazioni e circostanze apparentemente verificabili; contemporaneamente sappiamo fin dall’inizio che almeno alcuni nomi sono stati alterati. Quanto? Il libro non ce lo dice.

 

Un romanzo autobiografico, ma autobiografico di chi?

È probabilmente la domanda più affascinante. Il frontespizio non lascia dubbi bibliografici: Emilio Beccarini Crescenzi – Autodifesa dell’avvocato Massimo Ardenti. Ma l’introduzione ci racconta che il testo deriva dal manoscritto autobiografico di un altro avvocato, morto nel 1979 e nascosto sotto pseudonimo. Viene naturale domandarsi chi fosse. Ed è altrettanto naturale rivolgere per un momento lo sguardo allo stesso Beccarini Crescenzi.

Qualche curiosa consonanza esiste. Massimo è un avvocato senese; Beccarini Crescenzi lo era realmente. Soprattutto, nel romanzo Massimo, a un certo punto della propria esistenza, riprende una vecchia passione per la filatelia. E sappiamo che la filatelia non fu affatto un interesse occasionale di Beccarini Crescenzi, che arrivò alla presidenza del Circolo Filatelico Senese. È una coincidenza curiosa e merita di essere segnalata. Ma niente di più. Ed è proprio qui che occorre fissare un limite:

Un romanzo autobiografico può mescolare persone, spostare avvenimenti, cambiare luoghi e distribuire esperienze reali fra personaggi differenti. Cercare a tutti i costi un nome dietro Massimo Ardenti significherebbe trasformare un’ipotesi suggestiva in un’attribuzione che il libro non permette di dimostrare.

Non sappiamo neppure se dietro Ardenti debba necessariamente nascondersi una sola persona. Un autore può costruire un personaggio utilizzando esperienze proprie, vicende appartenute ad amici o colleghi, ricordi familiari e pura invenzione. Tanto più che dietro il racconto affiorano relazioni private, vicende sentimentali e circostanze delicate. Persone coinvolte direttamente o indirettamente negli avvenimenti narrati potrebbero avere ancora familiari in vita. Massimo Ardenti, dunque, rimarrà Massimo Ardenti.

Una vita italiana attraverso il Novecento

La lettura del volume non aiuta molto chi spera in un romanzo tradizionale. Il libro è diviso in due parti. La prima affonda nella prima metà del Novecento e sembra ricostruire anche vicende appartenenti alla generazione precedente a Massimo. Si comprendono così i riferimenti della bibliografia finale alla Seconda guerra mondiale, al fascismo e alle vicende politiche e militari dell’epoca. Fra le fonti compaiono Winston Churchill, Enzo Biagi, René Champe, Nino Caudana, Galeazzo Ciano, Bruno Spampanato, Mario Corsi e persino un articolo di Carlo Ciampolini apparso su La Nazione nel 1967.

La seconda parte segue invece gli sviluppi successivi della vita del protagonista. Il risultato è una narrazione irregolare. Personaggi, amori, avvenimenti storici, professione, luoghi e ricordi si sovrappongono senza quella geometria che ci aspetteremmo da un romanzo costruito a tavolino. Ma forse è proprio questo il punto. Se davvero alla base di Autodifesa dell’avvocato Massimo Ardenti esiste un materiale autobiografico, quella disorganicità potrebbe appartenere alla natura stessa dell’opera: non una vita trasformata in romanzo, quanto piuttosto una vita che tenta faticosamente di assumere la forma di un romanzo.

E a distanza di quasi mezzo secolo la lettura diventa ancora più difficile. Persone e avvenimenti che nel 1980 potevano forse risultare riconoscibili a un lettore senese sono oggi privi della loro chiave. È possibile che alcuni contemporanei, leggendo certe pagine, sapessero perfettamente a chi o a che cosa si alludeva. Noi quella chiave non l’abbiamo più.

 

Perché “Autodifesa”?

Rimane il titolo.  Il dattiloscritto, stando alla lettera introduttiva, ne era privo. Qualcuno deve dunque avere scelto Autodifesa dell’avvocato Massimo Ardenti al momento della pubblicazione. Ed è un titolo molto efficace. L’autodifesa non sembra infatti quella pronunciata da un imputato davanti a un tribunale. È qualcosa di più vasto. Massimo Ardenti sembra contemporaneamente l’avvocato e l’imputato di se stesso.

Ripercorre la propria esistenza, le donne, gli errori, gli affetti, la professione, le scelte compiute e quelle mancate. Non costruisce tanto un’arringa quanto semmai una giustificazione della propria vita. Nella lettera iniziale Bianchi offre forse la migliore chiave interpretativa quando spiega che in quelle pagine l’amico aveva voluto raccontare la fatalità dei propri errori e l’impossibilità di ripararli. Se il titolo non apparteneva all’autore del dattiloscritto, chi lo scelse aveva compreso bene ciò che aveva davanti.

 

Un finale che non doveva esserci

C’è infine un piccolo enigma strettamente letterario. L’introduzione afferma che il dattiloscritto era senza fine. Eppure il libro pubblicato possiede una conclusione. Nelle ultime pagine troviamo un Massimo ormai anziano, solo e tormentato. Entra nella chiesa fiorentina di San Jacopino, si siede davanti al Crocifisso e tenta persino di ricordare le preghiere imparate dalla madre. Poi torna fuori, sotto la pioggia. Sale su un’automobile e chiede di essere portato in un albergo qualsiasi. La macchina parte. E sulla pagina compare: FINE. Chi abbia dato quella conclusione a un manoscritto dichiarato incompiuto non viene chiarito.

Potrebbe esserci una spiegazione perfettamente semplice. Forse per «senza fine» Bianchi intendeva che l’autore non aveva completato la storia che avrebbe voluto raccontare; forse il testo fu successivamente sistemato; forse alcune pagine vennero aggiunte. Oppure anche questa apparente contraddizione appartiene al gioco fra verità e finzione che accompagna l’intero libro. Meglio non girarci troppo attorno. Diciamo la verità: non lo sappiamo.

 

Un libro che conserva il proprio segreto

Forse un giorno qualcuno riconoscerà in queste pagine un luogo, un episodio o una persona. Forse emergerà qualche documento capace di illuminare almeno una parte della vicenda. Ma non è necessario togliere la maschera a Massimo Ardenti per trovare interessante questo libro. Anzi. Autodifesa dell’avvocato Massimo Ardenti appartiene a quella particolare categoria di pubblicazioni locali che, una volta perduto il contesto nel quale nacquero, diventano quasi degli oggetti cifrati. Rimangono le parole, ma progressivamente scompaiono le persone che possedevano la chiave per interpretarle.

Nel nostro caso rimangono un avvocato senese realmente esistito, Emilio Beccarini Crescenzi; un secondo avvocato che firma un’introduzione; un terzo che porta un nome dichiaratamente falso; un’autobiografia trasformata in romanzo; una morte controversa raccontata ma non verificata; una tomba sul mare; e un dattiloscritto che, almeno secondo la storia tramandata dal libro stesso, un perito aveva valutato esattamente zero. Ma c’è un’ultima curiosità. Ed è tutta bibliografica. Parola al cacciatore di libri.

 

Quanto vale Autodifesa dell’avvocato Massimo Ardenti?

Il cacciatore di libri si farà inevitabilmente un’altra domanda: quanto vale oggi Autodifesa dell’avvocato Massimo Ardenti? Stabilire una quotazione attendibile è particolarmente difficile perché il libro praticamente non compare sul mercato. E in questo caso non sembra trattarsi soltanto di una rarità teorica. Attorno al volume esiste infatti un piccolo ma concreto interesse, soprattutto fra avvocati, collezionisti e appassionati di storia e cronaca senese, mentre l’offerta appare pressoché inesistente.

Al momento della nostra ricognizione risulta una sola copia proposta. Le tracce del passato sono altrettanto esigue: su Maremagnum risultano soltanto due passaggi, entrambi risalenti ai primi anni Duemila. Da allora, per quanto è stato possibile ricostruire, il libro sembra essere sostanzialmente scomparso dal normale circuito antiquario.

Autodifesa dell’avvocato Massimo Ardenti possiede alcune caratteristiche capaci di sostenerne l’interesse collezionistico: è una pubblicazione senese apparentemente estranea ai normali circuiti editoriali; ebbe presumibilmente una diffusione limitata; porta la firma di un personaggio conosciuto nella vita cittadina come Emilio Beccarini Crescenzi; contiene una componente autobiografica e misteriosa capace ancora oggi di suscitare curiosità; soprattutto, le copie consultabili pubblicamente sembrano essere estremamente poche. Tre copie soltanto contemplate all’OPAC SBN, rispettivamente collocate alla Biblioteca comunale di Imola, alla Biblioteca Nazionale centrale di Firenze e alla Biblioteca Nazionale centrale di Roma.

Bisogna però evitare anche l’eccesso opposto. Non siamo davanti a un libro raro di interesse nazionale, conteso da un vasto pubblico di bibliofili. La sua è piuttosto una rarità locale e specialistica: poche persone possono desiderarlo, ma quelle poche incontrano notevoli difficoltà nel procurarselo.

In questa situazione, una valutazione orientativa nell’ordine dei 100-150 euro per una buona copia ordinaria può essere ragionevole, ma va presa con grande cautela: in assenza di vendite recenti documentabili, non esiste un vero prezzo di mercato consolidato. Una dedica dell’autore costituisce certamente un elemento di interesse e rende l’esemplare preferibile a una copia ordinaria, anche se sarebbe arbitrario trasformare automaticamente questo particolare in un determinato sovrapprezzo. Rimane così un ultimo paradosso, forse il più appropriato per concludere la storia. Secondo l’introduzione, quando il dattiloscritto originario fu inventariato dopo la morte di «Massimo Ardenti», il perito ne stabilì il valore effettivo in «ZERO». Non sappiamo realmente il suo valore, ma certamente non vale più zero.

 

 

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