Il numero 27 che Salani volle dimenticare!
di Livio Codato
Il doganiere toscano Gino Chelazzi, (1868-1956), in giro per l’Italia per motivi professionali, trovava anche il tempo di scrivere per alcuni quotidiani; ma quando, nel 1933, finalmente andò in pensione, poté dedicarsi anima e corpo alla narrativa per ragazzi, pubblicando diversi libri per la Salani, tra gli anni ’30 e ’40, per la collana Biblioteca dei miei ragazzi. Ecco l’elenco: Il romanzo d’un ragazzo (1933), Sim, ragazzo abissino (1936), Euro, ragazzo aviatore (1936), Due ragazzi e una scimmia (1938), Euro ritorna: La freccia azzurra (1939), I ragazzi di San Marco (1939), Il figlio del Vesuvio (1939), Tonino l’inventore (1941), Il figlio dell’emigrato (1941), Il piccolo re (1941), Un ragazzo contro Cartagine (1943), Raff, il domatore (1949).
Tra tutti questi, prendiamo in esame Sim, ragazzo abissino, formato tascabile con copertina rigida con illustrazione a doppia pagina di Fiorenzo Faorzi e illustrazioni interne in bianco e nero di Carlo Chiostri, Biblioteca per i miei ragazzi, n. 27, Salani 1936, p. 160.
Il libro, edito nel 1936, poche settimane dopo l’entrata delle truppe italiane ad Addis Abeba che avvenne il 5 maggio di quell’anno, rappresenta una testimonianza a caldo del sentimento di molti italiani a proposito della guerra d’Etiopia, la quale era iniziata l’anno prima, il 3 ottobre 1935, e si era conclusa con la proclamazione dell’Impero il 9 maggio 1936 (e quasi 4000 soldati italiani caduti, a fronte di circa 70000 militari etiopi, senza considerare i civili: circa 200000).
Gino Chelazzi, anziano funzionario di stato, nonché convinto sostenitore del regime fascista, non poté esimersi dal celebrarne le glorie in questo racconto, permeato di panegirici sul sacro compito dell’Italia mussoliniana di portare civiltà e ordine a popolazioni barbare e arretrate di millenni sulla via del progresso. Ecco come presenta l’impresa coloniale in Etiopia: “Giunse la notizia delle ostilità aperte tra l’Italia e l’Abissinia. E furono settimane e mesi di ansia. Secondo quanto veniva riferito, le soldatesche abissine infliggevano terribili rovesci alle truppe italiane… ma l’Italia del 1936 non era quella di quarant’anni prima perché il grande Capo ne guidava con mano sicura i destini. Egli non avrebbe affrontato un’impresa tanto difficile e grandiosa senza una preparazione formidabile sotto ogni rapporto“.
E veniamo alla storia di Simone Mareb, detto Sim, un ragazzino abissino che viene liberato, da una masnada di negrieri, a opera del principe romano Fabio D’Otricoli, impegnato in una personale esplorazione scientifica in Africa Orientale, allo scopo di redigere un rapporto da sottoporre all’attenzione del Governo per favorire la colonizzazione dell’immenso territorio abissino. Il principe viene colpito dalla gentilezza dei modi di Sim e decide di rimpatriare portandolo con sé a Roma, dove il piccolo riceve un’affettuosa accoglienza da parte di tutti i famigliari, tranne il principino Paolo, primogenito di Fabio, che soffre la presenza del moretto; ed è proprio l’ostilità del principino che innescherà una serie d’avventure che riporteranno Sim in Abissinia.
Abbiamo parlato di una calda accoglienza di Sim nella dimora dei D’Otricoli (stemma con leone rampante in campo azzurro, sormontato dalla corona principesca e il fiero motto: Quia nominor leo), calda entro i limiti consentiti dall’ideologia razziale di allora, la quale venne sì ufficialmente istituita dal 1938 (Manifesto degli scienziati razzisti del 14 luglio; la pubblicazione del primo numero de La difesa della razza del 5 agosto e il Regio Decreto-Legge n. 1728, il provvedimento centrale per la “difesa della razza” del 17 novembre), ma il cui terreno di coltura era stato già ampiamente arato e seminato dai reportage giornalistici e dalla letteratura coloniale in genere.
Ecco come appare Sim agli occhi del principe dopo la liberazione: “Un magnifico esemplare tra le varie razze etiopiche. Che nobiltà di lineamenti, che eleganza di forme! La sua pelle non è di quel nero lucido della maggior parte delle razze africane, ma di un bruno olivastro opaco, il viso ovale, la fronte alta, naso e mento regolari, bocca di un disegno perfetto, capelli corti fortissimi, ma non lanosi, lo sguardo dolce ed espressivo. Senza dubbio appartiene a una delle razze più belle e distinte. Si direbbe un tigrino, se avesse più spiccate le caratteristiche semitiche. Forse è un incrocio tra la razza tigrina e una di quelle meridionali più forti e aitanti“.
Quando Sim arriva finalmente a Roma, diventa il compagno di giochi dei figli minori del principe, una sorta di moretto domestico che si sottopone volentieri alle loro innocenti angherie: “Qualche volta Elisa pretendeva di pettinare i suoi forti capelli tirandoli e strappandoli. E Sim, paziente, non si lasciava sfuggire un lamento nè cercava di sottrarsi a quella tortura, finché sopraggiungeva la governante o la mamma, che facevano cessare il divertimento rimproverando la bambina per la sua pretesa in cui era della crudeltà, e Sim per la sua sopportazione. Altre volte era invece Carletto che pretendeva di cavalcarlo, come fosse stato un somarello, e Sim doveva adattarsi a camminare carponi, col fanciullo sulla schiena. e per rendere più verosimile la scena, il piccolo cavaliere non mancava di frustare più o meno forte la sua umana cavalcatura che non si ribellava, se non quel tanto necessario per render verosimile il giuoco. Paolo osservava con aria sprezzante senza intervenire“.
Distanze difficili da colmare, però mai dire mai…
Fermiamoci qui, perché innumerevoli sono i passaggi del racconto in cui Chelazzi esalta la superiorità della razza bianca su quella, anzi, su quelle africane. Per tutti basti questo: “La stirpe di Roma, rinnovellata nella sua gloria e nella sua potenza, protegge e guida verso un più felice avvenire la stirpe barbarica, che ha redento dalla schiavitù, e le addita un orizzonte più vasto e più luminoso“.
Probabilmente il vecchio doganiere ne era convinto e lo scriveva in buona fede; ma nel secondo dopoguerra, quando l’Italia affrontò il processo di “defascistizzazione” dei testi scolastici e dell’editoria in genere, la Salani decise di non rischiare il sequestro delle proprie collane ed eliminò i testi più compromessi col regime; così il volume numero 27 venne ufficialmente ritirato e, per non lasciare un buco nella numerazione della Biblioteca per i miei ragazzi, la casa editrice mantenne il numero 27, ristampando al suo posto un testo diverso: I giganti di Roccaforte di J. Duché.
Di Sim, ragazzo abissino si trova ancora qualche sparuta copia e a buon prezzo: perché lasciarla dimenticata in ignote librerie? Lo stesso dicasi per gli altri libri e le loro bellissime copertine:
Disponibilità di eventuali copie (sempre aggiornato)
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Sim , Ragazzo Abissino. G. Chelazzi. salani, 1939
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