"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Alinska, un’antenata di Carmilla

 

di Domenico Cammarota

 

Etienne-Léon de Lamothe-Langon / La Vampira, ossia La Vergine d’Ungheria / Vasto, “Redivivi” Vol. 1, Oblivium Edizioni, settembre 2026. In 8° fig., pp. 348. Euro 19,90. Edizione a cura di Enrico De Luca.

 

Dopo la piacevolissima antologia di Aa.Vv. Trasformazioni, dedicata alle “Licantropie ed altre terribili metamorfosi”, la Oblivium Edizioni, nuovo marchio editoriale di Caravaggio Editore espressamente dedicato alla benemerita riscoperta di rari classici del romanzo gotico ottocentesco, mette ora subito a segno un altro interessantissimo recupero di un testo dimenticato del genere Vampirico: La Vampira, ossia la Vergine d’Ungheria (La Vampire, ou la Vierge de Hongrie, 1825), opera del Barone Etienne-Léon de Lamothe-Langon, prolifico autore del tutto sconosciuto finora da noi, anche se a fare ricerche più approfondite almeno tre suoi romanzi d’appendice mi risultano già pubblicati a Napoli nell’Ottocento.

 

Ma chi era mai questo misconosciuto autore? Il de Lamothe-Langon nacque a Montpellier in Francia il 1° aprile 1786, e morì a Parigi il 24 aprile 1864. Malgrado gli studi irregolari, fece carriera nell’amministrazione pubblica e fu nominato sottoprefetto di Tolosa nel 1811, e successivamente si trasferì in Italia nel 1813, nominato sottoprefetto di Livorno; prese pure parte alla battaglia di Viareggio, e per la sua fedeltà a Napoleone fu nominato dallo stesso Barone dell’Impero.

Dopo il 1815, durante la Restaurazione, insieme a tanti altri sopravvissuti dell’era Napoleonica, cadde politicamente in disgrazia e perse praticamente quasi tutti i suoi averi, quindi per pure ragioni di sopravvivenza alimentare, finì per dedicarsi così anima e corpo ad una forsennata sovraproduzione letteraria, pubblicando in 29 anni fino al 1844, data in cui si ritirò dalle scene, oltre 83 volumi noti; equamente suddivisi fra biografie di Prefetti, saggi localistici, memorie storiche romanzate o del tutto apocrife (ossia delle mistificazioni inventate di sana pianta), enciclopedie in gran parte copiate dai lavori di altri autori, e, cosa che a noi più interessa in questo contesto, anche vari romanzi gotici e fantastici.

I suoi primi lavori nel genere che noi preferiamo, furono i due romanzi L’Hermite de la tombe mystérieuse, ou Le Fantome du vieux Chateau (1816), testo furbescamente attribuito alla ben più celebrata Anne Radcliffe, e Les Mystères de la tour Saint-Jean, ou Le chevaliers du Temple (1819), falsamente spacciato per un romanzo di Matthew Gregory Lewis, l’indimenticabile autore de Il Monaco. Il primo testo citato, fu pubblicato ben due volte con un certo successo anche in Italia, dove all’epoca la Anne Radcliffe rappresentava un nome di richiamo commerciale, anche in caso dei testi apocrifi: L’Eremita della tomba misteriosa, ossia Il Fantasma del vecchio Castello, Milano, Francesco Barbini; – Firenze, Pietro Franceschini; – Napoli, Felice Perrucchetti, 1870 e poi 1874.

Ad ogni modo, il suo bel romanzo La Vampira, ossia La Vergine d’Ungheria è un testo importante per la storia del genere Vampirico, perché pur partendo da un impianto narrativo di fondo ancora strettamente legato ai canoni classici del romanzo gotico in stile Radcliffe e Lewis, introduce per la prima volta un notevole personaggio femminile, la triste e malinconica vampira Alinska, un’affascinante creatura della notte che anticipa di quasi mezzo secolo la creazione della ben più famosa Carmilla di Joseph Sheridan Le Fanu, che apparve a stampa solo nel 1872. Legata al cupo perseguimento d’una pratica di vendetta, da mancata sposa che ritorna come un cadavere vivente dopo il suo suicidio, obbedendo suo malgrado alle leggi d’un Fato ineluttabile a cui tenterà vanamente di sottrarsi cercando di ritardare il più possibile la sua missione ultraterrena, Alinska non solo è la prima figura di donna protagonista in un genere come quello Vampirico predominato solo da vampiri maschili, almeno fino alla comparsa in scena della citata Carmilla e dei suoi successivi vari epigoni femminili; ma è anche un antieroina romantica e funerea al tempo stesso, consapevole della drammaticità della sua fittizia esistenza, desiderosa di tutto ciò che in vita le era stato negato, ma restìa per certi aspetti del suo temperamento ancora fin troppo umano, a volersi abbandonare completamente senza freni alla sua naturale sete di sangue e di vita. Il finale tristissimo del romanzo poi, di cui non spoileriamo nulla, con la sua pratica di cupo dissolvimento generata dalla cieca obbedienza passiva alla ritualità cristiana, non può non richiamare alla memoria il finale parimenti tristissimo del celebre La morte amoureuse di Theophile Gautier, con lo stesso identico fato della bellissima vampira Clarimonde, che però fu pubblicato ben undici anni dopo (1836).

L’edizione approntata ora dalla Oblivium di questo importante e misconosciuto tassello della letteratura vampirica, conserva tutte le elegantissime caratteristiche tecniche già riscontrate nella precedente antologia Trasformazioni: robusta legatura cartonata, il cui design riprende i motivi grafici d’una vera legatura in pelle ottocentesca, completa anche dei suoi risguardi imitativi delle carte dipinte a mano; tavole a tutta pagina, testatine e finalini nel testo di Massimiliano Modica, ispirate sempre alle illustrazioni originali; notevole sovraccoperta illustrata su sfondo rosso-sangue, come è giusto che sia; infine, una ottima traduzione del curatore Enrico De Luca, che spinge la sua acribia fino a riportare in calce alle pagine i testi originali in francese delle gustose quattro Romanze che caratterizzavano la prima edizione in tre tomi del romanzo del de Lamothe-Langon, di cui vengono riportati anche i corrispettivi spartiti musicali per pianoforte, per chi si volesse esercitare nel suonare queste musiche evocative.

Enrico De Luca ci informa poi nella sua densa prefazione, che La Vampira, ossia La Vergine d’Ungheria non sarà l’unico testo del Barone de Lamothe-Langon ad essere pubblicato in Italia, dato che ora sta già lavorando alla traduzione del suo Souvenirs d’un Fantòme. Chroniques d’un Cimetiere (1838); che non è un romanzo, bensì una ricca antologia di ben 27 racconti, equamente suddivisa fra storie di fantasmi, maghi, patti con Satana, maledizioni familiari, spettri, quadri animati, processioni di morti, ecc.; raccolta che, in obbedienza al ben noto metodo lavorativo “copiereccio” del nostro Barone, pare che sia stata in gran parte riciclata da storie contenute in precedenti antologie di altri autori, come la Fantasmagoriana di Jean-Baptiste Benoìt Eyriès (1812), testo la cui lettura diede origine alla famosa “Notte di Villa Diodati” (1816), ossia la riunione in cui Mary Shelley, Lord Byron, Shelley e John William Polidori, diedero origine alla moderna Horror Story.

Particolarmente interessante poi, è la notizia finora inedita che La Vampira, ossia La Vergine d’Ungheria fu in pratica completamente copiato dallo scrittore tedesco Theodor Hildebrand, che la riciclò nel suo romanzo Der Vampyr, oder: Die Todtenbraut (1828); e che questo rifacimento, sicuramente inferiore per qualità al testo originale del Barone de Lamothe-Langon, verrà comunque, per ovvie ragioni di documentazione, parimenti pubblicato in futuro dalla Caravaggio Editore sempre a cura di Enrico De Luca.

 

 

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