"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Emilio Moretto: il “J’accuse” di un ghostwriter: un po’ meno ghost e un po’ più writer…

 

di Livio Codato

 

E finalmente sono arrivate le fotocopie della copertina e della prefazione di Addio, Mompracem! di Emilio Moretto (La Lanterna, 1931)! Lasciando per un momento da parte la copertina, occupiamoci della prefazione che è un resoconto dettagliato della vicenda presa in esame nel precedente articolo, Vivere e morire da ghostwriter. Abbiamo deciso di riportare integralmente la prefazione perché si tratta di un vero racconto che verte sul contrasto, finito in tribunale, tra un giovane scrittore e il suo infido “mecenate” che si approprierà delle sue opere. Come dice lo stesso autore, il titolo sarebbe dovuto essere Le avventure e disavventure di un giovane romanziere.

 

Prefazione originale

“Miei cari amici lettori, è con vera commozione che metto il visto di stampa sulle bozze del mio primo romanzo: Addio Mompracem! Commozione che sale dal profondo del mio cuore, acceso dalla speranza di quest’ora di felicità, e angustiato da tutta una serie di vicende dolorose che han reso e rendono più duro che mai il mio calvario di giovane scrittore sconosciuto, quale mi trascino da oltre undici anni.
E poiché non è concesso a me di proporre degli anagrammi come prefazione, nè posso pretendere da voi qualità medianiche per interpretarmi è mestieri ch’io racconti ora, almeno una parte della strana, assurda e inconcepibile vita di scrittore che ho menato fino ad oggi.   Io sono povero, non ho ereditato beni di fortuna, non sono un Adone per bellezza, non sono nato col bernoccolo degli affari.
Non ebbi, dunque, dalla sorte, una di quelle ore che sono l’inizio d’una luminosa e brillante carriera, non potetti, mai, guardare l’avvenire con l’occhio sognatore di colui che aspetta l’ora divina, per impossessarsi del Fato ed agitarlo, come fiaccola di grandezza, sotto l’onda purpurea della nuova Aurora della vita.
Sono un umile linotipista e ho sempre lavorato silenziosamente, davanti alla mia macchina, piangendo, con le lacrime, ridendo coi sorrisi o disperandosi delle infelicità dei personaggi di cui andavo, di giorno in giorno, tessendone le debili trame di piombo, seguendone e ricomponendone la vita e gli sviluppi sui manoscritti che scintillavano sotto la lampadina della mia linotype.
Così, di volta in volta, furono miei il tormento dei grandi, la disperazione degli impotenti, la felicità del creare e tutti quei sottili veleni per cui il sangue, a un tratto, arde e divampa, acceso dalla fiamma dell’arte che consuma ogni fibra e tempra e tende l’anima come una spada di fuoco nell’azzurro dei cieli.
Insensibilmente, all’insaputa di me stesso, io mi andava dirozzando; l’anima vibrava di nuove e sconosciute sensazioni; tutto il mio essere si vestiva di nuovi germogli ed acquistava una personalità che mi era ignota e che vedeva fuori di me come un signore cui mi era d’uopo inchinarmi e salutare umilmente con devozione. In poche parole, m’assalse la febbre delle letture e cominciai a scrivere.
Scrivevo giorno e notte e leggevo con pari passione. Tutti i ritagli di tempo, le ore libere, i giorni d’ozio o di riposo meritato io li dedicavo ad un lavoro dieci volte più snervante che la linotype. In breve tempo mi trovai a scrivere in mezzo a un monte di manoscritti. La mia fantasia si sviluppava prodigiosamente, i personaggi non mi davan tregua; le trame incalzavano e l’ardore attingeva nuove energie a quel calore fecondo di opere che avevo imprigionato per tanti anni, nella mia anima, silenziosamente. Infine cercai un Editore. Non lo trovai. Ma scovai un mecenate. Non il mecenate antico, s’intende: “un tipo secolo ventesimo”. Era un signore distintissimo, molto noto e sul quale potevo contare ampiamente (me lo affermò lui). E ci contai.
Con tutta l’anima mia, ingenua e fiduciosa, tutt’ora divorata dalla passione delle avventure dei grandi uomini che descrivevo, perduta in quei sogni, annegata nei tramonti fiammeggianti degli spazi immensi in cui galoppavano i miei eroi. E firmai, col mio Mecenate, un contratto assurdo, obbrobrioso per la mia stessa dignità d’artista. Ma che ne sapevo io?
Ve l’ho detto: non ero che un povero linotypista e tutto ciò che avevo creato mi sembrava un sogno, una fiaba ridestatasi nella mia mente, e che un giorno o l’altro, sarebbe svanita come tutte le fiabe che si raccontano ai bambini. E che cos’ero io, poi? Mi si diceva, pensate!
Lei è nessuno. Per mezzo mio, vedrà il suo Nome a lettere d’oro brillare su gli sfondi azzurri dei suoi bei libri… e poi, in un angoletto, al buio, metteremo anche il mio, cui basta la fama ad illuminarlo, e che servirà, soltanto a dar valore al suo, ch’è ignoto“.
Le pensate voi, queste cose? Non vi ha mai ubbriacato la magia d’un libro meraviglioso, esposto su un leggio d’una vetrina scintillante e che porti un bel titolo col vostro nome in oro sulla testata della copertina?
Quanti uomini ha traviato quel miraggio! Quanti altri ne ha resi grandi, immortali, pervenuti a ciò dalla volontà tenace attratta tutta e tesa verso quel miraggio radiante! Non doveva, esso, abbagliare e perdere me, povero numero sconosciuto e insignificante in quell’enorme bailamme ch’è la civiltà contemporanea?
Fissai gli occhi, in esso, e mi perdetti. Cedetti sei romanzi, al mio Mecenate, mirando il mio nome baluginare nel sogno d’una copertina policroma. E il mio primo libro venne pubblicato ed io lo vidi, nelle vetrine delle librerie di Milano. Ma invece che la contentezza e la felicità, l’angoscia e la tristezza schiantava il mio cuore. Il libro era questo stesso di oggi, ma in sommo alla copertina, anziché il mio nome modesto, portava quello sfolgorante del mio maestro e l’altro del mio famoso Mecenate, e cioè Addio Mompracem! di Luigi MottaEmilio Salgari.

Comprendete voi, il mio stato d’animo? Protestai, ma inutilmente. Mi si diceva ch’ero stato compensato con cinquecento lire. Allora m’appellai al contratto firmato dal mio Mecenate Sig. Luigi Motta, in cui si diceva che i libri dovevano portare i nomi entrambi i nostri nomi, non quello di Salgari, il quale, poveretto, essendo deceduto fin dal 1911, nulla aveva a che vedere col mio romanzo Addio, Mompracem! scritto da me nel 1920. Altri tre libri miei seguirono la stessa sorte; uscirono cioè, nei tre anni successivi, sempre coi nomi di Emilio SalgariLuigi Motta e sono: La tigre della Malesia; Lo scettro di Sandokan; La gloria di Yanez editi dalla Casa Editrice Sonzogno di Milano e in vendita, dal 1927 in poi, presso tutte le librerie d’Italia.
Allora minacciai di scandalo il mio grande Mecenate il quale, finalmente! si decise a pubblicare un quinto mio volume ove, per la prima volta, appariva anche il mio nome: Luigi Motta Emilio MorettoL’eredità dei RasasMondadori 1930. Però, con l’andar del tempo, ed assurgendo il fatto ad un enorme assurdo, cominciai lo stesso ad aver maggiore coscienza di me e tentai di uscire dall’antro degli esseri maledetti, degli uomini-numero, entro cui m’aveva scagliato non so che beffardo destino, finché, risolutamente decisi di rivendicare la mia opera, di rientrare in possesso di quei beni che aveva sparpagliato prodigalmente al vento, col gesto gagliardo e impensato d’un titano cieco e folle. A tutto ciò dava piena giustizia la legge sui diritti d’autore. Infatti, studiando il mio caso, con l’aiuto di amici amorevoli trovai che l’articolo 44 del R. Decreto Legge 7 novembre 1925, così come è modificato dal R. Decreto 13 Gennaio 1927 N. 61, contempla:
Se il concessionario del diritto di rappresentazione, esecuzione, pubblicazione o riproduzione, non fa rappresentare, eseguire, pubblicare o riprodurre l’opera nel termine di tre anni dalla conclusione del contratto di edizione, questo è risoluto di pieno diritto a favore dell’autore, suoi eredi o legatari. Il cessionario perde i diritti acquisiti e deve restituire l’originale dell’opera, mentre l’autore, suoi eredi o legatari, conservano integralmente il diritto al compenso pattuito, oltre che al risarcimento dei danni. Qualunque patto in contrario è nullo“.
Ora, valendomi io di questo articolo di legge, in quanto il concessionario signor Luigi Motta non ha pubblicato la totalità dei romanzi che gli cedevo in virtù del contratto 25 febbraio 1924, mentre lo stesso Motta ha pubblicato altri miei romanzi che io gli cedevo di volta in volta, perché li pubblicasse col mio nome e che, invece, comparvero col nome di Salgari e suo, dovendo perciò io ritenere completamente come non avvenuta la pubblicazione dei miei romanzi, salvi tutti i miei diritti, ho, in virtù del suddetto articolo, la completa proprietà dell’opera mia e la libertà di disporre a mio beneplacito, come ne dispongo, pubblicando questo libro sotto il nome mio, vero autore e padrone dell’opera. Sembra che questa incredibile storia debba far parte di un romanzo che si potrebbe intitolare: Le avventure e disavventure di un giovane romanziere; ma, per fortuna, io credo che il mio caso sia più unico che raro; e che, come oggi ho trovato degli editori coraggiosi, e degli amici disinteressati e onesti, così mi auguro che nessun giovane autore abbia mai a provare le indicibili sofferenze e le inenarrabili umiliazioni ch’io ebbi a patire. Cosa vale la mia opera? Giudicatela onestamente e pensate che io ho scritto e scrivo nel tempo in cui dovrei riposarmi dopo otto lunghe ore di linotype, affranto dalla fatica con gli occhi rossi, pesti, con le orecchie ronzanti d’immagini paurose e tumultuanti. Ma se tuttavia, amici lettori, troverò un incoraggiamento a perseverare nel mio lavoro, spinto soprattutto dalla vostra benevola condiscendenza, io metterò a vostra disposizione la mia poca fantasia e il poco ingegno che mi rimane, lieto più che altro di poter chiudere una triste e dolorosa parentesi della mia vita di “autore giovane”. Milan, 18 giugno 1931 – IX EMILIO MORETTO

 

Ricostruiamo la cronologia della vicenda

Emilio Moretto lavora da linotypista probabilmente per la casa editrice Sonzogno di Milano. All’epoca si cominciava un mestiere del genere intorno ai quindici anni, motivo per il quale lo scrittore doveva essere nato i primissimi anni del Novecento.
• 25 febbraio 1924 – Emilio Moretto stipula un contratto con Luigi Motta per la pubblicazione di sei romanzi a nome di entrambi per un compenso di 500 lire (pari a uno stipendio medio di un operaio di allora e corrispondenti a circa 1500 euro di oggi), non si sa, però, se per ciascun romanzo o tutti e sei.
• 1924 – qualche mese dopo Addio, Mompracem! viene pubblicato da Sonzogno a nome Luigi Motta ed Emilio Salgari.
• 1927 – escono: La tigre della Malesia (Sonzogno) a nome Luigi Motta ed Emilio Salgari, in cui si trova la seguente dedica: «A E. Moretto infaticabile, amico leale – Luigi Motta»; Lo scettro di Sandokan e La gloria di Yanez (Sonzogno) a nome Luigi Motta ed Emilio Salgari; in un’altra edizione Sonzogno dello stesso anno, quella di Il raggio naufragatore, sono riportate le seguenti parole: «A Emilio Moretto con serena amicizia».
• 1930: esce L’eredità dei Rasas (Mondadori) a nome di Luigi Motta ed Emilio Moretto.
• 1930: Emilio Moretto intenta causa a Luigi Motta, il quale viene prima condannato per «frode in commercio», infine assolto in appello con la formula «il fatto non costituisce reato». In ogni caso, dalla prefazione, sembra evincersi che venne riconosciuto a Moretto il diritto di proprietà autoriale dei romanzi, dei quali, però, pubblicherà a nome proprio solo un altro.
• 1931: esce Addio, Mompracem! grande romano d’avventure, a nome proprio per i tipi de La Lanterna di Milano.

Da quel momento in poi Emilio Moretto, il quale, come dichiara lui stesso, continuò a lavorare come linotypista, uscì di scena e con lui tutti i suoi romanzi. Perchè riuscì a pubblicarne solo uno a proprio nome? Probabilmente gli fu possibile nell’intervallo tra la prima sentenza che condannava Luigi Motta e la seconda che invece gli dava ragione, per cui il rinomato erede di Salgari si riappropriò e quindi conservò la titolarità degli altri romanzi già editi a suo nome. E così Addio, Mompracem! de La Lanterna sparì dalla circolazione e divenne introvabile, mentre continuò a essere pubblicato come opera di Luigi Motta ed Emilio Salgari fino agli anni Sessanta.
E veniamo alla copertina di un’interessante modernità, tale da rompere la tradizione (anche se dobbiamo accontentarci della fotocopia in bianco e nero che cortesemente ci è stata inviata da una biblioteca milanese): dalle decorative e coloratissime illustrazioni in stile liberty di quasi tutti i romanzi salgariani, cui eravamo abituati, si passa a un montaggio di due fotogrammi tratti dal film muto Le quattro piume (The Four Feathers), del 1929, un dramma bellico diretto da Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack, gli stessi creatori del celebre King Kong del 1933. La storia segue un ufficiale britannico che, dopo essersi dimesso dal suo incarico, viene accusato di codardia dai suoi amici e dalla sua fidanzata, ricevendo da loro quattro piume bianche (simbolo di infamia). Per riscattarsi, intraprende una pericolosa missione segreta in Sudan per salvare i suoi compagni. Naturalmente niente a che fare con le vicende di Sandokan e compagni, ma era una pratica comune all’epoca utilizzare, per le copertine di libri popolari, immagini di film di grande successo che trattavano temi simili di avventura e terre lontane. La scena sembra comunque evocativa dell’incresciosa vicenda editoriale di Moretto e del suo momentaneo trionfo: il giovane scrittore, in accordo con il maturo editore, sconfigge l’acerrimo rivale ai suoi piedi. Ahilui, un’illusoria vittoria di Pirro…

 

 

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