"Ogni libro par che dorma, eppur sua è ogni orma"
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14 Novembre 2020

In margine al “raggio della morte” di Giulio Ulivi: quando dei ritagli di giornale si rivelano più preziosi di un libro

Alle origini del pestifero “raggio della morte”

 

Già prima della scomparsa di Guglielmo Marconi si erano andate diffondendo voci insistenti circa una sua terribile invenzione: il raggio della morte. Con questo raggio, si diceva, era possibile uccidere il nemico a distanza di chilometri e chilometri, forse addirittura da un continente all’altro. Finché il fisico italiano fu in vita riuscì a tenere a bada simili illazioni, anche se in alcuni frangenti si vide costretto a smentite ufficiali, come nel caso delle notizie pubblicate dal New York Herald, edizione di Parigi, alle quali il fisico italiano rispose in modo lapidario:

“Statement that I have been directing beam at passing cars with object of stopping their motors is entirely and absolutely false (“Indiscrezioni secondo le quali avrei diretto un fascio di raggi contro delle auto in movimento, fermandole, sono da ritenersi del tutto prive di fondamento”)”.

Tuttavia, dopo il 1937 le voci presero il sopravvento e la stampa, certa stampa, se ne impossessò, eccitando la fantasia popolare e creando miti e cliché che perdurano anche ai nostri giorni. Si ebbero così quelle che oggi chiameremmo “leggende metropolitane”. Una di queste, che ci fa sorridere, è raccontata da Carlo Rossi nel suo celebre Dalla rana di Galvani al volo muscolare (Milano, Ulrico Hoepli, 1944). Il libro è un concentrato terrificante di notizie, idee, teorie e gustosi retroscena che spaziano dalle torpedini di Galvani al campo rotante di Galileo Ferraris, a come (non) si realizza il moto perpetuo, all’avvenire dei razzi per vincere l’attrazione terrestre fino all’uomo pipistrello, cioè al cosiddetto “volo muscolare”.

La leggenda metropolitana che riguarda il raggio della morte recita di un pastore siciliano che, trovandosi nel suo campo a badare alle capre, vede due povere bestiole cadere stecchite. Il pastore si guarda attorno, cerca di rendersi conto ma non riesce a capire cosa sia successo. Il veterinario, più tardi, gli dirà che un raggio mortifero ha colpito le bestie partendo dalla costa sarda. Rossi ricorda opportunamente che, perché questo risulti possibile, le capre avrebbero dovuto trovarsi a non meno di 7000 metri di altezza, per via della curvatura terrestre e il raggio doveva possedere un diametro sottilissimo, forse sub-atomico, per aver potuto colpire le capre e risparmiare il mandriano.

Un altro interessante libro dello stesso autore, sempre incentrato sui misteri della tecnologia del presente (e del futuro), è …Et Ultra (Milano, Hoepli, 1933), con una avvincente copertina futurista di Schipani.

 

Mario La Stella e il suo libro cult

Ma che cos’era, in definitiva, questo raggio della morte? Per rispondere alla domanda bisogna cercare di entrare nella mentalità dell’uomo medio tra le due guerre, a cominciare dal desiderio di sensazione e dal fascino che su di lui esercitavano le notizie relative alle nuove mirabolanti tecnologie.

Mario La Stella fu un valente giornalista e scrittore anche se parte della critica lo considera oggi (come allora) “autore di regime”. Di lui si ricordano inchieste di una certa importanza come la biografia cronologica Marconi mago dell’invisibile dominatore degli spazi (Milano, Edizioni Aurora, 1937), che gli valse un importante premio. Il suo esordio come scrittore era avvenuto già da alcuni anni, con lavori che sono del tutto sconosciuti e irreperibili anche sul mercato dell’usato e del piccolo antiquariato.
Penso, per esempio, a Costruire un uomo (Roma, Studio Editoriale Italiano, circa 1944), a L’alchimia della vita (Napoli, Edizioni “Mondo Occulto”, 1936), rarissimo.

 

Ma l’opera che ha fatto di Mario La Stella un vero e proprio autore cult – dando corpo a suggestioni e cacce bibliofile che durano tutt’oggi – è Il Raggio della morte: fantasie e realtà sulla guerra di oggi e di domani (Roma, Istituto per l’Enciclopedia De Carlo, 1942). Il libro, nella sua veste grafica, è assai noto. Brossura editoriale color crema con titolazioni in rosso. Sopraccoperta marrone, rossa e gialla riproducente sul davanti il mezzobusto di un soldato con maschera antigas, gladiatore e profeta della guerra di domani, ipotesi non del tutto smentita dagli eventi futuri, anzi!
Sul retro un enorme generatore ad alta tensione con indicata una linea di sicurezza sul pavimento, con la scritta:

“Un uomo che si avvicinasse a questa distanza potrebbe rimanere fulminato [anche] senza toccare gli apparecchi”.

Volumetto in formato sedicesimo difficile da reperire completo della sopraccoperta. Il libro ha qualche difetto non solo per via della carta usata, di scarsa qualità, ma anche perché in alcune copie che mi è capitato di osservare, le prime pagine risultano essere sovra-inchiostrate. Bisogna però capire il momento di difficoltà economica del paese, che si rifletteva su ogni singola attività. Le macchine che si rompevano non potevano essere cambiate ma solo riparate, a volte “alla bell’e meglio”. Ma per la lettura risulta godibile fino in fondo, ben scritto, pieno di spunti che accendono la fantasia e fanno correre la mente. Ricco di citazioni, alcune alquanto misteriose, e di personaggi semi-sconosciuti, ma di grande richiamo.

 

Giulio Ulivi, chi fu costui?

Uno dei personaggi citati da Mario La Stella all’interno del su libro, l’ingegnere Giulio Ulivi, merita tutta la nostra attenzione. Carlo Bramanti su internet ne produce una buona documentazione tratta per la maggior parte dal quotidiano La Nazione dell’epoca, alla quale mi rifaccio.
Ulivi era fiorentino di nascita (vide i natali a Borgo San Lorenzo nel 1880) e studiò elettrotecnica nel capoluogo toscano, per poi completarsi in Francia e Germania. Proprio in Francia, a Clichy, si era costruito un laboratorio di ricerca dove compiva i suoi esperimenti. Quanto Ulivi fosse famoso oltre frontiera lo si evince da varie fonti.

M. T. Bloom, su un articolo apparso su Lectures pour Tous, e ripreso a sua volta da True Magazine, narra di un episodio avvenuto nell’agosto del 1913, quando Ulivi fece degli esperimenti a Villers-sur-Mer, sembra con risultati altalenanti, di fronte alle autorità francesi.

Altri due ritagli di giornali del tempo (seppure da testate non identificate) ci informano di come la figura di Giulio Ulivi fosse nota in Italia e all’estero.

La stampa italiana cominciò ad interessarsene dal 1914, e si racconta di quando, dal Monte Senario, fece saltare per aria alcune cariche poste semisommerse sull’Arno, a una distanza di oltre sedici chilometri. Aveva quindi usato il suo fatidico “raggio della morte”?
Ulivi aveva pochi amici fidati, e solo a loro era concesso entrare nei suoi laboratori posti in via Fra’ Giovanni Angelico. Tra di essi c’era l’ammiraglio Giulio Fornari, la cui figlia minorenne, Maria Luisa, Giulio Ulivi rapirà nel luglio del 1914, e poi sposerà l’anno seguente, destando un forte scandalo e rischiando ovviamente l’arresto. Fu quello un atto che segnò la sua vita. Da tempo si andavano addensando voci negative sui suoi esperimenti e tra di esse quella autorevole di Augusto Righi. Il rapimento (qualcuno disse “fuga d’amore”) avvenne alla vigilia di un esperimento decisivo, alla presenza di tre industriali milanesi interessati alla sua invenzione, che poi si defilarono in tutta fretta.

Le “imprese” allo Stabilimento Somaini

Tutto andò peggiorando per l’inventore toscano, che appariva e scompariva in varie città dove annunciava “colpi di teatro” con il suo famoso raggio. Riapparve infatti in quel di Lomazzo, un paesino del basso comasco, presso lo stabilimento di impianti elettrici Somaini. È l’anno 1917. Il proprietario dello stabilimento, il colonnello Francesco Somaini in persona e il direttore tecnico di detto stabilimento, Adolfo Hilzinger, coadiuvano Giulio Ulivi in un importante quanto misterioso esperimento.

L’idea è quella di mettere a punto un raggio che, una volta attivato, possa bloccare i motori a distanza. Una simile arma, se realizzata, permetterebbe di far precipitare gli aerei o di bloccare i carri armati, nonché le navi e i sottomarini. Ma un’altra applicazione, non meno importante, è quella di far esplodere granate ed altri esplosivi stipati nei depositi del nemico. Ciò permetterebbe di ridurre o addirittura annientare gli arsenali avversari in guerra. Un esercito in grado di avvalersi di simili armi avrebbe ben pochi problemi nell’aggiudicarsi le battaglie.

Neanche La Stella era probabilmente in possesso di materiale di prima mano. Si riferiva, non scordiamolo, a episodi accaduti venticinque anni prima. In ogni caso la sua ricostruzione dei fatti appare verosimile in parecchi punti. Se non proprio i rapporti ufficiali degli esperimenti – che forse neppure esistevano più – l’autore si procurò le relazioni circa i danni prodotti dagli esperimenti nello Stabilimento Somaini, documenti redatti dal direttore tecnico Hilzinger.
Purtroppo non è facile capire quali potenze elettriche fossero realmente in gioco, in ogni caso bisogna ammettere che qualcosa di anomalo successe. Si racconta di strani incidenti avvenuti nello stabilimento.
Alcuni operai, mentre svolgevano i compiti di routine, sarebbero stati sbalzati a terra da scariche elettriche improvvise e inspiegabili. Scariche elettriche provenienti sia dalle apparecchiature che dalle tubature degli impianti. In un’occasione, tre grandi motori elettrici (uno da 500 cavalli, molto potente per quei tempi) ebbero dei violenti sussulti alle loro basi e si fermarono. Una volta smontati furono rinvenute tracce di scariche elettriche tra la parte motrice e quella statica, con principi di fusione del metallo.
Le emissioni elettromagnetiche dell’Ulivi avevano quindi prodotto dei danni, anche se non tali da giustificare in pieno l’interesse per le sue ricerche. Quello che contava, però, era aver intrapreso la strada buona. Con potenze più alte in gioco egli avrebbe di certo potuto infliggere danni ben più gravi alle apparecchiature elettriche “bombardate”, rendendo così la sua invenzione di importanza strategica. Per tutto il 1917 andranno avanti le prove e gli esperimenti. Da rilevare che l’ingegnere Luigi Negretti, concessionario dell’illuminazione pubblica del paese di Lomazzo e limitrofi:

“(…) Venne a protestare essendo state trovate bruciate indistintamente tutte le lampade del suo esercizio, con altri danni al materiale dei suoi impianti”.

 

Le vere chimere per il collezionista

Di e su Giulio Ulivi esiste un poker di scritti, ormai non più reperibili, che raccontano in maniera dettagliata i suoi esperimenti.

Si tratta di Alcune considerazioni sulle mie ultime esperienze di radiobalistica eseguite al Campo Sperimentale di Lomazzo nel luglio 1917 (Saronno, Tipografia di Filippo Volontè, 1917). Lo studioso interessato ad approfondire la faccenda ne troverà una copia (quasi sicuramente l’ultima rimasta in vita) nella Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma.
Altrettanto raro, altrettanto “proibito”, il resoconto di Adolfo Hilzinger, dal titolo Rapporto sulle manifestazioni, perturbazioni e danni nello Stabilimento Somaini & C. a Lomazzo durante le esperienze dell’ing. Giulio Ulivi (Saronno, Tipografia di Filippo Volontè, 1917), sempre esistente in unica copia, conservata nella stessa biblioteca del precedente lavoro. Entrambi gli scritti, classificati come “materiale militare”, non sarebbero mai stati diffusi. Da qui la loro quasi totale scomparsa.

Poi è la volta di A proposito delle ricerche ed esperienze di radiobalistica compiute dall’ing. Giulio Ulivi: lettera ed articolo, dell’ingegnere Mario Buffa (Saronno, Tipografia Ditta Volontè Filippo, probabilmente 1917); e di La radiobalistica ottenuta indirettamente per mezzo di due stazioni di Telegrafia senza fili opportunamente regolate: relazione: Milano, 2 dicembre 1915, di Giulio Ulivi (Saronno, Tipografia Ditta Volontè Filippo, circa 1915).

Esaminando questi scritti, potrebbero venire fuori prove sufficienti per ritenere che UIivi avesse avuto la giusta intuizione, ma non bisogna dimenticare che ci si stava muovendo in un campo assolutamente nuovo. Anche Marconi per la telegrafia senza fili o Meucci per il telefono dovettero superare fasi nelle quali le loro sperimentazioni non davano i frutti sperati o li davano in minima parte e non nella direzione voluta. Senza contare il clima di sfiducia e il dileggio che spesso circondava questi primi tentativi da parte anche degli stessi colleghi e scienziati.

Sul raggio della morte, oltre alla sua origine tra storia e leggenda, spiegazione e finalità, nel 2013 ci fu una clamorosa rivelazione su un finanziere italiano, Franco Marconi, che si sarebbe dedicato a questo ardito progetto durante l’ultimo conflitto mondiale. Il lavoro che ha svelato questo nome è stato Il raggio della morte: la storia segreta del militare italiano che avrebbe potuto cambiare il corso della seconda guerra mondiale, di Gerardo Severino, Giancarlo Pavat (Roma, XPublishing, 2013). Tutto è passato molto sotto silenzio.

 

Disponibilità dei libri citati & altro materiale (sempre aggiornato)

 

 

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