L’anarchica musulmana e il Duce
di Livio Codato
Che donna, Leda Rafanelli! Come si fa a dimenticare una donna così? L’Italia è proprio diventata un paese di immemori santi da circo e dimentichi navigatori da tiktok.
Leda nacque a Pistoia nel 1880, tre anni prima di Mussolini, ed era per lei motivo di vanto la discendenza da un nonno materno romani (zingaro) tunisino. Alla fascinazione esercitata su Leda da questa ascendenza si aggiunse quella derivata dal trasferimento con la famiglia ad Alessandria d’Egitto nel 1903. Qui iniziò la sua carriera di scrittrice, aderì al gruppo anarcosocialista della Baracca Rossa, di cui faceva parte anche Giuseppe Ungaretti, si sposò e, in polemica con la borghesia imperialista occidentale, si convertì all’islamismo, nella forma particolare del sufismo. Rientrata in Italia, si separò dal marito e nel biennio 1913-1914 frequentò Benito Mussolini.
Di questa relazione è testimonianza Una donna e Mussolini che Leda pubblicherà per Rizzoli nel 1946: una raccolta di quaranta lettere inviatele dal Duce, le quali però non chiariscono quale fosse davvero la natura del rapporto tra i due, se andarono cioè oltre l’amicizia e la condivisione di ideali politici, come sosteneva il primo galletto del futuro pollaio fascista, e lei che invece negò sempre qualsiasi coinvolgimento sessuale. Comunque sia andata, i due si allontanarono nel 1915, alla vigilia dello scoppio del primo conflitto mondiale: lui divenne un acceso interventista, mentre lei si mantenne coerente con le proprie convinzioni politiche e si schierò coi pacifisti.
Finita la guerra, con la presa del potere da parte dell’ex compagno, per comunisti, socialisti e anarchici spira in Italia un gelido e micidiale vento di tempesta; così Leda è costretta a cessare la sua militanza politica e si limita a proseguire con la sua attività letteraria; però, nel suo intimo, rimane irrinunciabilmente attaccata alle sue mai ripudiate idee giovanili: in lotta per un mondo più equo, puro, libero dalle catene del dio del profitto del mondo capitalista e colonialista, schierata in battaglia a fianco delle oppresse popolazioni del più offeso dei continenti: l’Africa. Come possiamo sapere cosa pensasse davvero Leda? Eccome lo sappiamo!
La prima edizione de L’Oasi del 1929
Nel 1929, la casa editrice milanese Monanni pubblica il romanzo di un autore francese, Étienne Gamalier: L’Oasi. Romanzo arabo, volume n. 33 della collana Nuovissima Collezione Letteraria. Sul frontespizio, dopo titolo e sottotitolo, si legge: “Unica edizione italiana traduzione di Leda Rafanelli“.
In realtà, come si sarà già capito, l’autrice è la stessa Leda che si cela sotto lo pseudonimo di Gamalier e dichiarata responsabile della sola traduzione. Non solo. L’editore si sente in dovere di giustificare la scelta di pubblicare un romanzo che potrebbe suscitare le ire del regime (cosa che non avvenne) e scrive così nelle avvertenze:
“Nella letteratura coloniale francese questa Oasis di Étienne Gamalier ha un posto speciale. L’autore ha idee personalissime in fatto di colonie e di popolazioni soggette al dominio europeo. Egli non ripete il solito motivo della letteratura ufficiale. E’ attratto dai paesi e dalle genti di colore per un loro fascino particolare, per trovare in essi l’ingenuità e la sincerità della vita e delle passioni. In tutte le sue opere, Étienne Gamalier non nasconde le sue preferenze, frutto di paziente indagine e di amorevole simpatia. Per lui l’Oriente – e specialmente l’Africa e l’Egitto – è la sola terra dove si può correre in piena libertà l’avventura della vita. Tutti gli altri problemi della Civiltà europea gli sono estranei. Per i nostri lettori abbiamo scelto L’Oasi perché è un vero romanzo pieno di sentimento e di passionalità. Altre opere saranno in seguito date in questa Collezione”.
Meglio mettere le mani avanti: non si sa mai. Un autore francese dalle idee “personalissime”, una vicenda passionale ambientata in una colonia francese: niente a che vedere con le imprese coloniali del Duce in Somalia, Tripolitania e Cirenaica, a scanso di equivoci, perché in effetti L’Oasi è un romanzo anticolonialista, antioccidentale, pacifista, di un’impressionante modernità se pensiamo ai nostri tempi e al dibattito accesissimo intorno alla presunta superiorità della cosiddetta civiltà occidentale, al neocolonialismo, al neonazionalismo spacciato per sovranismo, al disprezzo del diritto internazionale da parte, paradossalmente, proprio di quei paesi che hanno contribuito a fondarlo.
La trama del romanzo. Tunisia. Da un’oasi all’altra. Primavera-estate 1914. Gamra, una giovane berbera di 22 anni, ama e serve come schiava Henry Nattier, un giornalista e affarista, nonché convinto colonialista francese di circa trent’anni. Malgrado la totale dedizione e adorazione di Gamra, Henry non disdegna di intrecciare altre relazioni erotiche, in particolare con Annetta, una conterranea moglie fedifraga di un commerciante transalpino, nascondendo però la propria natura predatoria alla gelosissima schiava-amante. All’inizio del romanzo compare la terza protagonista del romanzo, la cinquantenne Jeanne, una ricchissima francese che da trent’anni vive in Tunisia in seguito a un’atroce delusione amorosa. Jeanne è Leda. Stessa età, stessa indipendenza, stesso amore per l’Africa e le sue genti. Non vogliamo andare oltre nel racconto se non per sottolineare l’efficace parallelismo tra lo sviluppo della vicenda passionale tra Gamra e Henry e il rapporto tra la Francia e la colonia tunisina, e più in generale tra l’Europa e l’Africa. Inevitabile prendere parte per quest’ultima. Sentite questo atto d’accusa:
“Le nazioni Europee hanno bisogno di preda, e va bene. Non ci si può portare rimedio. E’ stato sempre così: chi ha la forza bruta delle armi la vince su ogni diritto, e quando una Nazione manda dei soldati e dei cannoni in una terra lontana, non pensa, naturalmente, al benessere né alla libertà del popolo che vuole palesemente sottomettere… Questo lo sappiamo tutti: ma quello che io respingo con sdegno è l’ipocrisia dei propagandisti letterati. Voi volete far credere a chi vi legge che questi popoli si piegano con gioia sotto il giogo, che si entusiasmano di ogni nuova legge, che la sola vostra presenza li conquista al lavoro, all’attività, alle vedute vostre. Sapete bene che non è così, e allora li opprimete, volete che si diano da fare a seconda dei vostri desideri, pretendete che accettino i vostri costumi che credete più civili, e che hanno un solo scopo: lo sfruttamento di tutta la ricchezza delle Colonie, e l’asservimento delle anime degli indigeni. E questo è mostruoso, per gli spiriti liberi. Io penso: gli indigeni della Tunisia non chiedevano niente alla Francia. I più ignoravano che esistesse, col suo passato, con la sua storia, le sue glorie, i suoi uomini, e vivevano molto bene malgrado la loro ignoranza. La Francia, per parlare di noi, ha conquistato la libertà di “proteggere” la Tunisia e l’Algeria. Ora ditemi in tutta sincerità, chi ci guadagna in questa funzione? I “protetti” o i “protettori”? E’ inutile dire che, se fossi Inglese, parlerei così, prendendo ad esempio L’Egitto, l’India e il resto… Tutto il mondo civile ha una sola legge: legge di dominio liberticida”.
E sentite ora la celebrazione della potenza della nemesi quando arriva nell’oasi la notizia dello scoppio della guerra:
“E dunque, la decrepita Europa, che da secoli affila le sue armi contro tutti i popoli da sfruttare, prova alfine la bontà del suo metodo in casa propria? Oh! che si sgozzino tra di loro, i bravi soldati delle Nazioni civili, e lascino tranquilli i paesi che non chiedono altro che di essere lasciati in pace!”
Che coraggio, Leda, nell’Italia fascista del 1929, col regime con il vento in poppa! L’Oasi è un bel romanzo, ben scritto, avvincente, e non ha perso freschezza malgrado il quasi secolo di vita, anzi. Un ultimo contributo. Un po’ di poesia:
“Le dune erano tutte nuove, levigate dal vento, e il passaggio della carovana vi imprimeva le prime orme profonde, sverginando la sabbia come se fosse la neve delle alte montagne, dove l’uomo non arriva a posare il piede”.
Torniamo a Leda che, per sopravvivere durante la guerra e dopo la fine del conflitto, s’inventa chiromante, artista e insegnante di lingua araba, continuando comunque a pubblicare un paio di libri. Morirà a Genova nel 1971 a novant’anni. Possiamo lasciarla andare così, senza un ultimo ricordo? Sentiamola come racconta la fine della guerra.
“Non solo settimane, né mesi, ma anni e anni era durata la guerra! Ora il turbine era passato, e il Sole tornava a splendere sulle rovine. Ma quante e quali rovine! Quanti e quanti morti! L’Europa era stata bagnata da un mare di sangue, da un mare di pianto! Aveva conosciuto essa stessa – abituata alle facili vittorie contro i paesi di conquista – le terribili conseguenze della più orribile strage, le angosciose vicende di una guerra durata anni e anni! Le grandi Potenze Europee si erano finalmente accapigliate tra di loro, avevano inzuppato di sangue i loro confini, si erano distrutte a vicenda le più belle e antiche città, avevano vuotato i tesori di stato per cambiarli in strumenti di difesa e di offesa, si erano scambiate migliaia di prigionieri, si erano gettate contro milioni di morti. Ora la guerra era finita… Mektub [Destino]. Sì, era scritto fatalmente che quell’orrore avvenisse! Il valore della Pace non lo avrebbero mai compreso le Potenze superbe sempre assetate di ricchezza e di dominio, poi che il valore della Pace lo conoscono solo i pochi saggi, sparsi in tutte le terre del mondo e derisi. La Pace l’anelano solo le umili genti che poi devono combattere e obbedire. Tra sette generazioni, forse, gli uomini cominceranno a comprendere, ma per ora no. Dunque “è scritto” che sempre, per la guerra, i popoli daranno il fiore dei propri figli più giovani, la ricchezza delle loro terre, l’amore e la quiete. E dopo la guerra, l’odio che avvelena, il pane che scarseggia, il seguito delle lotte civili, lo schiacciamento di ogni libertà, la minaccia per la salute pubblica. Sempre così, e per ora, per molti secoli ancora l’esempio non potrà insegnare niente agli uomini”.
Sette generazioni, dice Leda: dal 1930 ne sono passate quattro…
PS. Nel 2016 è uscita per Coconino Press una graphic novel Leda. Che solo amore e luce ha per confine di Sara Colaone, Francesco Satta, Luca De Santis.
Disponibilità di eventuali copie dei libri citati



