"non esiste l'ultimo libro, ma solo il più recente"

Quasi 100 milioni di libri venduti!!

di Alessandro Zontini

[da Il Piccolo di Cremona, per gentile concessione]

Scorrendo gli articoli di stampa specializzata, è possibile rilevare come il superamento della soglia di vendita di un milione di copie (o anche cinquecentomila) di un qualche libercolo scritto da un celebre (e celebrato) autore costituisca un evento meritevole di particolare attenzione. Tali traguardi tuttavia, se confrontati con le quantità di volumi venduti da certi grandi autori del passato, specie quelli degli anni ’20 e ’30, paiono da ridimensionare.

Certamente paragonare epoche così distanti è operazione azzardata e, probabilmente, sterile esercizio, ma resta il fatto che autori quali Guido Da Verona, Sibilla Aleramo, Umberto Notari, Mura, ed altri ancora loro coevi, vendettero in pochissimi decenni quantità di libri oggi del tutto nemmeno ipotizzabili (oltre ad avere una capacità narrativa ineguagliata).

Scegliendo a caso tra grandi autori del passato (spesso dimenticati o quasi), non si può trascurare Maurice Dekobra i cui libri vendettero, in pochi decenni, quasi cento milioni di copie. Nato nel 1885 a Parigi (ove pure mancò nel 1973), Ernest-Maurice Tissier, il vero nome di Dekobra, nonostante la sua origine francese si professò sempre fervente ammiratore d’Italia, del suo popolo, dei suoi usi, costumi e vicende storiche.

Dekobra soleva spesso rimarcare: “Gli inglesi ed i tedeschi si divertono spesso a caricaturare i francesi come mangiatori di rane e gli italiani come divoratori di maccheroni e suonatori di mandolino. Assurdità assolutamente indegne di un osservatore che faccia le cose sul serio. Io amo l’Italia e, più la conosco, più le voglio bene!”.

Ammirava il fascismo e non lo nascondeva

E, senza nascondere le proprie simpatie politiche, precisava: “Se qualcuno aprisse il mio cervello, vi troverebbe la traccia della mia ardente ammirazione per Benito Mussolini che ha saputo virilmente liberare il più bel paese del mondo da quella imbecillità criminale che è il comunismo alla maniera di Mosca”.

Naturalmente, per singolare contrappasso, nonostante la provata fede fascista che gli costò un certo oblio nel secondo dopoguerra, Dekobra fu, insieme ad Erich Marie Remarque, l’oggetto di una “profilassi energica” (sorta di censura) voluta, il 31 ottobre 1929, da Arnaldo Mussolini (fratello di Benito) contro quegli autori ritenuti poco coerenti con l’indirizzo culturale del fascismo.

Di Maurice Dekobra si tramanda viaggiasse molto e sempre accompagnato da cinque o sei bauli letteralmente ricoperti di etichette dei vari hotel ove aveva soggiornato in tutto il Mondo. Di bell’aspetto e dotato di notevole fascino, l’autore, che veniva spesso scambiato per Rodolfo Valentino, aveva il curioso vezzo di portare con sé una foto del Monte Bianco in una bella cornice d’argento. Naturalmente la cosa incuriosiva i suoi interlocutori che, desiderosi di ricevere qualche spiegazione in merito a tale singolare scelta (perché non una foto della madre o dell’amata?), si sentivano rispondere:

“Io e lui siamo le due cose più alte d’Europa: lui è la più alta vetta orografica e io sono la più alta tiratura editoriale!”.

Un personaggio che poteva far impallidire D’Annunzio…

Un suo tratto distintivo non era certamente la modestia ma, in quanto a “savoir-faire”, era imbattibile. Amato da stuoli di ammiratrici, sulle pareti del suo studio erano appese decine di fotografie impreziosite da dediche di celebri dive ed attrici degli anni ‘30 che ebbero per Dekobra più di qualche sporadico sussulto amoroso. La foto più grande ritraeva, vestita solo con una pelliccia di cincillà, l’attrice e cantante Josephine Baker: la “perla nera” di St. Louis che, da semplice sguattera, era divenuta una delle più ammirate dive del periodo tra le due guerre.

Sempre nel suo studio emergevano, caotici, i caleidoscopici ricordi di passioni ed amori vissuti a tutte le latitudini: il pugnale di una avventuriera russa, la rosa essiccata di una ballerina andalusa, il fermaglio per capelli di una ragazza veneziana, la freccia avvelenata di una regina dei Caraibi, la spilla di una geisha dal Giappone, la lettera di una contessa rumena. Il microcosmo letterario di Dekobra, pervaso da profonde venature erotiche ed esotiche, si nutre di donne bellissime, avventure galanti, tradimenti ed adulteri a Montecarlo, a Tangeri e a Biarritz, di “notti vissute sotto il respiro del cielo e sotto il tremolare di tutte le stelle”.

L’autore conosce l’arte di far convivere gli uomini e le cose del mondo, di vedere con un occhio Parigi (ed i suoi lussuosi fasti) e con l’altro l’Egitto (ed i suoi affascinanti misteri) oppure Shangai (ed altri, parimenti intriganti, enigmi) e di condurre, narrativamente, appassionati amori su piroscafi, filovie, treni lussuosi ed auto veloci: un catalogo di “topoi” già visto nei romanzi di Guido Da Verona e che, specie negli anni ’30, appassionava quella spensierata borghesia che voleva scordare i campi di battaglia della Somme e di Verdun e che non scorgeva ancora all’orizzonte il massacro di Stalingrado.

Mimì Broadway, un romanzo indimenticabile

La produzione letteraria di Dekobra è vastissima: almeno trentasette romanzi (alcuni li titoli: La gondola delle chimere (1926), La sfinge ha parlato (1930), Tigri profumate (1930), Macao, l’inferno del gioco (1937) e, soprattutto La Madonnina degli sleepings (1925) da cui son stati tratti circa trenta film ed innumerevoli novelle. Molte di queste vennero proposte, tra il 1948 ed il 1954, nei fascicoli della celebre collana Il romanzo per tutti del Corriere del Sera e questi, nel tempo, si son fatti sempre più rari.

Tra i libri di Dekobra, che meriterebbero urgente riscoperta, il curioso: Mimì Broadway: storia di una ragazza americana (Milano, Editrice Monanni, 1933). Consultando il portale on-line del servizio bibliotecario nazionale risultano esserne disponibili unicamente sei copie. Caratterizzato da una bella copertina a colori di stampo tardo-futurista, Mimì è un’opera dalla lettura molto piacevole. Lo scenario è quello, paradossale, degli Stati Uniti d’America che, dopo la grave crisi economica del 1929, cercano il proprio riscatto economico e politico: il miliardario ed il proletario versano in una situazione di disagio che li accomuna, ma:

i teatri e i cinematografi lavorano in economia e tuttavia la via lattea di Broadway, di notte, è più illuminata che mai: la gente si accalca nelle sale che rappresentano buone pellicole… c’è dunque ancora una vita notturna e le chorus-girl si dimenano al ritmo del jazz per la gioia dei signori dei palchi”.

Mimì Broadway è l’immagine vivente degli USA che vogliono tornare alla grandezza antecedente al 1929:

“non frequenta le cene all’aperto sotto i pergolati, né mangia frittelle nelle piazze. Ella preferisce i cocktails-parties (cioè i convegni per il cocktail) e fa del planking (gioca all’acquaplano) al lago di Long Island. Ella ha spesso un roadster elegante, regalo di un candidato ai suoi favori e, invece di andare a dorso d’asino a Robinson, pilota la sua otto cilindri sulle strade del Connecticut”.

Mimì riuscirà nel suo intento:

“Il “Parigi” (un transatlantico, nda) ha oltrepassato la Battery. Esso aumenta di velocità. New York adesso non è più che un alone nella notte. All’orizzonte una stella si alza, una piccola stella, che scintilla sopra la città… Questa stella che nasce siete voi, Mimì Broadway”.

Il romanzo, proiettato con dinamica fiducia verso il futuro, è anche connotato anche da una notevole venatura sarcastica, caratteristica dell’indole del suo autore. Tuttavia Dekobra aveva compreso i tempi in cui viveva e la sua prosa, con le sue pause lente e poi lanciate a “duecento chilometri all’ora”, ci ricorda, oggi, di un tempo in cui la gente poteva godersi, con beatitudine e tranquillità, la vita in un’epoca in cui sembrava che gli uomini e le cose dello scorrere umano andassero piano.

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