"Ci sono libri che da prede si trasformano in predatori. Temete i loro morsi, bibliofili"

 

Una rarità triestina del 1978, orbita Anita Pittoni

Alcuni libri non si impongono per notorietà o prestigio editoriale, ma per la loro singolare fisionomia bibliografica: tirature esigue, tracce minime nei cataloghi, una circolazione quasi riservata. Favola del lupo e di Greta Garbo di Paolo Berti, pubblicato a Trieste da Il Fiordaliso nel 1978, rientra pienamente in questa categoria di oggetti letterari rari e facili da trascurare.

 

Incipit:

La prima cosa da dire, nel momento in cui mi a rischio a raccontare questa storia, è che nessuno aveva mai avuto dubbi sul fatto che il grande lupo venisse da molto lontano. mai, fin dal principio. Questo mi pare importante che sia messo in chiaro subito, in questa storia che certamente potrà sollevare dei dubbi. E appunto in questi dubbi sta il rischio che dichiaro di assumermi. cioè il rischio della incomprensione e del dileggio. il rischio di passare per un visionario. ognuno sa quale fine sconsolata può fare una persona incompresa e dileggiata: non c’è nulla di buono nella parola “matto” che pure in altri tempi ed in luoghi più Giusti venne pronunciata Con trepido affetto. A questo proposito debbo però fare Un’altra precisazione e cioè che il problema non sta poi nemmeno nella storia in sé ma nel modo di raccontarla. insomma questa storia andrebbe ascoltata, come  capitò a me nell’inverno di quell’anno, cantata da un suonatore di gusla.  si sa che Il suonatore di gusla sovente sono anche dei maghi e dunque che la loro forza di convinzioni è fuori dal comune. ora sia ben chiaro che non voglio dire con questo che i maghi suonatori esercitino degli Inganni, o cantino delle bugie. semplicemente che sono più convincenti di chiunque altro punto Il che è virgola. una questione di essere capace di comunicare. non fu un caso, per esempio, che nell’inverno di quell’anno, quel suonatore di gusla non interruppe il suo canto ne fermò il suo archetto nemmeno quando le teste di morto che ci cercavano passarono ma non più di tredici passi da noi, ed avevano con sé i loro cani.

 

L’incipit del racconto mostra già una voce narrativa consapevole, teatrale, quasi rituale: un’apertura che mette in scena il problema della credibilità del racconto prima ancora della storia stessa. Questo è un indizio utile per leggere il libro non solo come testimonianza bibliografica rara, ma come testo che lavora sulla soglia fra narrazione, oralità e finzione.

 

Cosa sappiamo davvero

Il libro è attribuito a Paolo Berti e risulta pubblicato a Trieste da Il Fiordaliso nel 1978; il colophon finale aggiunge un’informazione molto importante: la storia sarebbe stata scritta per Vivia Benini, e sarebbero state stampate anche 100 copie numerate in dono agli amici dell’autore nel dicembre 1978. Nel medesimo colophon è indicato che il disegno di copertina è di Giordano Vascotto.

Un dato incontestabile. Il libro risulta presente in due biblioteche triestine e nelle due nazionali di Firenze e Roma.

 

Paolo Berti

Su Paolo Berti la ricerca corrente non restituisce un profilo d’autore facilmente standardizzabile; questo, per un collezionista, non è un difetto ma spesso un segnale. Può indicare un autore periferico, una produzione limitata, oppure un’identificazione bibliografica non ancora ben sedimentata nelle fonti accessibili online.

Ad ogni modo, il Sistema Bibliotecario Nazionale associa a quest’autore altre opere. Paolo Berti si presenta quindi come una figura ibrida che attraversa più campi: dalla letteratura in dialetto triestino alla saggistica tecnica su infrastrutture ferroviarie e architettura, fino alle pratiche artistiche e ai media locativi in anni recenti. Favola del lupo e di Greta Garbo si colloca in un segmento particolare della sua produzione, vicino alla vena narrativa e poetica triestina, ma va letta dentro una traiettoria più ampia che comprende anche la cura di testi storici (Italia ritorna di Gianni Bartoli) e la riflessione teorica sulle estetiche della geolocalizzazione.

Ne risulta un autore che sfugge alla classificazione semplice, più affine alla figura del intellettuale di frontiera che al “romanzo d’autore” canonico: da un lato la tradizione locale (versi in dialetto, tipografie triestine, materiali su storia cittadina), dall’altro l’interesse per l’architettura ferroviaria, i cataloghi di mostra e, in epoca recente, la traduzione di testi teorici internazionali come Accelerazione. Correnti utopiche da Dada alla CCRU. Favola del lupo e di Greta Garbo diventa così una tessera preziosa per chi vuole seguire questa linea di continuità: un racconto che parla di lupi e cantori magici, ma che nasce dallo stesso autore capace di muoversi tra ingegneria dei tracciati, stazioni ferroviarie e geografie urbane della contemporaneità.

L’editore Il Fiordaliso va considerato, allo stato attuale, come un tassello da approfondire sul piano locale e tipografico. La presenza di una stampa con tiratura limitata e copie numerate suggerisce un progetto editoriale di dimensioni ridotte, tipico di molte iniziative triestine o regionali del secondo Novecento, dove il libro è insieme testo, dono e segno di appartenenza a una cerchia.

Questo aspetto è decisivo: non basta dire che il libro è raro, bisogna spiegare perché lo è. Qui i fattori sembrano almeno tre: tiratura limitata, circolazione privata e scarsa ricognizione bibliografica successiva. È un classico caso in cui la rarità non coincide solo con l’età, ma con la storia materiale della distribuzione. Avremmo detto che si poteva trattare di una sigla di comodo, magari utilizzata solo per questa singola stampa. E invece è saltato fuori il Canzoniere perduto, di Paolo Bernobini (Trieste, Edizione Il Fiordaliso, 1952). Quindi le Edizioni Il Fiordaliso sono una costola o un’appendice del celebre Lo Zibaldone, la casa editrice italiana fondata a Trieste da Anita Pittoni nel 1949. Questo conferisce loro un’attenzione speciale che ogni cacciatore di libri dovrebbe riservargli.

 

Il testo e l’incipit

L’incipit riportato è molto efficace perché costruisce subito un patto narrativo instabile: il narratore avverte il lettore che potrebbe non credergli, ma nello stesso tempo alza il livello di persuasione attraverso la figura del suonatore di gusla. Questo dispositivo rinvia a una tradizione balcanica e mitica dell’oralità, dove il racconto non vale perché “vero” in senso documentario, ma perché viene tramandato con forza immaginativa.

Il lettore potrebbe pensare che l’elemento magico coincida con l’inaffidabilità. In realtà il testo sembra fare l’opposto: usa la figura del cantore per dire che la forza di un racconto dipende dalla sua capacità di convincere, non dalla sua pretesa di cronaca. È un impianto molto più raffinato di una semplice favola fantastica.

L’autore afferma di aver dedicato il racconto a Vivia Benini. La quale  emerge dalle opere censite in SBN come una figura soprattutto di mediazione culturale e traduttiva, più che come autrice “monografica” in senso stretto: le sue presenze ricorrenti riguardano infatti soprattutto Storie di maschere, la traduzione di testi russi e materiali di taglio musicale o teatrale, con un’attenzione particolare per la cultura dell’Est europeo e per l’ebraismo russo.

 

Valore per i collezionisti

Per un bibliofilo, questo libro ha interesse su più livelli: come edizione triestina del 1978, come possibile stampa a tiratura dichiaratamente limitata, come oggetto con colophon significativo e come testo dalla circolazione molto ridotta. Ma soprattutto come produzione “in orbita” al celebre Zibaldone di Anita Pittoni. Se davvero la presenza in SBN è circoscritta a pochi esemplari, allora il volume va collocato nell’area delle rarità contemporanee, cioè quei libri del Novecento che non sono antichi in senso stretto, ma sono già difficili da reperire.

Tuttavia, un errore da evitare sarebbe sovrastimare automaticamente il valore di mercato solo perché l’opera è rara. La rarità bibliografica non coincide sempre con una domanda collezionistica alta: il valore dipende anche da lingua, tema, notorietà dell’autore, stato di conservazione e interesse tematico del pubblico. Qui la componente più forte sembra essere quella documentaria e filologica.

 

 

Disponibilità di eventuali copie (sempre aggiornato)

 

 

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