"Sull'inutilità di certi libri sarebbe utile scrivere un libro"
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16 Settembre 2020

Luca Buoncristiano: con “Una svastica sul viso” alle radici del male

Non ci si identifica in Charles Manson, ma nessuno ne può ignorare la portata

“Guardami dall’alto e vedrai in me un pazzo. Guardami dal basso e vedrai in me un dio. Guardami dritto negli occhi e vedrai te stesso” (Charles Manson)

Tutto avviene per caso. Non so chi possa aver detto o scritto per prima questa autentica bestemmia. Il mondo intero è la prova che tutto è correlato e che il caso non sembra appartenere a questa realtà, neanche tirando in ballo la fisica quantistica. Anzi, quella lo esclude proprio del tutto.

In pieno post lockdown mi imbatto in Luca Buoncristiano. È il curatore del numero monografico su Carmelo Bene, uscito per la rivista Panta di Bompiani nel 2012. Quello che io ho praticamente definito il più bel libro scritto su Carmelo Bene. Vedi: E se il più bel libro su Carmelo Bene fosse una rivista?

 

Ma di chi stiamo parlando?

Luca Buoncristiano nasce a Roma nello stesso anno in cui a Monaco di Baviera il più grande calciatore europeo di tutti i tempi, Johan Cruijff, non riesce a vincere la Coppa del Mondo. Per l’Olanda è un dramma, per la Germania una festa.

È autore e illustratore, ha lavorato per radio e televisione. Ha collaborato con gli scrittori Sandro Veronesi e Edoardo Albinati ed è stato il curatore della catalogazione del lascito artistico di Carmelo Bene (per ultimare il quale ha vissuto nell’abitazione del Maestro per un anno e mezzo).

Le sue pubblicazioni: Mary e Joe (Roma, Fazi editore, collana Le vele, 2007); PANTA Carmelo Bene (Milano, Bompiani, 2012); Libro Rotto (Valencia, El Doctor Sax, Beat & Books, collana Crazy Diamonds, 2017); Album rotto (Valencia, El Doctor Sax, Beat & Books, collana Crazy Diamonds, 2018); Una svastica sul viso (Valencia, El Doctor Sax, Beat & Books, collana Crazy Diamonds, 2020).

Lo dico e lo scrivo. Panta Bene è il più bel libro su Carmelo Bene. Luca Buoncristiano mi cerca e ringrazia. La chiacchierata che ne segue spazia, non si contiene. Spulciando la sua bibliografia mi imbatto in un nome, Gabriele Nero. Appare lui come editore degli ultimi libri di Buoncristiano. La casa editrice è El Doctor Sax, Beat & Books. Vedo che la base non è in Italia, bensì Valencia, in Spagna.

Come stanno le cose?

Gabriele Nero è il nome dell’editore, vera one man band. Le edizioni si chiamano El Doctor Sax, Beat & Books, nome sufficientemente programmatico. Nero gestisce una libreria a Valencia e ha iniziato a pubblicare classici della letteratura in spagnolo, coprendo un vuoto editoriale rimasto dalla dittatura di Franco. Ha pubblicato John Barleycorn di Jack London che non esisteva in Spagna.

Non solo, è stato il primo a ripubblicare dopo che Adelphi fece scadere i diritti, Il primo Dio di Emanuel Carnevali. Avevo ultimato Libro Rotto che narra le vicende del mio Joe Rotto, lo spacciatore per antonomasia e connettore del male, ed ero in cerca di un editore, ovviamente stavo cercando un editore medio/grosso che se ne potesse occupare. Il mio primo libro era uscito per Fazi, parlo di Mary e Joe, con Alessandra Amitrano (2007); poi fu la volta di Panta Bene (2012) per Bompiani – ma ho solo perso del tempo. Ormai si passa per agenti frustrati cui prudono le mani e se pensi che dopo i libri vengono rivisti anche dagli editor non si capisce più di chi è la paternità del lavoro che esce.

E come entrano in scena Gabriele Nero e la sua casa editrice?

Per quei casi della vita, un caro amico che vive a San Francisco, Mauro Aprile Zanetti, assistente personale di tal Ferlinghetti, mi parla di questo ragazzo in gamba e mi suggerisce di contattarlo. Perché no, mi dico. Nasce subito un’intesa, lui non aveva ancora aperto alla letteratura contemporanea, si innamora del mio libro (sicuramente fuori dalle righe e dagli schemi) e decide di inaugurare questa collana, Crazy Diamonds, dove successivamente confluiranno anche due miei amici, un romanziere, Federico Febbo, e un poeta, Daniele Mattei, entrambi molto diversi da me. Si tratta di lavori sicuramente di rottura, che poco hanno a che vedere con il panorama italiano attuale, opere che lavorano sulla lingua, sui codici, nel tentativo di costruire un linguaggio che magari non sarà sempre attuale ma che ha una sua indiscussa e potente originalità. Libri dai percorsi editoriali lenti sicuramente, ma che entrano nel cuore di chi li legge e che sono sicuro rimarranno.

In cosa consiste il lavoro di Gabriele Nero Editore?

Il grande pregio di Gabriele è quello di non avere assolutamente vincoli e paraocchi, se guardi il catalogo te ne accorgi, e questo è veramente da anima Beat. Se ci pensi, alla fine, tutti i Beat erano estremamente diversi l’uno dall’altro, ma accomunati da un sentire comune, da una “fame”, da una voracità incolmabile. Romanticamente, parliamo di chi ancora “ci crede”, non si riempiono pagine tanto per, non ci sono Scanzi o Corona nel catalogo, c’è letteratura. Ad ogni costo. Gregory Corso diceva ”beat è qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero che ha scelto”.
Un altro dato positivo di Gabriele è il valore umano, la cura che ci mette nel seguire ogni testo che pubblica, ti porta in giro, dai blasonati saloni del libro alle libreria indipendenti capaci ancora di ascoltare. Un atteggiamento questo che ben si discosta dai grandi editori che pubblicano per poi trascurare l’opera e l’autore. Non è certo una scelta facile, soprattutto in territorio italiano, dove la nostra distribuzione e affidata soprattutto all’on demand o alla lungimiranza delle librerie indipendenti, appunto.

Due pubblicazioni su tutte:  Mutagenesis di Marina Gonzales; El Gato di Giovanni Rajberti. Senza nulla togliere alle altre.

 

Alle radici del “male”

È appena uscito il nuovo libro, quello su Charles Manson. Parlo di Una svastica sul viso (El Doctor Sax, Beat & Books) 2020). C’è chi, come argomento, lo ritiene sfruttato e inflazionato. Tu però ne hai tratto linfa vitale, hai ricostruito un personaggio che si pensava avesse già detto tutto.

Manson insieme ad Hitler è una delle più note icone del male del ‘900 e come tale non credo che il suo potere seduttivo possa esaurirsi mai, si esaurisce semmai un certo modo di narrarli o narrarlo se parliamo solo di Manson. Qui sta la mia operazione, un gioco di docufiction, un monologo, una confessione impossibile, che partendo dalle sue dichiarazioni, dalle sue parole, restituisce non la storia del “mostro” ma riscrive il mostro dal suo interno. In questo lavoro di riscrittura ovviamente i contorni del mostro appaiono più sbiaditi, meno netti, la maschera si svela come tale per rivelare, forse, quello che c’è all’interno non di quel mostro, o non solo di quel mostro, ma di tutti i mostri di questo mondo, noi inclusi. Pensa che ero partito dall’idea di fare un Panta Manson, un best of delle sue interviste ma man mano che leggevo un secondo discorso si è impadronito di me e per dirla con Giancarlo Dotto ho finito per mettere “insieme le parole che ha detto e quelle che si è dimenticato o non avrà più il tempo di dire”, rovesciando la realtà in cerca di una verità.

Si ha l’impressione che tutto parta da Joe Rotto. Chi è questo amico immaginario, questa entità, che sembra essersi impadronita della tua esistenza e che ti detta le sue regole?

Forse è come dici tu, pensavo di esserne il creatore ed ho finito per esserne la creatura. Siamo l’uno parte dell’altro e l’autore è figlio delle sue opere. Joe Rotto è un simulacro, un contenitore del male, il grande vuoto dove finisce tutto. È un mondo. Nasce per caso, come apparizione, da uno scarabocchio fatto mentre ero al telefono. Volevo scrivere ma mi feci sedurre dall’idea di questa illustrazione “filosofica”, che procedeva per aforismi, sempre al centro di un’azione nefanda. Joe è il portatore sano di quel male consolatorio che appaga le nostre debolezze. “Il mondo è fatto di dipendenze ed io sono qui per questo” dice. È Joe ad aver venduto i ragazzini con cui Michael Jackson è andato a letto, questa la base di partenza del Libro Rotto. Joe è il facilitatore di cui tutti abbiamo bisogno.

Non ti darà la pacca sulla spalla nel momento del bisogno, ma sa essere molto pratico. Tant’è che finisci col volergli bene, da qui anche il successo del libro. Quando lo leggi, Joe ti sembra subito molto familiare perché come dice Sandro Veronesi nella prefazione: Joe Rotto è dentro ognuno di noi.

Letture che ti hanno influenzato? I tuoi autori cult?

Raymond Chandler mi ha influenzato molto, ma anche Hunter S. Thompson e William S. Burroughs che sono la base per il Libro Rotto, insieme ai testi di Lou Reed. I poeti Beat, Ginsberg su tutti, che mi hanno aiutato per Manson. Trovo straordinario Breat Easton Ellis. Mi piace Pynchon, in particolare Vizio di forma, Il nuotatore di Cheever, Poi A sangue freddo di Capote, Franny e Zooey di Salinger, Big Sur e le arance di Hieronymus Bosch di Miller, per dirne alcuni. Ultimamente sono rimasto impressionato da un racconto di David Foster Wallace, dal titolo L’anima non è una fucina, dove un insegnante impazzisce durante una lezione ad una classe di ragazzini con problemi, solo che il protagonista affetto da problemi di concentrazione, non guarda quello che sta accadendo in classe ma fissa la grata della finestra della scuola, attraverso cui si dipanano altri racconti.

L’aver lavorato su Carmelo Bene, invece, mi ha dato accesso a tante cose che non conoscevo, tra tutti il più folgorante è stato Bartleby lo scrivano di Melville, che Bene reputava il miglior racconto mai scritto.

 

La lunga mano di Joe Rotto…

Libri in cantiere, oppure le idee che ti sta suggerendo il tuo alter ego Joe?

Idee ne ho molte, vediamo quale di queste alla fine mi conquisterà. Ci sono ancora diversi miti che mi piacerebbe “scrostare”. Sicuramente continuerò sul filone del “male”, di cui mi pare di star diventando un cantore.

Un illustratore oggi, nel pieno dell’epoca del digitale, come reinventa il suo lavoro? Come crea qualcosa che un qualche computer non abbia già fatto da qualche parte del web?

I computer creano repliche non originali. La computer grafica è inconsistente, non lascia traccia. Non c’è niente di più brutto. La bellezza di Crepax non la troverai mai fatta da un computer o da uno che disegna con il computer. Sarò nostalgico, ma per me il disegno, come la parola, vive sulla carta, non può vivere su un monitor. Comunque ricordiamoci sempre che si parte da un’idea e questa è ancora propria dell’uomo, non della macchina. La macchina può facilitare la sua realizzazione sicuramente. Io stesso disegno su carta e poi passo i fogli allo scanner e “aggiusto”. Uno degli illustratori contemporanei che amo di più è Adriano De Vincentiis che produce enormi tavole erotiche a matita rossa che sembrano galleggiare nello spazio, tanto sconfinano il foglio. Questo sarebbe impensabile fatto col computer. In quei segni tu percepisci la mano che li porta.

Come possiamo superare i nostri tempi?

Non appartenendovi. Questa attualità ci sta massacrando. Viviamo in un’epoca barbara, becera, volgare e violenta. Dobbiamo rifiutarla, dobbiamo rifiutare chi ne è l’espressione, perché poi, parliamoci chiaro, l’epoca è fatta dall’umanità che la abita. La terra è diventata piatta perché vista da persone piatte. Tutte le opinioni sono concesse, perché in mancanza di idee tutti ne hanno una. Ma non tutte le opinioni hanno lo stesso valore, non dovrebbero averlo. Ha vinto l’uomo medio. Come dice Ricky Gervais, si chiede sempre all’uomo medio cosa ne pensa: “vendiamo ancora bottiglie di candeggina con una grossa etichetta che dice “Non Bere”. Proviamo a togliere quell’etichetta per due anni e poi chiediamo quello che vogliamo.”

 

Incursioni: dal Black Metal a Gesù Cristo (passando per Prince)

Ti sei mai imbattuto nel Black Metal scandinavo? Il mio blog si è occupato recentemente di due libri rarissimi e idolatrati dalle folle. Vedi “Grishjärta” di Nattramn: il libro cult del Depressive Black Metal e “Letters From The Dead: in Memory Of Pelle Ohlin (1969 – 1991)” di The Old Nick.

Non conosco quei due i libri nello specifico, ma conosco il fenomeno e mi fa anche molta tenerezza. Me li immagino questi ragazzi, immersi in un deserto di freddo che diventa poi un freddo dell’anima, dove l’unica reazione non può che essere quella di distruggere qualsiasi cosa per sentirsi vivi, come ne La nube purpurea di Shiel. È un fenomeno interessante perché appunto credo che il disagio sia frutto dell’ambiente e non della società. Per il resto fanno poca impressione, al contrario del punk genere che amo e in cui le cose sono state già portate all’estremo. Ricordo che quando a quattordici anni comprai Never mind the bollocks provai paura. Temevo quel disco. Adoro GG Allin, cui forse in futuro dedicherò un lavoro. Battezzato Gesù Cristo divenne il performer più estremo di sempre. Insuperabile.

In quali direzioni guardare per trovare dei nuovi miti oggi?

Non vedo miti, per cui bisogna andare sempre indietro, non è una provocazione bensì un suggerimento. Lo dico alle nuove leve, guardate chi c’era prima, guardateli bene, perché quei miti sono ancora insuperabili. Mi spiace, aveva ragione Warhol, oggi è facile divenire celebri e cerebrolesi aggiungo. I ragazzi si stanno adattando e adagiando ad una realtà comodamente sostitutiva, anestetizzante, che non richiede sforzi creativi. Prendi la copertina di Sexuality di Prince, lui ambiguamente mezzo nudo, con il culo “appizzato” e le calze. Era alto un metro e sessanta ma quando appariva non potevi non sentire un brivido correrti su per tutta la schiena. Andava in giro vestito di pizzo. Uno shock. Michael Jackson, che ho demolito nel Libro Rotto, non era anche lui scioccante forse? Devi puntare gli occhi lì, non alla camera del tuo telefono. Non ci sono più avvistamenti di UFO semplicemente perché non si guarda più in alto.

 

Dio mi salvi dalle persone che non hanno questo fuoco interiore, i freddi di cuore e i corti di testa, quelli che non fumano, che non bevono, che non bestemmiano, quelli che non fanno mai nulla di coraggioso, rischioso, fuori dagli schemi, perché la loro debole essenza non ha mai un fremito di vita che spinga oltre i propri limiti, ad osare. Questi non li incontri mai al saloon, non li trovi a battersi per le cause perdute, non a far faville sui sentieri dell’avventura, non ad amare alla follia. (Jack London, in John Barleycorn)

 

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